N°10


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Nancy, Natale 1970

Cari amici,

La trasmissione dell’8 dicembre sulla Chiesa di domani sembra aver seriamente traumatizzato un gran numero di cristiani e anche di non credenti: essi hanno scoperto bruscamente in quale abisso sta’ per cadere la vita sacerdotale e religiosa.

Questo abisso, gli iniziati lo conoscono da tempo – in primo luogo i vescovi, il cui rappresentante non ha fatto una figura molto brillante nel corso della trasmissione. La teoria dei vescovi è questa:

1) Solo una piccola minoranza di sacerdoti e di religiosi arrivano al delirio di cui il primo canale ci ha dato un saggio;

2) Di conseguenza siamo di fronte ad una crisi passeggera che si sistemerà "da sola" col tempo (diciamo una trentina d’anni, stando ai meno ottimisti): basta aspettare con fiducia;

3) Il solo vero male, in questa faccenda, è di aver dato in pasto al pubblico delle aberrazioni che non rispecchiano la situazione reale del clero in Francia e nemmeno in Olanda, e tanto meno in Spagna. Ciò che va condannato è un certo modo di concepire e praticare l’informazione, presentando sempre il peggio, più spettacolare della virtù. Come diceva Foillet (credo): "Se un vescovo dice ai suoi preti di pregare non è informazione – ma se dice loro di non pregare, è informazione".

Eccoci dunque alle prese, ancora una volta, con l’ottimismo ufficiale, ostinato, inguaribile della gerarchia. Quest’ottimismo, devo confessarlo, mi fa personalmente molto più soffrire delle peggiori deviazioni degli estremisti: sento il popolo cristiano abbandonato dai suoi pastori proprio quando vedono arrivare colui che Gesù Cristo chiama "il lupo".

Basta guardare i fatti. Un sacerdote omosessuale dichiara in faccia al mondo, con tranquillo cinismo, che egli esercita nello stesso tempo il sacerdozio e l’omosessualità. Tutto questo, ben inteso, d’accordo col suo vescovo. Un altro vescovo interpellato non vuole condannare il vescovo "che non condanna", e d’altronde sa bene che non farebbe di meglio.

Allora delle due l’una. O questi due vescovi potrebbero fare meglio: potrebbero proteggere il gregge da questo cieco che guida altri ciechi. Se non lo fanno, che cosa può significare il loro ottimismo se non la complicità con un male che si rifiutano di chiamare un male?

O essi non possono più condannare tali maneggi e nemmeno la loro esposizione in pubblico. Non possono più, perché il movimento d’opinione nel clero è talmente irresistibile che una tale condanna porterebbe ad uno scisma… e qui arriviamo al vero problema.

E’ possibile che il Papa non voglia più affermare solennemente certe verità né infliggere certe condanne per paura dello scisma che ne deriverebbe. E’ possibile che questo timore animi anche la maggior parte dei vescovi francesi. Sono disposto a rispettare questo motivo, anche se rientra poco nel mio temperamento. Non sono al posto del Papa o dei vescovi, le mie parole sono quelle di un irresponsabile: non ho il diritto di dire quello che farei al loro posto, perché non ne so nulla.

Solo che una tale motivazione è esattamente agli antipodi dell’ottimismo: essa rivela al contrario un immenso pessimismo e un immenso allarme. Si rinuncia a fare opera di risanamento, si accetta di sopportare dei mali estremamente gravi perché si ha paura di un male che sarebbe ancora peggiore. Dov’è l’ottimismo in tutto questo?

Vorrei allora farla finita una volta per tutte, se possibile, con questa storia dell’ottimismo e del pessimismo. In sé non è molto importante, ma è un’arma talmente utilizzata da quelli che non vogliono vedere le cose come sono ("Sono più ottimista di lei", rispondono invariabilmente), che vorrei enucleare alcune idee chiare che permettono di precisare l’impiego onesto di queste due parole in terra cristiana.

