MESSAGGIO DI NATALE 99


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Miei cari Amici,

un gran numero di cristiani, di membri del clero e di teologi attende per il terzo millennio un "nuovo cristianesimo", ispirato ufficialmente dal Concilio... e segretamente dalla New Age.

Già nel 1957 Jacques Fesch insorgeva, con parole premonitorie, contro questo cristianesimo che vedeva profilarsi all’orizzonte:

"Mi sento un po’ turbato per la conversazione che stamattina ho avuto con il cappellano. È un uomo dotto, come molti domenicani, ma a forza di meditare troppo giungono a presentare una sintesi di concetti filosofici e religiosi che è lontana dalla semplicità evangelica. Interpretano troppo, e finiscono con gettare il dubbio dappertutto, senza proporre essi stessi nulla di decisivo davvero.

La discussione, in primo luogo, era orientata sull’inferno. Da ciò che ho creduto di capire, esso esiste, certissimo… ma infine… la misericordia del Signore essendo infinita, si può supporre che, a parte i diavoli e alcuni realmente cattivi individui, vi si trovino poche anime perdute per l’eternità!

D’altra parte, sulla questione del peccato sembrano considerare soprattutto l’orientamento generale della vita, che si riassume in positivo o in negativo. Che vi siano degli alti e bassi in un’esistenza, è secondario, purché la vita sia diretta verso il bene. Evidentemente, non si può dire che ciò sia falso, solamente che questa idea lascia in bocca una indefinibile insipidezza, e si ha un po’ voglia di dire: a che pro? È incoraggiare la tiepidezza.

Da qualche tempo c’è una specie di apatia che s’è impossessata del clero e che fa crogiolare in una sorta di tran tran improduttivo. Quando si legge la vita dei santi, non c’è né pressappoco né tiepidezza. I loro atti, le loro parole, i loro pensieri sono nettamente stagliati, e quando dicono bianco non vuol dire che a rigore ci si potrebbe ammettere un po’ di nero.

La virtù è una, indivisibile ed eterna. Ciò che piaceva al buon Dio al tempo di san Francesco d’Assisi continua certamente a piacergli al giorno d’oggi, malgrado tutta l’evoluzione scientifica, psichiatrica, eccetera. L’inferno io lo vedo ben colorato, con dei demoni e tanto fuoco. Mi è indispensabile [pensarlo così], perciò non mi si venga a togliermelo. D’altronde sono ben tranquillo. Il Vangelo è pieno di allusioni a questo soggetto. Se si devono interpretare anche le parole di Cristo, tanto vale farsi buddisti.

E poi ho ancora in mente le parole della Vergine a Fatima: « Pregate per i peccatori; troppe anime vanno all’inferno perché nessuno prega per esse », e la descrizione della vista dell’inferno avuta dai pastorelli. Ecco una cosa chiara, almeno! Maria parla sì, dell’infinita misericordia di Dio, ma domanda pure che ciascuno reciti un rosario al giorno, ciò che evidentemente necessita ben altra cosa. A Lourdes pure: « Pregate per i peccatori ».

Se l’inferno non è che una specie di spauracchio, non comprendo più le sofferenze di Cristo, la comunione dei santi, e il Vangelo non ha detto la verità, se così fosse. Proprio al contrario, in tutte le sue parole Gesù non si stanca di affermare che il mondo è perduto. « Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia » (san Giovanni) [Gv 15,19].

E poi, basta constatare le conseguenze del peccato quaggiù, per comprenderne la gravità. Se noi, che siamo deboli, dobbiamo subire tali sofferenze, che dire delle anime immortali che contemplano ogni cosa senza alcun velo?!

E poi, il Cielo, le cui meraviglie sono ineffabili, non può esistere se non perché c’è un inferno a meglio sottolinearne il contrasto. Quanto la gioia abbonda nel Paradiso, altrettanto il dolore regna nell’inferno". (Jacques Fesch, Giornale intimo, Torino, LDC, 1982, p. 133-135).

Per illustrare queste parole di Jacques Fesch vi propongo oggi la storia di Gilles de Rais, nel racconto di Pierre Bellemare. Non è un racconto di Natale, tutt’altro, e non so neanche se Pierre Bellemare sia cristiano. Ma è onesto, e gli basta questo per riconoscere l'esistenza di un fossato assoluto tra la mentalità del Medioevo (che era ancora quella di Jacques Fesch, come la mia), e quella dell'Occidente cosiddetto cattolico. Questa evidenza si ricollega alle parole di Gesù Cristo sulla Porta stretta e al suo angoscioso interrogativo: "Il Figlio dell'Uomo, quando tornerà, troverà la fede sulla terra?"

A questa domanda Gesù stesso non offre altra risposta che l'Eucarestia, la Madonna, la Medaglia miracolosa; e Teresa di Gesù Bambino la sua offerta all'Amore misericordioso: la legione delle "piccole anime, vittime di olocausto" di questo Amore, ha ricevuto la promessa che saprà vegliare tenendo la lampada accesa fino al ritorno dello Sposo che sembra tardare... ma che non distoglie mai da essa il suo sguardo come una madre che veglia sui suoi figli.

 

 

 

STORIA DI GILLES DE RAIS

 

"Come si diventa il più grande criminale della storia? È il caso? Il destino? C’è l’uno e l’altro nella vita di Gilles de Rais, una vita che nessun romanziere avrebbe mai osato inventare.

Egli nacque nel 1403, nel castello di Champtocé, vicino a Nantes, da Guy de Laval, dell'illustre casato dei Laval-Montmorency, e da Marie di Craon, che disponeva di un’immensa fortuna. Guy de Laval viene ucciso nel 1414, nella battaglia di Azincourt, e Marie de Craon muore poco dopo. Ancora bambino Gilles si trova in possesso di un immenso territorio che va dalla Bretagna al Poitou, dal Maine all'Anjou, non è ancora adolescente e una parte della Francia è sua.

