Lettere a Cioran


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(Trad. J.Gerin e B.Vattuone)

 

 

13.6.44

"Dio ci scampi dagli apologeti!" (De Monléon)

Mio caro Cioran,

L’altro giorno mi hai detto: tutte le obiezioni contro la religione cadono il giorno in cui si può concepire l’amore di Dio; e io te lo ho confermato, affermando che ogni obiezione è riconducibile a: non riesco a concepire l’amore di Dio.

La tua lettera ha suscitato in me reazioni varie e molte riflessioni. Essa traduceva una simpatia talmente sincera che mi dispiace non poter abbandonare il convento per farti piacere. Ma cosa ci posso fare io, se ho conosciuto "l’amore di Dio per noi"! "Se tu conoscessi il dono di Dio", diceva Cristo alla Samaritana, se tu lo conoscessi verresti anche tu in convento con me, non per accrescere la tua solitudine in mezzo al mondo, ma per uscirne fuori, finalmente.

Molte idee mi hanno assalito leggendo la tua lettera, ma pochissime sono necessarie… non posso che ripeterti: fuggo il mondo per sfuggire alla solitudine, perché soltanto l’amore libera dalla solitudine, e soltanto Dio ci ha amati. Non vengo a cercare estasi, ma il silenzio e la pace di Dio "che supera qualsiasi sentimento".

Sono imbarazzato nel dirti queste parole, perché constato che non parliamo più la stessa lingua. Ma la cosa è un po’ voluta, perché almeno tu ti renda conto che non parliamo più la stessa lingua, che tu arrivi troppo tardi, che il gesto anarchico è già stato compiuto. Potrei mettermi a discutere la tua posizione, rilevare delle contraddizioni, senza vie d’uscita secondo me, ma a che pro? Con un credente non si discute, e io ripeto che tu sei un credente, e che niente potrà smuovere i tuoi atti di fede: un credente a rovescio, ma un credente. Tu non credi alla vita, ma credi alla morte, tu non credi all’amore, ma all’odio, non a che il mondo abbia un senso, ma che sia assurdo. E tu ci credi nel pieno senso della parola, quasi fanaticamente – quel fanatismo latente e minaccioso contro il quale tu ti difendi con la tua prudenza di serpente, col rifiuto delle soluzioni estreme, col tuo profondo attaccamento a valori che nello stesso tempo rinneghi: la vita, lo spirito (e le sue finezze), etc.

Infine, scusami di rispondere ad un ritratto con un ritratto. Scusami soprattutto di entrare in convento e di tentare comunque l’avventura della speranza. E, finalmente, di grazia, lascia perdere i trattati di apologetica.

E credimi tuo amico, per quanto la solitudine del mondo ci consente questa simpatia.

A. Molinié

 

 

Luglio/Agosto 44.

Mio caro Cioran,

La giornata che abbiamo passato assieme, spero che ti abbia lasciato un buon ricordo…. come a me. Malgrado tutto, me ne voglio un po’ per non saper dire meglio il perché non posso più, mi pare, lasciare il convento, e vorrei tentarlo in questa lettera.

Ho sempre avuto sete, nella mia vita, sete di qualcosa che mi inebrii, qualcosa di forte e di violento di cui non si sia mai sazi, perché esso seduce come un incanto e ben presto non se ne può più fare a meno: qualcosa che mi prenda e non mi molli più, da cui io sia posseduto più che suo possessore. Una realtà dunque, non un mito della mia immaginazione, perché un mito non è esterno a noi, non può possederci.

Mi sembra che tutti gli eroi di Dostoievski siano così: hanno bisogno di trovare un vino che stordisca e seduca la loro sete di vita intensa, hanno bisogno di oltrepassare i limiti dell’uomo, arrivare fino ai confini, bruciarsi le ali con un veleno qualsiasi purché sia più forte dell’uomo: angelo o demone, cosa importa! Essi soffrono dentro alla carcassa che hanno ricevuto dalla natura, devono trovare qualcos’altro.

Osservo subito che in un certo senso essi non possono essere vittime di illusioni, nella loro ricerca. Su questo punto l’esperienza non può ingannarci: o si è superati o non lo si è – si ha a che fare con qualcosa di più grande di noi, oppure no: questo lo si sente, lo si sa senza possibilità di errore. Occorre che uno possa aumentare indefinitamente la dose senza mai vuotare il fondo. Occorre che la nostra sete infinita si senta e si sappia oltrepassata, annegata nell’alcool di cui si inebria, in un modo che, contrariamente a quello che abitualmente constatiamo, essa non può mai dilatarsi fino alla sazietà che l’oggetto intravisto ci offre.

E’ chiaro che questo oggetto non può essere che spirituale. Ed è proprio quello che cercano gli eroi di Dostoievski: infinito nell’orgoglio o infinito nell’amore. Infatti l’orgoglio e l’amore sono le due sole voragini entro cui la nostra sete possa attingere senza prosciugarle. E la scelta è libera, e occorrerà pure che ogni uomo la faccia, un giorno. Le voluttà sensibili sono meschine e, per folli e delicate che siano, stancano presto in confronto alla voluttà dell’orgoglio e a quella dell’amore. Queste sono due voluttà veramente inestinguibili, perché entrambe hanno Dio nel mirino: per annientarlo, o per annientarsi in lui.

Io ho dunque scelto, grazie a Dio, l’amore. Ma siccome tu rischi di confonderlo con l’amore sensibile, e quindi di non sospettarne l’intensità oggettiva, che ci morde e non ci molla più, dirò piuttosto che ho scoperto il silenzio…. che in fondo è la stessa cosa.

Il silenzio è una realtà, non può essere un’illusione; solo che, contrariamente ai nutrimenti terrestri, non è una realtà attraente da lontano e poi vana da vicino. Per definizione, il suo richiamo è troppo dolce e discreto perché lo si possa notare in mezzo alle eccitazioni quotidiane. Per desiderarlo, bisogna prima gustarlo, ma più lo si gusta e più se ne ha sete, e più se ne ha sete più ci se ne soddisfa: perché è chiaro che noi non esauriremo mai tutto il silenzio possibile, è più esteso del nostro desiderio.