"L’ottimismo - diceva non so più chi - è una questione di fede, il pessimismo, una questione di fegato". La frase è divertente e permette di cavarsela a buon mercato, ma io non sottoscrivo la seconda parte. L’ottimismo è, in effetti, una questione di fede, e importa capire qual è il suo oggetto. Noi siamo ottimisti innanzi tutto perché Dio è Dio: il solo Essere che merita assolutamente di essere felice lo è necessariamente e infinitamente. Per la carità cristiana, questa verità è assolutamente confortante, fonte di una pace inalienabile e di un ottimismo rigorosamente soprannaturale.

Nella stessa linea, ci rallegriamo della felicità del Cristo, della Madonna, degli Angeli e dei santi. Siamo sicuri della vittoria finale di Cristo e, di conseguenza, della Chiesa: le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa, è una certezza della nostra fede.

Ci sono altre fonti d’ottimismo autentico, ma quella che ho appena indicato è di gran lunga la più elevata, la più radicale, la più infrangibile.

Detto questo, la stessa fede ci inizia a ciò che chiamerò un pessimismo soprannaturale – che è semplicemente l’Agonia di Cristo. E anche qui, è importante capire bene quale sia l’oggetto di questo "pessimismo"… o piuttosto di questo dolore mortale. Questo dolore non riguarda assolutamente la vittoria di Dio, né la vittoria finale di Cristo e della Chiesa. Sposa dell’Agnello, la Chiesa non ha rigorosamente nulla da temere della lotta tra la luce e le tenebre, non di più che Dio stesso. Quelli che hanno da temere, sono gli uomini: pericolo di essere tagliati fuori dalla Chiesa e di perdersi eternamente, pericolo di essere perseguitati nel loro corpo da coloro che "oltre a questo, non possono fare altro". Il Cristo ha fremuto in quanto uomo davanti alla morte – e in quanto Salvatore, ha pianto lacrime di sangue davanti alla perdita delle anime.

Tutto questo non ha evidentemente alcun senso se non si crede più all’inferno o al pericolo reale di andarci. Se è questo che significa praticamente l’ottimismo ufficiale della gerarchia, sarebbe meglio dirlo francamente. Ma non sarà detto, per la buona ragione che non si tratta di un’eresia formale, ma di una mentalità, che si qualifica essa stessa come ottimista, e non vuole più o non può più considerare come serio il pericolo dell’inferno. Quindi, ovunque lo si incontri, un tale ottimismo è in realtà un’anemia della fede. Possiamo riconoscere quest’anemia dal silenzio assoluto dei pastori riguardo all’inferno. Essi sanno bene che numerosi cristiani e numerosi sacerdoti hanno ufficialmente smesso di crederci. Se ci credessero veramente, energicamente, intensamente, potrebbero tacere su una questione così grave?

C’è il pericolo dell’inferno, ma c’è anche e soprattutto (dal punto di vista pastorale) il pericolo denunciato dal Cristo con il nome di scandalo: "E’ necessario che ci siano delle cadute (=scandali), ma guai a colui dal quale queste cadute sono provocate". E’ proprio davanti a questo male che il Cristo ci proibisce espressamente di essere "ottimisti". Colui che davanti allo spettacolo degli scandali che fanno cadere i sacerdoti ed il loro gregge nell’indifferenza e nel torpore mortale che vediamo invadere il popolo cristiano – colui, dico, che si dichiara ottimista davanti ad un tale spettacolo, manifesta con ciò: o che praticamente non crede più all’inferno, o che la perdita delle anime gli importa poco purché la Chiesa trionfi. Onestamente, credo che di fatto la gerarchia è molto più colpita dal primo pericolo che dal secondo. L’ottimismo ufficiale di fronte agli scandali può essere quindi tradotto così (è il suo significato recondito): "il pericolo che questi scandali portino all’inferno è praticamente nullo".

Notiamo a questo riguardo una tattica del demonio che si rivela molto efficace. Considerato che gli uomini sono in generale troppo carnali per preoccuparsi facilmente dell’al di là, Dio ha educato il popolo ebraico facendo giocare soprattutto la speranza e il timore di avvenimenti temporali. Attraverso queste "retribuzioni" ben tangibili, li preparava all’insegnamento di Cristo, che ci orienta risolutamente verso la retribuzione eterna… senza escludere le predizioni temporali (fine del mondo, rovina del tempio, torre di Siloe), ma insistendovi molto meno che sull’eternità "dove ci sarà pianto e stridore di denti".