Gilles è affidato al nonno materno, Jean de Craon, un anziano signore pieno di spirito, ma dal carattere lunatico. Gilles lo adora, ma c’è da dubitare che egli abbia esercitato su di lui un influsso benefico, di certo non lo ha educato alla modestia.

Un giorno – Gilles ha dodici anni – lo porta su un’alta collina che domina la Loira. A perdita d’occhio non si vedono che campi e villaggi. Jean de Craon prende il nipote per le spalle e gli dice con voce vibrante:

"Guarda! Tutto questo è tuo. Tu sei il padrone di tutte queste terre. Fà un buon matrimonio e diventerai l'uomo più potente della Francia!"

L'uomo più potente della Francia... Questa espressione farebbe girare la testa a chiunque, e il giovane Gilles non è chiunque.

Manifesta già delle inclinazioni bizzarre su cui il nonno, nel suo liberalismo assoluto, chiude gli occhi: è crudele, alleva dei molossi e si diverte a farli digiunare e a lanciarli nei campi contro le pecore; si pasce dello spettacolo del sangue e rientra al castello in preda a uno strano turbamento...

Ma non è soltanto crudele, i suoi sensi si svegliano precocemente e in una direzione ben precisa. sono i giovani della sua età che lo attirano e solo loro. La sua balia cerca d’imporsi, ma il nonno la manda a quel paese: se Gilles è così, che cosa si può fare?, che segua la sua natura e prende l'adolescente per il braccio, lo porta negli scantinati del castello, apre casse piene d'oro e fa scorrere cascate di monete fra le dita, dicendo:

- Guarda, è tuo! E’ tutto tuo!

Quando il nipote ha sedici anni, Jean de Craon decide di ammogliarlo. Combina il matrimonio con Caterina de Thouars, ricchissima ereditiera e cugina di Gilles, in possesso di terreni attigui ai suoi nella regione di Tiffauges; ma Caterina è parente troppo prossima di Gilles e ci vuole la dispensa del Papa.

La dispensa tarda ad arrivare e allora il giovane compie un gesto clamoroso: rapisce la fidanzata e si presenta davanti a un sacerdote che si trova costretto a sposarli.

Caterina, impressionata dall’ardore di conquista del suo sposo, dovrà presto ricredersi perché, subito dopo essersi sistemato con lei a Tiffauges, lui la lascia. All’inizio non lo vuole ammettere, ma poi deve arrendersi all'evidenza, quando lo vede girare attorno ai paggi e trattenersi con loro in interminabili colloqui... Gilles de Rais invecchierà dunque in un matrimonio fallito e in una vita oziosa e dissoluta? Non sarà che un gran signore depravato come ce ne sono tanti? Ebbene no! Gilles de Rais entrerà di prepotenza nella Storia, in quella più grande, nella parte più nobile della storia di Francia...

È un triste tempo, per il nostro paese, questo esordio del XVo secolo: è il periodo più nero della guerra dei Cent’anni, gli Inglesi sono dappertutto, sia personalmente, sia mediante i Borgognoni, il partito francese che ha sposato la loro causa.

Re Carlo VII, il Delfino – lo si chiama così perché non si è ancora fatto consacrare – vegeta a Chinon fra le poche terre e i pochi signori che gli sono rimasti fedeli. E alla corte, una corte miserabile di cui anche un conte non saprebbe che farsene, il più appassionato sostenitore del re risponde al nome di Georges de la Trémoille. È conestabile di Francia e amico intimo di Jean de Craon, ha sentito parlare di Gilles, forse ritiene che le sue qualità militari sarebbero state utili al partito francese, forse ha sentito parlare della cattiva china che il giovane sta seguendo e vuole rimetterlo sulla buona strada. Come che sia lo convoca a corte.

Quando Gilles de Rais arriva a Chinon tutto è in fermento. Qualche giorno prima era arrivata da Domrémy una giovane pastora, si chiamava Giovanna d’Arco e si diceva che sarebbe stata capace, da sola, di salvare il regno.

I due giovani s’incontrano ed è uno degli incontri più straordinari della Storia... Che cos’hanno in comune la Pulzella e il giovane depravato? La santa, inviata da Dio, e colui che attira inconsciamente il diavolo? La pastorella e il ricchissimo signore?... I due sono di fronte, lui la fissa col suo sguardo dominatore. Ha ventisei anni, è nel pieno rigoglio della sua virilità e, malgrado la bassa statura, c’è in lui qualcosa di maestoso e impressionnante: il suo corpo tarchiato è quello di un guerriero fatto per la lotta, ma è soprattutto la sua barba che affascina: una barba di un nero così intenso da mandare riflessi bluastri.

Gilles non dovrebbe degnare d’uno sguardo quella Giovanna che lo fissa con i suoi occhi candidi, ha sempre disprezzato le donne. E tuttavia capita il contrario: è lui ad essere soggiogato da lei. Che cosa gli succede? Quale forza misteriosa lo spinge a consacrarsi da quell’istante, anima e corpo, a quella fanciulla di apparenza così umile? È un miracolo, non c’è altra parola, che le si dia un senso psicologico o soprannaturale.

A partire da quel momento Gilles segue Giovanna ciecamente. È il suo compagno d'armi più amato e più fedele. È al suo fianco il giorno della presa di Orléans, l’8 giugno 1429, ed è al suo fianco a Reims, il 17 giugno, alla consacrazione di Carlo VII. È un giorno glorioso per Gilles de Rais: sta alla sinistra del re, mentre la Pulzella sta alla sua destra, riceve il titolo di maresciallo di Francia e il diritto di mettere i gigli sul suo stemma...

Ma alla vittoria succede la disfatta, poi la tragedia. Subito dopo la consacrazione, lui e Giovanna falliscono davanti a Parigi. Lui si ritira, la lascia proseguire da sola. Poi Giovanna viene fatta prigioniera e il 30 maggio 1431 un messaggero informa Gilles, che si trova nel suo castello di Champtocé, che è stata arsa viva a Rouen.