Così ormai io sono catturato, mi toccherà attingere instancabilmente alle fontane del silenzio, che versano nel cuore quell’acqua viva che Gesù prometteva alla Samaritana. Qui sto parlando di realtà irrefutabili, la cui esperienza non può essere sospettata di essere un sogno. Se parlassi di Dio, potresti pensare che mi illudo, che la mia pretesa esperienza non è valida, e che io proietto nella realtà l’oggetto del mio desiderio. Lo stesso se io parlassi dell’amore. Ma io non voglio parlare che del silenzio: ti assicuro che non lo desideravo, almeno coscientemente, quando sono entrato in convento. Adesso che ne ho fatto l’esperienza, un’esperienza ancora breve e fragile, non lo darei in cambio di tutte le esaltazioni più folli della vita. Esso è veramente (intendo il silenzio dell’amore, il silenzio della fede) la perla preziosa per acquistare la quale occorre vendere tutto il resto. Rileggiti tutti i passi dell’Antico Testamento che tessono l’elogio della Sapienza (in particolare l’inizio del libro omonimo) sostituendole la parola silenzio, e capirai cos’è che voglio dire. "Lo ho preferito a scettri e troni, ed in confronto ad esso ho considerato niente le ricchezze. Lo ho amato più della salute e della bellezza, le sue strade sono strade di delizia, e tutti i suoi sentieri, sentieri di pace: è un albero di vita per quelli che vi si consacrano, e coloro che lo possiedono sono resi felici" (Proverbi, III, 17).

Ah! Se tu sapessi… ma per sapere bisogna gustare, e per gustare occorre tacere. E’ per questo che ci terrei tanto a che tu venissi a passare otto giorni qui, semplicemente per tacere il più possibile, ascoltare la voce del silenzio, fare questa esperienza almeno una volta sul serio. Essa non ha niente a che vedere con l’estasi, la quale proviene al contrario da una défaillance fisica e nervosa (anche nei santi) e non costituisce l’essenziale dell’esperienza mistica – anzi, i santi che arrivano al matrimonio spirituale non hanno più estasi, perché il loro corpo è abituato a questo regime (terribile per lui) della presenza di Dio nell’anima, che la consuma anche se le dà pace.

Quando sei davanti alla tua tavola, non è il tuo temperamento che fa sì che essa sia lì e che sia una tavola: è una realtà oggettiva, puoi farci assegnamento indipendentemente dal tuo stato d’animo e dalla tua psicologia. La stessa cosa per quanto ti sto dicendo: il silenzio non dipende né dal temperamento né dal desiderio: quando ero nel mondo lo detestavo, e ancora adesso la natura ne prova disgusto. Ma c’è, ed è lui che mi possiede, e io non riesco più a farne a meno.

Il tuo fedele Fr.Molinié O.P.

 

 

Dicembre 44.

Tu non hai conosciuto mia madre, ma sei un amico troppo stretto per non tenerti al corrente del mio dolore. La morte è una realtà schiacciante, assoluta: di fronte ad essa non può resistere nient’altro che la fede.

Ho ricevuto il tuo plico: ma il tuo appello silenzioso verso una metafisica del lucido disincanto e dell’evasione, è caduto molto male… davanti alla morte, non si può più credere alle apparenze: bisogna scegliere tra il nulla (non più relegato in fondo al quadro, nella filosofia, ma in primo piano, in piena luce, allucinante)…. e Dio. Fortunatamente io avevo scelto, o piuttosto Dio mi aveva scelto.

Quanto si può dimenticare la morte! Ognuno ne parla come se lui fosse immortale: la morte, è sempre quella degli altri. Sono allibito di vedere la gente aver compassione della Mamma come i ricchi hanno compassione dei poveri, sentendosi al sicuro. Ah! gli insensati che, quando li metti alle strette e li spingi al muro, osano vantarsi di esserlo per non vedere, a nessun costo! Io per primo!

Il tuo amico

 

 

5 marzo 1945

Mio caro Cioran,

Benevola non-adesione. E’ proprio un po’ così, infatti, anche se non completamente. Io direi, da parte mia, che tu comprendi il cristianesimo un po’ meno di quanto supponi, anche se aderisci ad esso più di quanto sembra. Quel bisogno di un oggetto tra gli altri… se soltanto tu non negassi a priori il significato del bisogno e del desiderio, anche se ingannato – non si può morire di sete senza avere sete di qualcosa, e senza che questa acqua viva non esista da qualche parte.

Quando San Tommaso si chiede qual è l’origine del male, risponde: non può essere che il bene. Qualsiasi insufficienza si basa su una pienezza: il tuo istinto di demolitore si basa sulla tua natura, la quale tende all’essere da tutto il suo profondo. La tua anima gira a vuoto per mancanza di oggetto, e ne soffre, perché fa parte essa stessa dell’essere e il tuo volere tende all’essere, in qualche modo suo malgrado. Tutto questo, d’altronde, tu lo sai benissimo. Quello che è forte è che tu ti sei addirittura rifiutato di costruire, e hai preferito demolire, perché disgustato dalle costruzioni mediocri alle quali hai creduto essere condannata l’umanità, quindi ancora per amore dell’essere e della perfezione. La tua debolezza e la tua abdicazione non stanno dunque nel tuo rifiuto, in quanto questo rifiuto è ancora qualcosa, è energia per sua essenza tesa verso la bellezza e l’esistenza, ma stanno nell’accettazione del fallimento dell’uomo nei confronti dell’ideale che ti eccita.

E che infatti l’uomo sia impotente, siamo d’accordo. Ma il risentirne presuppone almeno l’idea della grandezza – che non può derivare dall’impotenza in quanto tale, ma dall’Essere assolutamente puro dissimulato in un mistero inaccessibile. Per cui a noi non tocca costruire, e io non costruisco, ma cercare, mediante la contemplazione, l’Atto ultimo posto al di fuori di noi. Ed è quello che tu stai facendo, tuo malgrado, con le tue distruzioni poetiche.

Che cos’è allora che Cristo ci porta? Un messaggio completamente folle da parte dell’Atto puro, e ben degno della sua trascendenza perché è inspiegabile (e il cristianesimo non lo spiega, anzi sottolinea che è incomprensibile): Dio ci ama, l’Atto puro viene a noi, non dobbiamo più cercarlo noi stessi, ma soltanto lasciarlo fare, lasciarlo inghiottire la nostra anima in Lui.

Ecco.

Tuo fr.M.D.Molinié

P.S. Io non mi muovo più da qui. Vieni quando vorrai, di giovedì o domenica, preferibilmente dopo Pasqua (21 Aprile). Se vuoi, posso farti assistere all’Offizio della notte prima di Pasqua. Avvisarmi.

 

 

San Giacomo 16.4.45

"Converte nos, Deus salutaris noster"

Non c’è niente nella tua infelicità che io non lo possegga nella mia felicità. Tu definisci la vita come una sapiente dilazione nel finire in Dio. Ma tu assimili Dio al Nulla, mentre lui è la Vita, e non c’è niente di positivo nel mondo, e nella tua stessa infelicità, che non si trovi ineffabilmente in Lui. La vita spirituale è infatti proprio un indescrivibile trasferimento della nostra anima nell’amore infinito del Creatore e del Cristo Salvatore: non si è più se stessi, ci si perde, ci si annega in Dio. Tu hai ragione di vedere nella "vita" un rifiuto di questa trasformazione: perché questa presuppone una lacerazione delle barriere che fanno sì che noi apparteniamo a noi stessi, che ci possediamo, quindi è una vera morte della nostra indipendenza ("Chi vuol salvare la propria vita la perderà").

Tu ami la tua infelicità nella misura in cui preferisci perdere la tua vita piuttosto che donarla. Dio non ti toglierà mai il privilegio di rifiutare e di chiuderti nell’isolamento: ma è l’inferno. Il dono, al contrario, è la morte della nostra indipendenza, e questo ci ripugna a tutti, nella nostra natura decaduta. Invece, appena abbiamo acconsentito, è la resurrezione a una vita nuova, il paradiso sulla terra, "gioia, gioia, lacrime di gioia", come dice Rimbaud (o Pascal?).

Mi sembra che questo, tu non sia lontano dal comprenderlo, salvo rifiutare, nonostante ciò, di dissolverti nel sangue di Cristo per conservare invece l’orgoglio dell’infelicità. Tutto il resto lo ritroveresti al centuplo, ma il tuo orgoglio dovrà morire, e dovrai acconsentire a non essere che quello che sei, "un uomo fra gli uomini" (Dostoievski), cioè un niente di fronte a Dio.

Ho avuto torto di consigliarti di pregare "un po’". La preghiera esigerebbe da te una conversione totale, un capovolgimento, un annientamento di tutto il tuo essere, essa esigerebbe che tu finalmente ti sciolga in singhiozzi… Quanto tempo è che non piangi? non c’è forse in fondo a te un indurimento inumano contro le reazioni più semplici e più sane dell’uomo? Nelle lacrime c’è una verità, in conseguenza una liberazione, che nessuna teoria potrà distruggere: le lacrime umane sono proprio quell’acqua che ci lava dal peccato originale e ci restituisce all’innocenza invincibile dei bambini. Rileggi, rileggiti, nei Karamazov, l’episodio dell’assassino che si confessa prima allo staretz, e poi pubblicamente…

Forse non sei lontano dal comprendere che tu ti trovi nel suo stesso caso, come ogni uomo che vive lontano da Dio. Tu ti irrigidisci contro ogni sentimento di giustizia e di amore, dunque contro Cristo. Tu cerchi di rimanere indifferente davanti all’ingiustizia, ma fortunatamente non ci riesci, e non vorresti neppure – spero – arrivare alla mostruosa indifferenza di coloro che l’ingiustizia la commettono a freddo. Ma se tu consentissi a convertirti, nel senso proprio della parola, a seguire l’inclinazione naturale e sana della Vita che scorre in te, se tu consentissi a questo dissolvimento intimo del tuo essere in un Altro che ti supera, in quell’istante stesso (mi pare che tu non possa ignorarlo) si verificherebbe, come per l’assassino, il paradiso in terra, una gioia ineffabile, sovrumana, "la pace di Cristo che supera qualsiasi sentimento".

So perfettamente che per farlo non basta capirlo. Occorre accettare di morire. In fondo, quello che Gesù ti domanda è di rinunziare alla tua infelicità, come altri rinunciano all’umana felicità, alle gioie, alle certezze, alla libertà, anche alla vita, per seguirLo. Ed è per tutti una lacerazione, una lacerazione liberatrice, che rompe le dighe che induriscono il nostro cuore impedendogli di tornare al nostro Padre celeste come i fiumi tornano al mare da cui provengono. Rinunziare all’infelicità, e alla poesia dell’infelicità, sarebbe per te una vera e profonda agonia, lo capisco bene. Ma per noi tutti tale agonia è la condizione per la vita e per la gioia di amare, che supera qualsiasi euforia.

Vorrei che tu venissi alla mia professione, e, quando mi vedrai prostrato, cercassi di capire che si tratta del gesto di un assassino che confessa, di quello stesso gesto che chiedo a te, perché è l’unico assolutamente vero che l’uomo possa compiere, l’unico che ci riconcilia con la nostra esigenza più intima, che è di amare (cosa che non puoi negare, tu che stai tentando di sfuggire alla solitudine, e la cui "infelicità" stessa deriva da questa esigenza insoddisfatta).

Ma basta così, e arrivederci al 2 luglio, anche se la mia anima non ti dimentica mai.

Tuo fratello Marie-Dominique Moliniè

 

 

5 maggio 1945

Mio caro Cioran,

C’è una cosa alla quale, nel XX° secolo, non crediamo più, malgrado che la sua realtà salti agli occhi di tutti. Si tratta dell’efficacia del tempo: non si crede che all’istantaneo, non si vuole avere la pazienza di aspettare. Da questo punto di vista cadiamo entrambi, tu ed io, nello stesso errore, e mi ci sono volute delle prove penose, in noviziato, per apprendere, piaccia o non piaccia, la pazienza intellettuale, ed accettare di capire un po’ per volta quello che non riuscivo a capire immediatamente. E’ così che in dieci mesi ha potuto formarsi in me l’abbozzo di una nozione giusta della dottrina cristiana, tanto questa dottrina è insieme ricca, profonda e semplice

Faccio dunque appello, in te, alla stessa pazienza, e d’altronde tu vedrai che questo atteggiamento, unica forma veramente onesta dell’agnosticismo, è già ricco di conseguenze: esso consiste semplicemente nell’ammettere che forse afferrerai più avanti quelle verità, o quelle realtà, che non riesci ad afferrare oggi. E’ una disposizione molto semplice, ampiamente giustificata dall’esperienza, ed è l’essenza stessa della vita intellettuale: eppure lì c’è già dell’umiltà e della speranza…

Ammessa questa buona volontà da parte tua, vorrei trasmetterti un po’ per volta quello che un po’ per volta io ho acquisito: la nozione di vita cristiana, o di vita sovrannaturale, o di umiltà (sono tutte collegate tra loro). Ho sbagliato nel presentartelo come istantaneo, nell’ultima lettera, e le tue obiezioni sono giustissime: ma riguardano soltanto la presentazione, non il fondo.