Gilles de Rais si sente infinitamente solo. Eppure è l'uomo più famoso, più ricco e più potente di Francia. Anche il re lo invidia perché possiede tante terre quanto lui. La sua fortuna è immensa, la si è potuta valutare a circa a dieci miliardi di franchi. Ma questo cosa significa? Di per sé niente e questo Gilles lo sa... o piuttosto è una terribile tentazione: la possibilità di fare tutto, protetto dalla gloria e dalla potenza.

In un’altra ala del castello, Jean de Craon sta spegnendosi... Gilles de Rais teme più di ogni altra cosa la morte del nonno, il solo essere che abbia amato su questa terra oltre a Giovanna. Quando lui non ci sarà più sarà definitivamente solo, totalmente abbandonato a se stesso, e Gilles trema davanti a questa prospettiva, perché sa benissimo che cos’ha dentro.

Jean de Craon muore il 15 novembre del 1432...

Gennaio 1433. Un cascinale come gli altri del paese nantese. Un contadino e sua moglie vedono passare due cavalieri davanti alla loro stamberga. Sono ben vestiti, portano l'abito dei famigli del signore. Bussano alla porta barcollante, l’aprono. Il soffio della tormenta penetra nella capanna. All’interno sono in otto a stringersi come possono attorno a un fuoco quasi spento: oltre ai genitori, ci sono quattro ragazze e due ragazzi.

Uno dei due uomini si mette a parlare. La borsa che porta attaccata alla cintura li incanta…

– Sono Poitou, servitore di messer Gilles de Rais. Il mio compagno si chiama Henri...

Il contadino e sua moglie tacciono, non trovano parole tanto quell’apparizione sembra loro venire da un altro mondo. Poitou continua:

Il mio padrone cerca giovani paggi… E intanto rigira con noncuranza la borsa fra le dita.

– Il mio padrone è molto generoso...

Indica il più piccolo dei ragazzi, un ometto mingherlino coi capelli scompigliati che deve avere otto anni.

– Questo andrebbe bene.

Non deve aggiungere altro. La madre prende il bambino, gli lava la faccia e lo pettina in fretta. Poitou tira fuori qualche moneta dalla sua borsa. Qualche minuto dopo il bambino è a cavallo. Stringe tutta la sua roba in un fazzoletto col nodo, ha un sorriso radioso, i fratelli lo guardano con invidia...

Dopo che i due uomini se sono andati, il contadino e sua moglie restano a lungo in silenzio. Provano qualche vago timore, qualche vago rimorso. Da qualche tempo ci sono troppi bambini che spariscono nella zona, ma saranno i lupi, e se non sono loro, saranno gli Inglesi. In ogni caso lui, magrolino com’era, sarebbe morto di freddo prima della primavera.

8 maggio 1435. Come ogni anno alla stessa data da ormai cinque anni, gli abitanti di Orléans celebrano la liberazione della loro città. Ma questa non sarà una cerimonia come le altre: Gilles de Rais, lo storico vincitore, ha deciso di parteciparvi di persona.

Fa il suo ingresso al suono delle campane, alla testa della sua casa militare e civile. È fantastico, grandioso, di uno sfarzo incredibile: duecento cavalieri con i loro scudieri e i loro servi, la folla dei servitori personali di Gilles, araldi, trombettieri, musici, il più bel coro di fanciulli del regno e centoquaranta attori e buffoni.

Sono stati allestiti dei palchi nella piazza principale di Orléans. Gli attori interpretano il Mistero della liberazione di Orléans, dramma di circostanza, a gloria di Giovanna d’Arco e di Gilles.

Il pubblico è sbalordito. Non s’è mai vista a memoria d’uomo una festa così bella. Tutti acclamano:

- Viva Monsignor Gilles!

Ma lui non sorride. Nel suo scranno, posto sotto un baldacchino, è l’unico in quell’atmosfera di festa ad avere un’aria cupa. Cos’ha voluto fare dando quella festa che manderebbe in rovina le casse di uno Stato? Senz’altro rituffarsi in quei tempi limpidi quando le sue tenebrose inclinazioni erano trasfigurate dalla sua radiosa compagna d'armi. Ma quel fascino non funziona più, Giovanna non ha fatto un altro miracolo e tutti guardano con una specie di timore quell’uomo tarchiato dalla barba nera e dal volto chiuso in se stesso come per nascondere uno terribile segreto.

La verità, il segreto di Gilles, è duplice. Prima di tutto, malgrado la sua prodigiosa fortuna, sta andando in rovina. La festa di Orléans non è stata che la più vistosa, la più esorbitante delle sue spese, ma è nella vita di ogni giorno che il signore di Tiffauges, Champtocé e altri luoghi si tratta come un re.

I suoi eredi si preoccupano e si rivolgono al re. Questi è fin troppo contento di contrastare un signore che invidia, dichiara Gilles de Rais "prodigo e incapace" e lo fa mettere sotto tutela. D’ora in avanti non potrà più fare spese senza l’autorizzazione dei suoi tutori.

Ma è conoscere male Gilles. Subito, in atto di sfida, vende una parte delle sue terre al duca di Bretagna Giovanni V, poi, siccome ha cominciato, continua. Si sbarazza dei suoi feudi, svende, liquida e l'oro ritorna nelle sue casse, ma è di nuovo dilapidato in lussi incredibili… E così viene di nuovo a mancare e Gilles de Rais capisce che sta per arrivare il momento in cui non avrà più niente da vendere. Allora non può far altro che ricorrere all'altro mezzo di cui ci si serve per procurarsi l’oro, il mezzo tenebroso e pericoloso: l'alchimia...

Gilles de Rais sente dire che il migliore alchimista sulla piazza è un fiorentino di nome Prelati. Manda degli emissari dall'altra parte delle Alpi con l’incarico di portarglielo a qualsiasi prezzo.