La vita sovrannaturale è una vita, e come tale comporta una nascita ed uno sviluppo nel tempo. "Il regno dei cieli (= vita sovrannaturale) è simile ad un granello di senapa che un uomo ha preso e seminato nel suo campo. E’ il più piccolo di tutti i semi, ma una volta sviluppato è la più grande di tutte le piante, e diventa un albero, talchè gli uccelli del cielo vengono a rifugiarsi tra i suoi rami… Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e mescola a tre misure di farina, per far lievitare tutto l’impasto" (Matteo, cap.VIII). Se la farina fosse cosciente, e del XX° secolo, non vorrebbe mai credere di poter lievitare: obietterebbe la "nulla ed immensa realtà" della sua pasta, destinata a ricadere mollemente in una caduta eterna, e ad imbrattare tutto della sua radicale impotenza a sollevarsi.

Il guaio è che questa impotenza è reale: fino a che il lievito non ha pervaso tutto, nella pasta rimane una fondamentale impurità, un principio di sfasciamento; ma questa impurità a poco a poco svanisce attraverso una costante purificazione, e non è altro che questo la vita della Chiesa quaggiù, povera pasta umana, nulla e miserabile quanto vorrai, e anche di più, ma lavorata da un lievito, da una vita che non è quella dell’uomo, e che eleva tutto, anche se lentamente ed in modo quasi sempre nascosto: "è il più piccolo di tutti i semi". Ma esistono anche i santi, realtà inconfutabile anch’essi.

Ti propongo di venire a passare la Quaresima con me: è un tempo nel quale muoio un po’ di più nel silenzio per vivere un po’ di più in Cristo. E di leggere nel frattempo due opere molto diverse, che senza dubbio puoi trovare lì. La prima è la Vita di N.S. Gesù Cristo di Catherine Emmerich: è una stigmatizzata del XIX° secolo, che ha avuto la visione della vita di Cristo ogni giorno per tre anni. In tutto sono sei volumi ed è molto straordinaria: occorre leggere la prefazione, che è anch’essa notevole. Il secondo è di un altro genere: è la Storia Sacra di Daniel-Rops, autore che senza dubbio conosci. E’ ben scritto e molto intelligente: accorda al cristianesimo quello che onestamente non gli si può negare, e traccia una storia profonda del popolo ebreo.

E poi tu puoi leggere anche Pascal e San Paolo. So bene che tu ti collochi al di fuori di questa economia della salvezza, la quale supera (e quindi conosce) gli abissi più insondabili della disperazione – sia che tu ti senta impotente, sia piuttosto che sotto sotto tu non voglia metterti in cerca di una bellezza ancor più bella del più folle sogno umano. Eppure è anzitutto per te che Cristo è venuto: "Sono venuto per salvare chi era perduto", e: "che coloro che hanno sete vengano a me e bevano". Io so che tu hai sete: se non avessi sete non saresti così infelice.

E sono sicuro che in qualche parte nel mondo c’è una ragazzina che ama e soffre e prega, e che guadagnerà la tua salvezza…

Tuo fratello Marie-Dominique Molinié

 

 

2.7.45

Mio caro Cioran,

Una parola soltanto, per ringraziarti del tuo: ho un bell’ "aver ragione", ma il mio non è un gesto umano. Occorre, per mantenermi qui, una forza sovrannaturale. Non è né il freddo né l’obbedienza che sono duri, ma è la fede, e questa fede non posso attingerla in me, ma in Dio stesso in cui ho fede. Occorre quindi pregare ancor prima di credere e di sperare. Dio mi ha attirato in convento con motivi molto umani che non sarebbero bastati per tenermici se nel frattempo non avessi pregato, e ricevuto la fede.

Noi siamo tutti radicalmente incapaci di amare, credere e sperare. Ma non siamo incapaci di pregare; e Cristo è appunto venuto a "salvare chi era perduto". Il cristianesimo non offre la salvezza, ma un Salvatore, che è esistito nel tempo, e ha promesso di soccorrere eternamente gli infelici che lo avrebbero invocato: 2000 anni di santità miracolosa (se si pensa a quello che è la natura umana) hanno provato che non mentiva. Io stesso posso già testimoniare che è vivo: senza un aiuto sovrumano che ogni giorno gli chiedo, non riuscirei a rimanere 24 ore in questa vita che pure mi dà la felicità, e che è, ne siamo convinti entrambi, l’unica vita seria.

Per ottenere questo aiuto e questa fede, basta domandarli, basta quindi essere un infelice incapace, radicalmente incapace, di amare, di credere e di sperare, e malgrado questo divorato da non so quale attrazione verso l’assoluto, il che era proprio il nostro caso ed è ancora il tuo, credo: tu fuggi l’assoluto, ma Lui ti perseguita senza tregua, da qui la tua infelicità. L’unico ostacolo serio è l’orgoglio, che ti impedirà di rivolgere quella preghiera: eppure l’orgoglio è un errore palese, perché è vero che noi siamo polvere e vento.

In un’apparizione, Cristo diceva a San Paolo: "Ti è duro recalcitrare sotto il pungolo" (sottinteso "della mia chiamata"). Non è forse questa un po’ la storia della tua vita? L’impotenza che ti rende infelice non è l’impotenza a trovare l’assoluto, la speranza e l’amore, ma è l’impotenza a fuggirli. Volente o nolente, sei "caduto in mano al Dio vivente" (è una cosa che non dipende da te, ma da Lui), e la tua vita è uno sforzo disperato per cercare di "metterti volontariamente" al di fuori di Lui, per mantenerti in un equilibrio approssimativo nel quale stai soffocando.

L’ostinazione che ci metti mi fa tremare per te, e mi spiega l’atmosfera di dannazione nella quale vivi. Non avrai dunque mai un po’ di compassione per quest’anima che in te ha sete di quell’assoluto che tu crudelmente le neghi? E’ una cosa molto grave. Tu sai, non c’è dubbio, che Dio ti sta girando attorno senza tregua, tu sai bene, in fondo, che Lui esiste: prova a rientrare in te stesso, e vedrai che questo fatto spiega tutto. Nella tua vita c’è un mistero: perché comodità e piaceri non ti bastano? Perché questa latente disperazione? Non c’è che una spiegazione: tu sei la preda di Dio, il cui amore ti perseguita e viene a sconvolgere il tuo benessere: è finita, tu non sarai mai più tranquillo.