Francesco Prelati ha ventidue anni e ha una bellezza di serafino che contrasta singolarmente con l’arte che pratica. Malgrado la giovane età ha la testa sulle spalle e capisce tutto il profitto che può trarre da Gilles de Rais, e così accetta.

Con Prelati Gilles perde effettivamente ogni senso critico ed anche ogni buon senso, crede ciecamente a tutte le sciocchezze che gli spiattella. Perchè? Forse per i suoi ricci e il suo sorriso d’arcangelo…

- Monsignore, io sono in contatto abituale con il diavolo chiamato Barone. È lui che ha il potere di far apparire l'oro.

- Ve ne prego, evocatelo subito, qui sul posto!

Prelati accende un grande fuoco nel camino e pronuncia le formule cabalistiche. Ma Barone non appare...

Del resto anche nei mesi seguenti il diavolo non appare mai in presenza di Gilles. È solo quando il mago si chiude nella sua stanza che acconsente a manifestarsi, ma i risultati sono meschini: invece dell'oro, il demonio non lascia che mucchi di cenere e di foglie secche.

Questo fa andare talora in collera Gilles de Rais: queste sedute di magia nera gli costano una fortuna, ma Prelati ha sempre la risposta pronta.

- è normale, Monsignore, il diavolo è burlone, adora prendersi gioco dei mortali. Bisogna continuare a evocarlo.

E Gilles de Rais continua a dargli fiducia: lo terrà al suo servizio fino alla fine. La sua mente comincia a smarrirsi ma in ogni modo non ha scelta: solo l'alchimia e l'intervento del diavolo lo possono salvare. Ormai non ha quasi più niente e ha bisogno di oro ad ogni costo, non per continuare una vita fastosa, alla quale rinuncia a poco a poco, ma per comprare le coscienze, per conservare una facciata di potenza, per evitare che si scopra il resto...

E il resto ci porta dritti nell'orrore... è subito dopo la morte del nonno che Gilles de Rais, ormai definitivamente solo, si è abbandonato ai suoi istinti e cioè al crimine.

I suoi procacciatori, Henriet e Poitou, percorrono il paese alla ricerca di ragazzi, talora ragazze, tra gli otto e i dodici anni, e li portano in uno dei castelli del signore. Gilles de Rais si apparta con la giovane vittima, la pugnala, la tortura e, dopo che ne ha fatto quel che vuole, la decapita. Poi s’inginocchia davanti al cadavere e supplica in lacrime la giovane anima che si trova ancora nella stanza di pregare il Signore per lui.

La cosa va avanti per mesi, per anni. Le teste dei bambini più belli sono esposte per qualche giorno in una stanza in cui si abbandona al vizio con i domestici, dopo di che vengono date alle fiamme o interrate.

Spesso, la notte, durante il giro di ronda nei castelli di Tiffauges, Mâchecoul e Champtocé, le guardie vedono provenire un bagliore dal torrione. Dal camino si alza un fumo nero che ricade sotto forma di pioggia viscida. Nelle cantine degli stessi castelli si accumulano casse piene d’ossa, non si sa più dove metterle…

Passano gli anni, arriviamo alla primavera del 1440: è a centinaia che bisogna calcolare le piccole vittime in tutto il nantese.

Gilles de Rais è quasi rovinato e braccato da una muta di creditori, e tuttavia nessuna azione penale è stata ancora intentata contro di lui. Che cosa fanno tutti quei genitori che rimangono senza notizie dei loro figli, o figlie, portati via un giorno dai servi del maresciallo di Francia? Che cosa fanno le guardie, i domestici che devono per forza aver capito? Semplice: non fanno niente perché hanno paura. Bisbigliano fra di loro, si segnano passando davanti alle alte torri del castello, ma tacciono. Probabilmente non osano credere a un simile orrore, a un simile abominio, soprattutto non da parte del compagno di Giovanna d’Arco, del liberatore del regno...

E l'orrore sarebbe durato ancora a lungo se Gilles de Rais non avesse commesso la sola colpa che lo poteva perdere...

Il lunedì di Pentecoste del 1440 si mette alla testa di un drappello di sessanta cavalieri. Ha venduto di recente a un certo Geoffroy le Féron i suoi possedimenti di Saint-Etienne-de-Mer-Morte. Ora, non solo costui non ha pagato, ma Gilles ha ricevuto delle lamentele da parte dei suoi servi: non appena preso possesso delle terre Geoffroy le Féron ha ristabilito le tasse da cui egli li aveva definitivamente dispensati. Ed ecco dunque il signore di Tiffauges, che guida una spedizione punitiva per proteggere dei servi, dei servi che, nella mentalità dei signori dell'epoca, non valgono molto più di un oggetto. Ma non per lui, per lui sono uomini come gli altri, e non indietreggia davanti a nessun pericolo pur di render loro giustizia.

Geoffroy le Féron è assente dal castello di Saint-Etienne-de-Mer-Morte, ma c’è suo fratello Jean, che si trova nella cappella. Jean le Féron è un monaco e sta ascoltando la messa di quel lunedì di Pentecoste. Gilles lo vede e il sangue gli monta alla testa, con la scure d’arme in mano entra in chiesa, strappa l'ecclesiastico dal banco e grida:

- Ribaldo! Hai estorto denaro ai miei uomini e li hai percossi! Seguimi o ti ammazzo!

Jean le Féron, terrorizzato, obbedisce al messere dalla barba nera. Il sacerdote che celebrava la messa fugge gridando, i fedeli tacciono morti di paura e Gilles, dopo averlo abbondantemente ingiuriato, fa rinchiudere il monaco nelle segrete del castello…

Era pura follia. Gilles de Rais poteva infischiarsene delle decisioni del re e rifiutare la tutela, poteva uccidere, ma non poteva sequestrare un religioso mentre ascoltava la Messa. Il sacrilegio era all'epoca il solo crimine inespiabile, che neanche un re si poteva permettere. La chiesa reagirà all’offesa. Gilles de Rais ha segnato la sua condanna per proteggere qualche servo.

Infatti non manca chi non aspetta che un pretesto per abbatterlo. Il primo è il duca di Bretagna, Giovanni V, che lo convoca alla sua corte a Josselin. Giovanni ha certamente sentito parlare della scomparsa di bambini, ma non è questo che lo preoccupa. Se tiene così tanto alla caduta del maresciallo di Francia è per ragioni meno confessabili. Tutti quei possedimenti che Gilles ha venduto per un pezzo di pane sono stati ricomprati in condizioni non sempre molto chiare. Il più delle volte si trattava di prestanome che agivano per conto dello stesso duca. Se il signore di Tiffauges fosse stato condannato, più nessuno avrebbe fatto domande sulla regolarità di quegli acquisti.

Giovanni rimprovera aspramente il suo vassallo per l’abominevole sacrilegio da lui compiuto a Saint-Etienne-de-Mer-Morte. È disposto a perdonarlo dietro pagamento di una ammenda, ma l’ammenda è così alta che Gilles non potrà mai pagarla. È in trappola.

E lo è più di quanto non immagini. C’è un altro anche lui in attesa dell’occasione propizia: è Jean de Malestroit, vescovo di Nantes, ma lui solo per porre fine ai suoi crimini. Già da tempo erano giunte all’episcopio delle voci, delle notizie talmente orribili che in un primo momento il vescovo non aveva voluto dar loro credito, ma erano così numerose e concordi che alla fine dovette arrendersi all'evidenza: nella sua diocesi c’era il più grande criminale della storia. E però, fino a quel momento, non erano che voci: nessuno aveva osato fare contro Messer de Rais una deposizione scritta.

Ma adesso Jean de Malestroit sente che è venuto il momento di agire. Lancia contro Gilles una diffamazione. La diffamazione era una procedura ecclesiastica dell'Ancien Régime, utilizzata in tutti i casi in cui la Chiesa era chiamata in causa: nelle prediche della domenica tutti i parroci della diocesi dovevano leggere un proclama ai fedeli, ingiungendo loro di testimoniare sotto pena di scomunica.

Ma, dopo aver lanciato la diffamazione, il vescovo de Malestroit non se ne sta colle mani in mano. Sa che anche la minaccia di scomunica – il castigo più grave per l'epoca, perché significava la dannazione assicurata – non sarebbe stata sufficiente. I contadini temevano Gilles de Rais più dell’inferno e allora Jean de Malestroit decide di percorrere lui stesso la campagna in pompa magna, con un corteo impressionante. Bisognava colpire l’immaginazione di quella povera gente, far loro vedere che la Chiesa, in tutta la sua pompa, in tutta la sua potenza, si ergeva contro il loro carnefice e che non c’era che Dio che fosse più forte del diavolo..

All’inizio malgrado tutto le bocche restano chiuse. Il vescovo avverte il terribile conflitto che agita quelle coscienze. Finchè un giorno davanti a una stamberga simile a tutte le altre, un contadino s’inginocchia davanti alla veste viola. E parla.

- Sì, Monsignore, Messer de Rais ha ucciso mio figlio. I suoi uomini lo hanno portato via sei anni fa e un servo di Tiffauges mi ha detto che lui lo ha ha sgozzato.

Jean de Malestroit ha un’ispirazione improvvisa:

- Vieni con me nel mio castello a Nantes. Lì sarai al sicuro.

Era ciò che bisognava dire: i contadini capiscono subito che Gilles de Rais non può più niente contro di loro.

Allora parlano... parlano tutti... ed è una cosa straziante. È un fiume, una piena di lacrime. Nei giorni e nelle settimane che seguono i segretari di Jean de Malestroit registrano deposizione su deposizione... Il 13 settembre 1440 il vescovo decide che può bastare. Può passare all'azione aperta e cita pubblicamente Gilles de Rais davanti al suo tribunale.

 

Noi, Giovanni, per grazia di Dio e della Sede Apostolica, vescovo di Nantes, a tutti e a ciascuno.

Dovete sapere che ultimamente abbiamo ricevuto più volte delle gravi lagnanze; siamo venuti a sapere che il nobile messere Gilles de Rais, barone della nostra diocesi, ha ucciso e sgozzato con atrocità inaudite, che non possiamo esporre a causa del loro orrore e che saranno rese pubbliche in latino, a tempo e luogo debito.

E il vescovo ingiunge alla forza pubblica di trarre Gilles de Rais in arresto per tradurlo davanti al giudice, il lunedì 19 settembre, giorno dell'Esaltazione della Santa Croce...

15 settembre 1440. Un drappello del duca di Bretagna, comandato da Jean Labbé, capitano della guardia, si presenta davanti al castello di Mâchecoul dove Gilles de Rais si è asseragliato. Mâchecoul è il più possente dei suoi castelli, le mura alte e liscie lo rendono praticamente imprendibile, ha una guarnigione numerosa e riserve abbondanti. Il vessillifero del duca di Bretagna avanza, al suo fianco c’è un araldo e parecchi trombettieri. Le trombe suonano due volte. L’araldo spiega la pergamena. Le trombe suonano una terza volta e l’araldo dice a voce alta:

- Noi, Jean Labbé, capitano della guardia, trattando a nome di monsignor Giovanni V, duca di Bretagna e di monsignor Jean de Malestroit, vescovo di Nantes, facciamo ingiunzione a Gilles, conte di Brienne, signore di Laval, di Pouzauges, Tiffauges, Mâchecoul, Champtocé e altri luoghi, maresciallo di Francia e luogotenente generale di Bretagna, di consegnarsi nelle nostre mani per rispondere davanti al tribunale ecclesiastico e a quello civile della triplice imputazione di stregoneria, assassinio e sodomia.