E tu lo sai bene, tutto questo è perché hai voluto odiare i santi: è la tua perpetua tentazione. Rileggiti nella Genesi la lotta di Giacobbe con Dio. E dà un’occhiata alla tua povera vita, simile alla mia: lacerata, dilaniata, assillata, spezzettata, senza scopo, senza significato… ah! sì, davvero "è una cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente". E finchè non vorrai abdicare alla tua indipendenza e gettarti ai piedi di Colui che ti insegue col Suo amore, sarà sempre così, e tu sarai il tuo proprio carnefice, il carnefice della tua anima.

Bisogna pure che mi fermi, ma vorrei tanto convincerti che quello che ti dico non è letteratura, ma la verità! E vorrei ancora supplicare il tuo orgoglio di abdicare: un pezzetto di preghiera tutte le sere, confessando la tua miseria e il tuo nulla, e sarebbe la salvezza, ne sono sicuro.

In ogni caso io prego per te, e Ginevra anche. Ciò sembrerà forse ridicolo al tuo orgoglio, ma è, finalmente, la verità. L’ultima illusione da perdere è che noi siamo intelligenti: siamo tutti degli imbecilli, perché non capiamo niente né del mondo né di noi stessi.

Se per caso questa lettera ti inquietasse, domanda di vedermi precisando che si tratta di un motivo serio e religioso. Se ti irrita o ti infastidisce, perdona ad un amico che vuol restare tale malgrado tutto. Se ti "interessa" soltanto, strappala.

Fedelmente tuo Fr. M.D.Molinié

 

 

1945

Mio caro Cioran,

Per la logica umana le promesse di Cristo sono paradossi, ed ancor più straordinario è il vederle mantenute. Per esempio: ha promesso il centuplo, già in questo mondo, in fratelli, amici, case e terreni, a coloro che lasceranno tutto per seguire Lui. Ed ecco, noi abbiamo qui quello che i più ricchi perseguono invano per tutta la vita: la totale liberazione dalle preoccupazioni economiche. Quanto ad amici, sono incantato dal fatto che la nostra amicizia, che tu temevi si perdesse con la mia partenza, comincia forse soltanto adesso a nascere in profondità: la simpatia, nonché la solidarietà che tu provi per la mia vita, ci uniscono molto di più di quanto avrebbero potuto mai ottenere i giochi di Boulevard Saint Michel, ed il nostro scambio di lettere ci unisce più che tutte le nostre gare di ironia filosofica…

Volevo dirti molte cose, farti molti ragionamenti, ma a che pro? La Verità è là, non ce ne sono due: o la parola Verità non ha alcun senso (ma è chiaro che uno c’è), o c’è una Verità, una sola, perché ciò è nella sua essenza… ma per convincerti occorrerebbe anzitutto convertirti, e non il contrario…

Io capisco la tua preferenza per Ivan Karamazov, l’ho condivisa a lungo anch’io… Quello che costituisce la sua profondità e la sua attrattiva, è questa sete della Vita, tanto forte che il mondo non può estinguerla, e che allora si muta in disgusto della realtà, in rivolta e disperazione: uno sdoppiamento a causa del quale, buttandosi su tutte le gioie e possedendo l’universo, non si trova altro che amarezza senza possedere niente, altro che un po’ di schiuma che non riesce nemmeno più ad ingannare.

Il cristiano trattiene tutto quello che, lì dentro, c’è di profondo, ed adotta in verità lo stesso atteggiamento, ma con la rotta invertita. Ivan trova le tenebre in seno alla luce, la morte in seno alla vita più ricca, la tristezza in seno alla gioia, il niente in seno alla sovrabbondanza. E San Paolo: "Il Dio che ha detto: Che la luce brilli in seno alle tenebre, è Lui che ha fatto risplendere la sua luce nei nostri cuori… ma noi portiamo questo tesoro in vasi di argilla, affinchè sia ben chiaro che questa sovrana potenza del Vangelo viene da Dio e non da noi. Siamo oppressi in tutti i modi ma non schiacciati; nello sconforto ma non nella disperazione; perseguitati ma non abbandonati; abbattuti ma non perduti; portando costantemente nel nostro corpo la morte di Gesù affinchè nel nostro corpo venga manifestata la vita di Gesù. Perché noi che siamo viventi siamo costantemente consegnati alla morte a causa di Gesù, affinché anche la vita di Gesù venga manifestata nella nostra carne mortale. Talché la morte agisce in noi, e anche la vita in noi… Trattati da impostori malgrado siamo sinceri, da sconosciuti benché ben noti, considerati moribondi ed eccoci vivi, castigati ma non condannati, tristi ma sempre gioiosi, poveri mentre arricchiamo gli altri, nullatenenti mentre abbiamo tutto".

Cristo ti seduce col suo fallimento, ed a ragione, perché un successo umano, un successo visibile, non è che polvere: su questo piano, umano e visibile, la Verità deve fallire. Ma dietro a questo fallimento, e senza con ciò abolirlo, c’è un successo, non più umano ma divino, visibile soltanto agli occhi dell’anima, un successo di un ordine tale che non può deluderci (cosa che invece fa ciò che è umano), e del quale la Chiesa è la prova e San Paolo l’espressione.

Gesù è venuto a portare la Speranza e la Verità e viene messo sulla Croce, ma questa Croce ricopre il mondo, e invisibilmente trionfa su di esso. Il mondo ha ucciso Gesù Cristo, ma mettendo così alla luce i santi, che sono la vita invisibile di Cristo: questa è un’economia grandiosa, una realtà schiacciante che, contrariamente alle costruzioni umane, ingrandisce a mano a mano che uno le si avvicina e che se ne sazia. Non è che un’oncia di lievito, la quale ben presto fa lievitare tutto. Il cristianesimo ci offre una realtà che lì per lì ci urta, proprio perché è più bella di tutti i nostri sogni umani di bellezza; e anche i santi superano di molto l’attrazione di Ivan, ma occorre avvicinarsi a loro e lasciarsi formare, per poter gustare questa attrazione.

Ciò che ci inganna di più è il fatto che i santi sono in pace, e siccome la pace che dà il mondo è al di qua dell’inquietudine e della disperazione, noi non comprendiamo che la loro è al di là, che va ancora più lontano della disperazione onde rendere manifesto ad ogni sguardo imparziale quanto potere abbia un tale lievito sulla pasta umana.

Non avrò dunque nessuna difficoltà ad ammettere le mie impurezze, e tutto quello che c’è stato, e che ancora c’è, di miseramente umano nella mia sete e nella mia vita: mi fa fin troppo soffrire. Ma accanto a tutto questo, c’è in me una semente pura, pura perché non proviene da me malgrado essa sia quello che di più profondo c’è in me.