Gilles de Rais osserva dall’alto delle mura. Se gli restava un qualche dubbio sulla sua situazione, ora non ne ha più.

C’è un gran silenzio. Gli uomini del duca di Bretagna non sono numerosi. Attendono e cercano di non far vedere la paura. Gilles de Rais, che non ha esitato a sequestrare un religioso, la scure in mano, in pieno ufficio, avrà ancora meno scrupoli con loro, adesso che non ha niente da perdere. Da un momento all'altro una gragnola di frecce si abbatterà dalle saettiere…

Ebbene, no. Il ponte levatoio si abbassa e Gilles de Rais avanza. Sembra muoversi da sè, con una specie di sollievo, verso il castigo. E chissà che questo imprevedibile personaggio non abbia fatto apposta a perpetrare l'assurda profanazione di Saint-Etienne-de-Mer-Morte per affrettare una caduta che tardava a venire?

Henriet e Poitou, i due procacciatori del mostro, e Prelati, l’alchimista, sono tratti in arresto nel castello. La fase giudiziaria dell'affare Gilles de Rais può avere inizio ed essa sarà la parte più straordinaria della sua storia.

Il processo a Gilles de Rais comincia 19 settembre 1440 a Nantes, nella Torre Nuova del castello. Il maresciallo di Francia si presenta davanti ai suoi giudici con atteggiamento arrogante, in un abito orlato d’ermellino, la mano sul pomo d’oro della spada. Jean de Malestroit, che presiede, gli comunica che è perseguito per l'affare di Saint-Etienne-de-Mer-Morte e domanda:

- Gilles, riconoscete voi la competenza di questo tribunale?

I lineamenti di Messer de Rais si distendono. Sembra rincuorato che non si tratti che del sequestro del monaco.

- Acconsento volentieri.

- Molto bene, replica Jean di Malestroit, questa corte vi processerà dunque secondo le regole dell'Inquisizione.

E i suoi lineamenti si contraggono. Capisce con quale abilità ha manovrato il suo avversario: non respingendo l’accusa di sacrilegio, e cioè il crimine commesso contro la Chiesa, si è sottoposto colle sue mani all’apparato giudiziario più implacabile dell'epoca: l'Inquisizione. Nei processi dell'Inquisizione i diritti dell'accusato sono ridotti al minimo, in particolare non c’è avvocato... L'udienza è tolta e Gilles de Rais riportato nella sua cella.

Ha tutto il tempo di meditare sull’errore tattico appena commesso perché non è che l’8 ottobre che è condotto di nuovo davanti al tribunale per una seduta, del resto molto breve, nella quale gli si comunica che l’atto d’accusa sarà letto il 13.

È dunque il 13 ottobre che ha luogo l'udienza decisiva del processo. Il cancelliere legge l'atto di accusa, che non comprende meno di quindici pagine e quarantanove capi d’imputazione, e l'accusato illividisce. L’hanno giocato. Da quel momento capisce che più niente potrà salvarlo.

 

... Capo XV – Item, atteso ciò che prima è stato riportato dalla voce pubblica, poi dall’inchiesta segreta condotta dal signor vescovo di Nantes, ma attese anche le denunce che asserivano che il suddetto Gilles de Rais aveva esecrabilmente immolato ai demoni corpi di bambini e che a detta di molte altre il suddetto Gilles de Rais aveva evocato i demoni e gli spiriti maligni e sacrificato ad essi, e che aveva orribilmente commesso su ragazzi, sia maschi che femmine, il peccato di sodomia, disdegnando nelle bambine il vaso naturale, talora mentre erano vivi, talora dopo la loro morte e talora mentre morivano… l'accusatore dichiara e intende provare che il suddetto de Rais, posseduto dallo spirito maligno e dimentico della sua salvezza, ha commesso e perpetrato ciò che è esposto qui sopra e qui sotto per otto anni, tutti gli anni, tutti i mesi, tutti i giorni, tutte le notti di questi otto anni.

Capo XVI – Item che il suddetto Gilles de Rais, cinque anni orsono, in una sala bassa del suo castello di Tiffauges, fece tracciare parecchi segni, figure e caratteri da un certo Mastro Francesco Prelati, di nazionalità italiana, che si dice esperto nell’arte proibita della geomanzia..

Capo XXVII – Item che a Nantes, nella casa chiamata denominata "la Suze", sita nella parrocchia di Notre-Dame, in una certa camera alta dove aveva preso l'abitudine di ritirarsi per passare la notte, ha ucciso centoquaranta bambini in modo perfido, crudele ed inumano….

Article XXXVI - Item che sempre circa cinque anni orsono, dovendo il signore di Bretagna recarsi al castello di Champtocé, il suddetto Gilles de Rais fece portar via dai suoi complici Henriet e Poitou, per essere bruciate – per paura che il signor duca e i suoi uomini le trovassero – quarantacinque teste, con le ossa, di bambini innocenti barbaramente uccisi, sui quali aveva detestabilmente commesso il peccato di sodomia e altri crimini contro natura...

Capo IXL – In conclusione l'accusatore intende provare con i migliori mezzi a sua disposizione tutto ciò che è stato qui esposto.

- Riconoscete i fatti? chiede Jean de Malestroit all'accusato.

Gilles de Rais ha avuto tempo di riprendersi dalla sorpresa e davanti all'evidenza, malgrado la precisione schiacciante dei dettagli – che prova come l'inchiesta del vescovo fosse stata ben fatta – recupera tutta la sua protervia. Si erge in tutta la sua statura protendendo la barba nera.

- Non intendo rispondere a tali imputazioni. Considero voi e tutti i giudici dell'Inquisizione come dei debosciati. Preferirei essere impiccato che rispondere a tali giudici.

Il vescovo di Nantes si adira davanti a tanta insolenza:

- O rispondi o ti scomunico!

Gilles de Rais lo guarda negli occhi.

- Non ho niente da dire, sono tanto cristiano e vero cattolico quanto lo siete voi.