Troviamo qui una risposta alla più seria delle tue obiezioni. "Se io sapessi, dicevi, che Dio esiste, e che è Lui che mi vuole, oppure se potessi amarlo senza la mia anima (inseparabile da una caduta eterna), allora ammetterei che nella tua vita non c’è niente di illusorio e niente di umano". Ora, io lo amo con la mia anima (inseparabile da una caduta eterna), e per questo fatto c’è nella "mia" via molto di umano, molta miseria; ma non ci sono illusioni – né nella mia vita (perché so che la mia miseria è una voragine "immensa e nulla") né nella mia speranza: in quanto dopotutto è Dio che mi vuole, ed è col suo Amore che io Lo amo.

Siamo arrivati qui al mistero più profondo del cristianesimo, il mistero dello Spirito Santo, mistero col quale Dio diventa più intimo alla mia anima di quanto lo sia la mia anima stessa. Di modo che è soltanto Lui che muove incontro a noi, e tuttavia siamo noi e la nostra impurità che veniamo incontro a Lui, perché la sua grazia ci attira a Lui. Se il lievito fa lievitare la pasta, è perché esso si è assimilato ciò che nella pasta c’è di più intimo, la sua stessa essenza: il resto può allora ben rimanere pesante e sudicio, la conversione rimanere mescolata a motivazioni impure, ma il fondo invisibile è salvo, e lo è all’istante, così come te lo descrivevano le mie esortazioni.

Quello che prende tempo è l’invasione della vita di Dio nella nostra natura ingrata e fiacca. Il rischio di ricaduta persiste fino alla morte: per un cristiano tutto può sempre essere perduto o salvato. Ma lentamente, con un susseguirsi di mutazioni che prepara, come nelle piante, un periodo di apparente immobilità, il germe invade tutto: ed ecco i santi, esplosioni di vita divina in mezzo ad un mondo dannato.

La dottrina che ti vado esponendo qui (ancora oscuramente) è la sola che renda conto perfettamente di tutto il reale, miseria dell’uomo e splendore dei santi. Tu hai la sensazione profonda che, se ti converti, sarai tu ad andare verso Dio, con la tua miseria che contamina tutto quello che tocca: e questo sarà vero. Ma dietro a te, ancora più in profondità, e invisibilmente, sarà Dio che viene: è il mistero della predestinazione. Smetterò di discutere con te il giorno in cui tu presenterai in questi termini la tua "radicale" impotenza: "Non ho la grazia". Perché questo non escluderà più la possibilità di riceverla (e di domandarla) un giorno: non ti chiedo in fin dei conti che di limitare al presente l’affermazione della tua impotenza, il che è peraltro l’unico atteggiamento onesto. Ma sarebbe necessario che ciò andasse oltre la portata di una affermazione verbale, occorrerebbe che tu andassi un po’ in campagna a vedere come una larva diventa farfalla – cosa che non è meno straordinaria della rigenerazione dell’uomo – e che ti convincessi che la vita è una potenzialità di cambiamento, che l’ultima parola non è mai detta… che la speranza, in poche parole, è sempre fondata.

Tuo fratello Marie-D. Molinié

 

 

13 ottobre 46

Mio caro Cioran,

E’ da un po’ di tempo che non ci vediamo, e che tu aspetti la mia risposta alla tua lettera. Spero che tu non deperisca troppo in questo mondo ostile, e che non soffra troppo della mancanza di oggetto di cui ti lamentavi. Sarebbe bene che tu potessi venire a trovarmi prima dell’inverno, e potrei forse spiegarmi meglio a voce che per lettera.

E’ evidente che tra noi due c’è un malinteso radicale, e ammiro che, dopo aver letto tanti di quei santi, tu non possa ancora comprendere – tanto la cosa è inintelligibile senza la fede – che nella mia avventura io non sono solo: lo sono tanto poco che l’iniziativa non l’ho io. Tu ti fai di me un’immagine che andrebbe bene per un Aristotele, per un Platone, o meglio ancora un Svedenborg o un Ramakrishna. Allora è facile oppormi la trascendenza di Dio, la nostra impotenza a raggiungerlo e persino ad avvicinarlo. Tu mi vedi simile a Faust che scruta il mistero dell’assoluto e vuole strappargli il suo segreto. Ma non si tratta per niente di questo! I santi non hanno questo atteggiamento. Sanno benissimo che non possono far niente per avvicinarsi a Dio, proprio niente. Allora, cos’è che fanno? Si lasciano fare. Questo presuppone, beninteso, che si creda che Dio agisce, lui, e che operi quello che all’uomo è impossibile anche soltanto tentare. Tu non hai la fede, e va bene… o piuttosto è penoso. Ma non devi con ciò dimenticare che io ce l’ho. Ho io delle buone ragioni per credere? Questo è il vero problema della mia vita, oggi, ma è anche il punto sul quale sto ancora aspettando una obiezione seria da parte tua.

Un uomo è venuto nel mondo ad affermare che era il Figlio di Dio e che Dio ci ama, ed ha dato della sua divinità segni tali che è perfettamente ragionevole credergli. Detto questo, non c’è più bisogno di esaurirsi in sforzi ascetici e mistici per accostarci ad una divinità inaccessibile, né di dedicarsi a pratiche esoteriche per sentir passare il fremito dello Spirito (anche se questi sforzi, per parzialmente sterili che fossero, ci procurerebbero dei barlumi sufficienti ad oscurare le soddisfazioni quotidiane): si tratta semplicemente di lasciarsi amare e condurre da Cristo là dove a Lui piace. Qui con me ci sono dei fratelli che con piacere se ne andrebbero via, degli artisti e dei dilettanti che non provano nessun gusto per il convento, te lo posso garantire. Ebbene: non possono partire. Qualcuno li trattiene. Non sono loro a cercare Dio, è Dio che li cerca e non sollecita che un semplice consenso che è impossibile rifiutare.

Non è per niente una questione di "risolutezza" né di "fermezza". La nostra psicologia non è quella dei forti, degli eroi, dei saggi. Somiglia piuttosto alla tua di fronte al silenzio: Dio ci fa paura, e noi non abbiamo voglia, in superficie, di consentire. Eppure non è nostro malgrado che acconsentiamo, in quanto si verifica un miracolo di questo genere: più profonda di tutte le nostre debolezze, paura, stanchezza dell’Assoluto, nella nostra anima risiede la certezza invincibile che questo Assoluto ci ama - allora non c’è niente da temere a gettarsi nell’Amore che Lui ci offre. Non è dunque una psicologia da conquistatori, ma da amati, che aprono il loro cuore a Quello di un Essere che infinitamente li supera, e che quindi li farà molto soffrire, ma che infine farà loro conoscere una Via della quale l’uomo non può farsi la minima idea, nemmeno nelle sue estasi.

E veniamo a San Tommaso. Ma anche qui, come faccio a farmi capire? C’è da disperare. Credi tu veramente che se io sentissi con certezza che una qualsiasi delle mie intuizioni profonde, o delle tue, o di quelle di chiunque, nella tradizione tomista dovesse venire repressa, io accetterei di farle fiducia? Vorrei che constatassi tu stesso, qui (perché vedo bene che non lo crederesti mai, e che mi crederai sempre circondato da imbecilli) la straordinaria libertà intellettuale, unica, che vi regna. Si ha il diritto di dire e di pensare qualunque cosa – tranne le sciocchezze, perché non stanno in piedi.

Ma allora – mi dirai – il tomismo? Bene, al tomismo si crede perché si sono visti i suoi grandi principi, e non si può rinunciare a quello che si è visto. Del resto, il tomismo non è un sistema: esso rimane aperto a tutte le intuizioni – purchè non si vogliano escludere le sue. Se lottiamo contro i sistemi, è proprio perché ogni sistema si barrica, per definizione, in questa o quella intuizione importante, e non prende in considerazione nessuna analisi onesta del problema. Sto ancora aspettando, da parte mia, che mi si segnali una sola verità che il tomismo non possa accogliere.

Mi dici che non lo si può più considerare che come un capitolo della storia della filosofia. Ma cosa intendi per storia della filosofia? Se è la storia della conquista (mai terminata eppure reale) della verità da parte degli uomini, sì, il tomismo è un capitolo di questa storia – ma un capitolo decisivo, i cui principi fondamentali sono acquisiti una volta per tutte quale base delle ulteriori ricerche che gli uomini hanno potuto fare. Quelli che hanno rifiutato queste basi hanno errato, nella esatta misura in cui hanno chiuso gli occhi alla loro luce. Ma per te la storia della filosofia è, in fondo, la storia degli errori dell’umanità: tu non credi alla verità. Però si tratta di una posizione personale tua, che non si impone con evidenza.

Vorresti ritrovare lo scettico "appassionato" che ero. Ma lo sono più che mai! Al di là dello scetticismo che nega la verità, c’è quello che non pretende nemmeno di negarla, e non rifiuta all’uomo il potere di raggiungere una verità imperfetta, ma reale. Pesa bene entrambe queste parole: l’audacia del tomismo sta nel non volerne sacrificare nessuna, il che costituisce per me, senza paradossi, il colmo dello scetticismo. Il tomista è un superscettico. Infatti lo scettico che esclude radicalmente ogni idea di verità, pretende almeno (altrimenti tace) che il suo atteggiamento sia perfettamente adeguato alla condizione umana – pretesa questa che un tomista non avrà mai, in nessuno dei suoi atteggiamenti, almeno con altrettanta durezza.

Resta da stabilire se gli studi che sto facendo permetteranno al mio silenzio di essere "puro". Questa questione è insolubile per chi non ne ha l’esperienza, e non è possibile spiegarla adeguatamente per iscritto. Soltanto un punto: questo silenzio non è il frutto della nostra ascesi e dei nostri sforzi : è un dono di Colui che ci chiama da lontano; la contemplazione di una contadina (Bernardette di Lourdes, per esempio), di una borghese istruita, di una nobile come Teresa d’Avila… e di un San Tommaso, sono sostanzialmente identiche, e non differiscono che psicologicamente, o per i carismi, quindi superficialmente.

Dio non ha bisogno di essere ignorante per superare l’erudizione, e nella contemplazione chi agisce è Lui, non siamo noi. Lo diceva già Pascal: la vera filosofia se ne infischia della filosofia, essa non altera quindi la purezza del silenzio. Noi non siamo degli eruditi, siamo dei mendicanti della Rivelazione, quindi ben spogliati e ben nudi, almeno se siamo fedeli alla nostra vocazione.

Ma occorrerebbe che ci incontrassimo!…

Il tuo scettico appassionato che è cambiato molto meno di quanto tu creda, anzi è tale molto di più di quanto tu sospetti, sempre rimanendo il tuo fedele amico A. Molinié

 

 

12.1.47

Mio caro Cioran,

Devo pure confessarti che, senza Ginevra, non mi sarei forse mai tirato fuori dal mio pantano. Avevo ben capito che sarò solo, sempre solo – ma mi restava il "gioco" di vedere la volontà di uno di quegli esseri insignificanti che sono le donne diventare improvvisamente, in un istante, con una conversione brutale e una disfatta assoluta, cosa mia, sulla quale, per l’amore che mi offriva, io avrei avuto un potere infinito. Senza interesse prima di questo dono, senza interesse dopo, buona per essere gettata via come una buccia di arancia (lo sapevo in anticipo), la donna diventava, in quel momento, qualcosa di così patetico e di così lacerante che, per contemplare la caduta di un’anima in un’altra (caduta che d’altra parte mi avrebbe reso odiosa quella donna subito dopo) valeva la pena di vivere. E in fondo era questa la mia unica ragione di vivere: qualche istante di intensa contemplazione attinta nell’amore, nell’arte, nel gioco in tutte le sue forme.

Eppure, in fondo a me, sonnecchiava un essere che cercava ancora la verità, meno (come dice Proust a proposito di Swann alla ricerca di Odette) "perché sperava ancora di trovarla che perché era troppo duro per lui rinunciarvi". Oscuramente sentivo che il valore di quei lampi fuggevoli stava nel lasciar intravedere qualcosa di una realtà misteriosa nascosta dietro all’abituale corso della vita ed alle apparenze quotidiane del mondo, realtà che il mio spirito avventuroso era segretamente pronto ad inseguire, ad inseguire lei (quella realtà, n.d.t.), nella sua oggettività, non appena si fosse aperta una via seria per condurmi, non più a degli attimi di grazia in cui si sente passare qualcosa, ma alla cosa stessa. Ero insomma un essere che soffriva atrocemente di essere solo, e sognava ancora, quasi suo malgrado, di "amare ed essere amato", pur essendo ben consapevole di stare cercando negli esseri umani, più che gli esseri umani stessi, questo "qualcosa" intravisto nel barlume di situazioni ad alta tensione e di musiche profonde.