Questo è troppo. Gilles de Rais è scomunicato all’istante. La corte si ritira. E allora, tornato nella sua cella, Gilles de Rais crolla: la scomunica, per lui la cui morte è imminente, è la certezza dell'inferno, è essere abbandonato dalla Chiesa, da Dio stesso. E Gilles de Rais non ha mai smesso di essere profondamente credente. Fa richiamare i giudici, chiede piangendo che gli si tolga la scomunica e annuncia che farà una confessione completa. La scomunica viene tolta e la confessione viene fissata per il 22 ottobre.

Gilles sembra ormai sereno, con la rimozione della scomunica ha ritrovato la fiducia. Chiede che si conduca Prelati nella sua cella per potersi congedare da lui e gli è concesso il favore. Malgrado i magri risultati da lui ottenuti ha sempre avuto un debole per il giovane e bel mago. S’intrattiene a lungo con lui e al momento della separazione gli dice piangendo:

- Addio, Francesco, amico mio. Non ci rivedremo mai più in questo mondo, ma sii certo che ci rivedremo nella grande gioia del paradiso...

Chi parla in questo modo ha, secondo le stime, tra mille e millecinquecento omicidi sulla coscienza!...

22 ottobre 1440. Le vie di Nantes sono piene di folla. Gli abitanti della città e del contado si dirigono in massa verso una cappella sconsacrata, è lì che Gilles de Rais farà la confessione, perché la sala della Torre Nuova è stata giudicata troppo piccola per l’evento.

È una folla enorme e silenziosa… ed ecco l’accusato: non un grido né un mormorio, ma lo stupore si legge su tutti i volti. Il maresciallo di Francia non indossa più l’abito orlato d'ermellino, non ha più al fianco sinistro la spada col pomo d’oro. Porta un abito di stoffa grezza di colore rosso. Come mai ha scelto questa strana tenuta? Per mortificazione, dato che è l'abito che portano i servi, o per provocazione, dato che il colore è quello del sangue? Forse, anzi quasi certamente, per entrambi i motivi.

Là dov’era l’altare, sotto un grande crocifisso, siede la corte. Jean de Malestroit non è solo: ha fatto venire i più importanti notabili di Nantes perché sottoscrivano il processo verbale. Sa che ciò che sarà detto è talmente orribile, talmente incredibile, che non ci devono essere dubbi per le generazioni future, per la Storia.

Gilles de Rais parla, esprimendosi con tutto il suo sangue freddo.

- Ho commesso gravi ed enormi crimini. Chiedo che la mia confessione sia pubblicata in francese e non in latino affinchè tutti ne vengano a conoscenza per mia vergogna.

Jean de Malestroit acconsente a questa richiesta e Gilles de Rais comincia la confessione.

- Per l’ardore e il diletto dei miei sensi ho preso e fatto prendere un numero così grande di bambini che non saprei precisarne con esattezza il numero. Li ho uccisi e ho commesso su di loro il peccato di sodomia, sia prima che dopo la loro morte, e anche durante...

Gilles de Rais entra allora nel dettaglio dei suoi crimini... Parla. Parla per minuti e minuti... è interminabile, insopportabile e – terrible a dirsi – stucchevole a furia di ripetizioni. Non è possible riportare per intero la confessione di Gilles de Rais, che è peraltro perfettamente nota e conservata nella biblioteca comunale di Nantes, ma nessuno dei libri che trattano dell’argomento ne cita più di qualche riga, semplicemente perché è impubblicabile…

Più o meno a metà del suo racconto, Gilles de Rais si ferma, vinto dall'emozione. Allora si vede Jean de Malestroit fare un gesto straordinario: si alza, si toglie il mantello, si dirige verso il grande Cristo posto sopra di lui e gli vela il volto. Quando torna al suo posto l'accusato piange. L’orribile confessione è finalmente terminata, ma Gilles de Rais non ha finito di parlare, si gira verso la folla e dice, rivolgendosi ai padri di famiglia:

- Il mio carattere è corrotto perché mio nonno è stato troppo debole con me. Vi consiglio di mostrarvi più severi con i vostri figli perché non capiti loro quello che è capitato a me.

Questo va talmente al di là di ogni immaginazione che si stenta a crederlo. Quelli a cui si rivolge sono i padri delle sue vittime, e i bambini di cui parla sono quelli ancora vivi, perché da lui non uccisi. Che cosa farà la folla, s’impadronirà del mostro che si trova lì in mezzo senza difesa e lo farà a pezzi? No. Lo ascolta attentamente e anche piamente. Gilles de Rais prosegue:

- Imploro con umiltà e piangendo la misericordia e il perdono del Creatore, come anche la misericordia e il perdono dei genitori e degli amici dei ragazzi che ho così crudelmente massacrato. Chiedo a tutti i fedeli adoratori di Cristo, che si trovino qui o altrove, il soccorso delle loro devote preghiere.

E allora capitò un miracolo, un miracolo della fede così intensa del Medioevo. Quella folla, composta dai genitori di tutti quegli innocenti assassinati, non vede più nell’accusato il carnefice, non vede che un’anima che anela alla redenzione e tutta quella gente semplice s’inginocchia e si mette a pregare...

Tre giorni dopo, il 25 ottobre 1440, davanti al tribunale dell'Inquisizione, Gilles de Rais ascolta la sentenza.

- Noi, Giovanni, vescovo di Nantes, costituito giudice e non avendo di mira che Dio solo, attesa la confessione da te spontaneamente fatta al nostro cospetto – che ha così profondamente commosso i nostri cuori – allo scopo di punirti e di correggerti salutarmente, stabiliamo che sei incorso nelle pene previste dal diritto.

Questa formula piuttosto oscura vuole dire che il tribunale della Chiesa, che non ha il diritto di infliggere una condanna, lo rimette alla giustizia civile perché decida al suo posto.