Occorreva dunque accettare di essere solo, oppure rinunciare a questo qualcosa che, lui soltanto, avrebbe calmato la mia sete. Ufficialmente, avevo scelto di essere solo: la mia decisione sembrava essere stata presa, come la tua, anche se con una leggera differenza. Io sentivo veramente, dietro a questo fango, un mistero reale (almeno momentaneo, perché mi aspettavo anche il nulla, dopo la morte) – ed è questo mistero, anche se inaccessibile, anche se forse illusorio, che mi tratteneva su questa terra (e non, come te, la pura prospettiva di mordermi da solo): io rimanevo inspiegabilmente convinto che la vita era uno splendore, un’estasi senza nome. Quello che mi disgustava ero io, io e gli uomini, ma non la vita, non il reale: non il mistero.

Il mondo, io compreso, mi faceva vomitare, ma il mistero del mondo, ah! Il mistero del mondo, che abisso! Che attrazione! Ogni essere, ogni uomo in particolare, mi metteva nausea, ma il mistero di quest’uomo! Il mistero della sua natura e del suo destino, era una cosa che mi pareva infinitamente bella, infinitamente infinita… Come esprimerlo? Amavo l’arte come filtro che, eliminando la banalità limitata delle cose, non ne tratteneva che il mistero. Questo mistero era come una luce che inondava tutto: le cose erano spregevoli, ma non questa luce che cercavo in esse.

Naturalmente, tutto questo, allora, non lo sapevo in modo così chiaro come lo so adesso; non capivo io stesso le mie reazioni profonde. Ma all’incirca era così. La mia solitudine non era puro isolamento, ma solitudine-davanti-al-mistero: e così l’amavo profondamente. Gli uomini, il mondo, la vita sociale, erano per me pedine con cui giocare per mantenermi in presenza del mistero…..per giocare anche con lui, ma era un gioco serio e appassionato, questo!

E’ a questo punto che comparve Ginevra: fu lei che mandò in pezzi il mio sistema. Ecco il perché. Ginevra sentì molto presto cos’è che volevo da lei: quella capitolazione dopo la quale non mi sarebbe più interessata. Ma lei era orgogliosa, a modo suo: non vi consentì mai. Io mi sarei anche accontentato di un’ammissione, di un dono puramente spirituale, dopo il quale le avrei ben volentieri, nell’esaltazione del comune sacrificio, accordato la libertà. Ma anche questo dono, lei si rifiutò di darmelo in modo chiaro, malgrado la sua sete di un dono assoluto (o proprio a causa di questa sete). Allora io mi misi a soffrire letteralmente come un dannato: perché compresi che il suo rifiuto veniva dal fatto che, in realtà, io non l’amavo, e che di fronte ad un amore vero lei si sarebbe arresa. Fui allora divorato da qualcosa come quella sete impotente di amare che si deve provare all’inferno: posso dirti che è spaventoso. Perché amarla sul serio avrebbe significato rinunciare a lei, per la sua pace, ma è questo che non riuscivo a fare.

Questa situazione è durata un anno di sofferenze reciproche. Fino al giorno in cui ho visto che la mia sete vera andava al di là di Ginevra, che con questo mistero dell’assoluto non era più possibile scherzare: ero caduto in trappola, avevo bisogno di Lui a qualunque costo, non potevo più fare a meno di amare davvero: un Amore così conduce a Dio.

In altre parole: due sono le cose che da sempre mi interessavano, il mistero del mondo, e il mistero dell’amore. Sia l’uno che l’altro portano a Dio, ma a condizione di impegnarvisi, e io non volevo farlo: io volevo giocare con il mistero e con l’amore; non amare, ma guardare l’amore, recitare l’amore con una curiosità appassionata.

Solo che a questo gioco io sono stato preso: Ginevra mi ha rivelato cosa vuol dire non poter amare, e contemporaneamente anche la terribile profondità della sete di amare che sta in fondo a noi – e che è la sete stessa di Dio. Infatti, perché il mio gioco riuscisse occorreva che Ginevra mi amasse. E affinché lei mi amasse, compresi rapidamente che bisognava che l’amassi anch’io. Ero capitato su un essere troppo lucido e troppo semplice per lasciarsi sedurre da qualcosa di diverso dall’amore vero. Ora, di questo amore vero compresi anche che ne ero del tutto incapace, e nello stesso tempo compresi concretamente, atrocemente, che l’unica beatitudine sta nell’amare, che l’unica vita sta nell’amare, e che tutto il resto (intelligenza, genio, poesia, donne conquistate, anche bellezza), senza l’amore vero, senza l’amore che si dona, non è che fango.

Il mistero dell’uomo è il superarsi, ed è per questo che il mistero è così bello mentre l’uomo è così meschino. E questo superamento è l’amore. Capirlo, sentirlo nella propria carne e vedersi nello stesso tempo radicalmente incapace anche di una sola goccia di puro amore: ecco, per scoprire in che cosa può consistere la dannazione bisogna avere attraversato tutto questo. Vedere che un essere ti sfugge perché non è amato, che questo essere è fatto per l’amore e noi, invece, per l’orgoglio impotente… no, non posso descriverlo.

Eppure quella era già la salvezza, perché era la sete positiva di amare. Non potevo più accettare di non amare, non potevo più rassegnarmi all’egoismo. Vivevo all’inferno, ma preferivo il mio inferno alla mia ironia di prima. Proprio in questo ero già salvato, perché ero già uscito dall’abulia cosciente. Io volevo, con una volontà radicalmente impotente (da lì questa impressione di inferno), ma infine volevo amare (ed ho anche fatto degli sforzi positivi in questo senso).

Questi semplici sforzi bastarono perché Ginevra, in preda lei stessa a modo suo agli stessi tormenti, mi si attaccasse; e portammo così avanti una vita straordinaria, un gioco di orgoglio e di amore alternativamente trionfanti, fino al giorno in cui insieme scoprimmo il convento. Pregare insieme era l’unica soluzione: ma qui cessammo di vederci chiaro. Un gran vento ci trascinò via tutti e due, ed è soltanto adesso che so perché le cose sono andate così: Dio è l’unico sbocco possibile di un amore puro ed assoluto, perché Lui solo ne è degno.

Per oggi ho chiacchierato abbastanza. E in modo non soddisfacente: preferirei parlartene a voce. Vieni a trovarmi… non sarà poi tanto più faticoso di un pasto in città, e quanto sarei felice di parlare di tutto questo con te!

Tuo fedele Molinié

P.S. Mi sono permesso di leggere la tua lettera ad un fratello di qua, e lui mi ha detto semplicemente: "quel tipo è salvato".


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