Gilles de Rais viene perciò portato al tribunale civile di Nantes. Vi ritrova Henriet e Poitou, i suoi due complici, il cui processo si era svolto contemporaneamente al suo, che erano appena stati condannati a morte. Il duca di Bretagna pronuncia personalmente la sentenza:

- Gilles de Rais, ti condanno a essere impiccato e bruciato. Ti ordino d’invocare la misericordia di Dio e di prepararti a morire in buono stato, e con molto rimorso per aver commesso tali crimini. La sentenza sarà eseguita domani alle undici.

Gilles de Rais ringrazia con umiltà il duca e aggiunge una richiesta:

- Vi supplico di essere portato al patibolo in processione solenne, alla quale dovrà partecipare tutto il clero della città e tutti i dignitari di Bretagna al vostro seguito, fino all’ultimo cavaliere. Vi supplico anche di essere impiccato per primo perché i miei servitori non possano credere che verranno giustiziati solo loro e che a me si concederà la grazia.

Il duca acconsente senza esitare.

Il 26 ottobre 1440 è un giorno freddo e umido. È venuta gente da tutta la regione; molti hanno passato la notte in strada. Alle nove si aprono le porte della cattedrale. Esce per primo monsignor de Malestroit, in pompa magna, con la mitria e il pastorale d'oro, dietro di lui un reliquario con un frammento della Vera Croce, poi tutto il clero.

La processione si avvia. Quando l’ultimo sacerdote ha preso posto, il duca Giovanni V si muove con la sua corte e tutti i dignitari di Bretagna. Poi è il popolo a fare il suo ingresso nel corteo, lentamente e con raccoglimento.

L'immensa colonna prende la direzione della piana di Biesse, dall’altro lato della Loira, dove sono stati eretti tre patiboli. Per ultimi vengono i condannati, circondati dalle guardie.

Sono le undici quando Gilles de Rais e i suoi complici raggiungono il luogo del supplizio. La folla è enorme, distribuita da una parte e dall’altra del patibolo in un immenso semicerchio. Si intonano i canti della messa di requiem: il Dies irae e il De profundis. Alcuni monaci si sono piazzati sul palco del patibolo per battere il tempo. Poi le loro braccia si fermano. Si fa silenzio, è così totale che le prime fila possono udire le parole che Gilles de Rais rivolge ai suoi compagni:

- Vi supplico di confidare nella volontà divina e di abbandonarvi ad essa.

E, come a Prelati, dice loro con calma, a mo’ d'addio:

- Io vi assicuro che tutti noi, fra un istante, subito dopo il trapasso, ci ritroveremo in paradiso.

Dato che deve essere giustiziato per primo Gilles sale sul palco. Si rivolge alla folla:

- Sono fratello di tutti i presenti, essendo cristiano. Prego in particolare i genitori dei bambini che ho ucciso non solo di perdonarmi, ma di pregare per la mia salvezza, per l'amore e la passione di Nostro Signore.

Ci saranno grida, brusii di disapprovazione? No, non una parola. I sacerdoti fanno cenno alla folla d’inginocchiarsi e la folla s’inginocchia. Poi anche i sacerdoti s'inginocchiano ed è in ginocchio che il popolo di Nantes, il vescovo Jean de Malestroit e il duca di Bretagna, ascoltano le ultime parole del più grande criminale della storia.

- Prego monsignor san Giacomo, per cui ho sempre avuto una particolare devozione, e monsignor san Michele, soldato del cielo e patrono dei soldati della terra, d'intercedere per me presso Dio. Chiedo che quando la mia anima sarà separata dal corpo piaccia a monsignor san Michele di accoglierla e presentarla a Dio.

Poi con un gesto imperioso fa cenno al boia di fare il suo dovere. Un istante dopo il suo corpo penzola sopra il rogo, le fiamme gli toccano i piedi mentre sono accesi i roghi di Henri e di Poitou appena impiccati.

Ma Messer de Rais non sarà ridotto in cenere e gettato al vento come i suoi complici e come colei che fu la la grande e breve luce della sua vita. Il boia, su ordine del duca, recide la corda. Cinque donne vestite e velate di bianco, il colore del gran lutto, si avvicinano al corpo e lo portano via lentamente. Una sesta donna esce dalla folla. Tutti riconoscono Caterina de Thouars, la moglie di Gilles, fedele, anche lei, oltre la morte e questo corteo silenzioso di donne in lacrime si allontana fra le preghiere. Sembra che trasportino il corpo di Cristo...

Gilles de Rais è stato sepolto nella chiesa dei Carmelitani di Nantes, assieme agli altri principi di Bretagna. E la straordinaria venerazione per il criminale pentito è continuata: per secoli i pellegrini sono venuti a raccogliersi sulla sua tomba. E’ solo durante la Rivoluzione che i resti di Gilles de Rais sono stati riesumati e dispersi come quelli di tutti i principi di Bretagna.

La straordinaria fede ereditata dal Medioevo viveva ancora. Essa è così difficile da comprendere ai nostri giorni che avremmo tendenza a considerare quelle vittime che si sono inginocchiate davanti al loro carnefice come dei vigliacchi o dei semplici di spirito. Non è così. Per tutti quei poveri uomini martirizzati accordare il perdono al più mostruoso di loro era nel loro intimo un atto di speranza. Voleva dire che, nella terribile battaglia ingaggiata dalle forze del Bene e del Male per la conquista dell’uomo, c’era fino all’ultimo una speranza. Il credente, quali che fossero le sue colpe, restava ultimamente libero del suo riscatto.

Non è per caso che Gilles de Rais sia definitivemente perito durante la Rivoluzione. Da allora l’uomo non è più considerato che in relazione agli altri uomini. Dio e il diavolo cedono il posto al cittadino. È in quanto appartenente a un nobile che il corpo di Gilles è stato profanato; per i sanculotti non era altro: il mondo moderno aveva inizio..."

Natale 1999

Fr. M.D. Molinié, o.p.


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