Restando spesso la mentalità dei cristiani molto carnale, la loro speranza nel Regno tende manifestamente ad abbassarsi al livello di questo mondo – ma nei tradizionalisti, anche il timore tende a fissarsi sulle catastrofi di questo mondo. Appoggiandosi sulle più svariate predizioni, i tradizionalisti minacciano la cristianità di castighi spettacolari e imminenti, in un clima immaginativo e "raso terra" che non è conforme allo spirito del Vangelo. E’ molto facile allora ricusare le loro predizioni in nome di un ottimismo e di una fiducia quasi "funzionali": l’ottimismo obbligatorio del capo davanti alle sue truppe minacciate da un’ansietà patologica e da chi provoca quest’ansietà. Ma un tale ottimismo accetta di porsi anch’esso "raso terra": rinuncia a ricordare le vere minacce, la vera speranza e la vera angoscia, che hanno per oggetto la vita eterna.

Si può quindi, secondo il proprio temperamento o le grazie ricevute, essere schiacciati dal peso dell’iniquità e degli scandali che si abbattono sulla cristianità, o immergersi nella dolcezza della speranza e nel presentimento del mondo che verrà. Tutto questo è buono, autentico e cristiano, nella misura in cui lo si riferisce alla Persona e alla psicologia di Cristo. Tutto questo devia, prende spessore e diventa menzogna di Satana nella misura in cui ci allontana dai "sentimenti che regnano in Gesù Cristo".

Qui arriviamo alla vera pietra di paragone, quella di cui dobbiamo sempre fare uso di fronte alla gerarchia come di fronte ai "contestatori". Noi aderiamo al Vangelo e alla Chiesa perché vi siamo attirati dal Padre: noi riconosciamo nel Vangelo, nella dottrina della Chiesa e nella vita dei santi una sola e identica musica, un solo e identico profumo che risuona nei nostri cuori con un "fascino" e una seduzione irresistibili – il profumo di Cristo. Questo profumo è unico, è quello di un uomo unico e di un volto unico: Nessuno ha mai parlato come Lui… se non coloro che sono abitati da Lui e portano il suo sigillo – che non è il marchio dell’uomo né delle masse umane, né dei loro principi (i principi di questo mondo), ma il marchio dello Spirito che anima Gesù donandogli il Suo potere (la potenza divina di cui parla S. Paolo)… Lo Spirito "che riceveranno tutti quelli che crederanno in Lui".

Di fronte a questi eletti, a questi predestinati, ci sono i reprobi, che portano il marchio della Bestia – e forse si convertiranno, ma non è sicuro... e nell’attesa combattono contro gli eletti e i predestinati come Saulo li combatteva "sempre fremente minaccia e strage", fino al momento in cui si abbatté folgorato sulla via di Damasco.

Se quindi il Cristo ha ricevuto il potere di abitare nel cuore degli uomini e di invadere tutto il loro essere al punto che possano dire: "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me", Egli resta ben distinto da ciascuno di questi uomini, non si confonde con loro e ancor meno con l’uomo in generale e con le aspirazioni dell’umanità. Il volto di Cristo, è l’incarnazione in un volto umano, accessibile a tutti, "che mangia e beve con i peccatori", del volto sconosciuto di Dio, quello che "occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo" e che "i sapienti di questo mondo" hanno ignorato. L’hanno ignorato e lo ignorano sempre: a causa di questo essi hanno crocifisso il Signore della gloria, e lo crocifiggono ancora.

Se il Cristo ha voluto identificarsi con tutti i sofferenti e i perseguitati (è a Me che lo avete fatto – Perché mi perseguiti?), è perché, in effetti, il volto sconosciuto di Dio è un volto di Misericordia affascinato dalla sofferenza umana in tutte le sue dimensioni, al punto di voler subire nella sua Persona tutto il peso di questa sofferenza, la quale non è innanzitutto temporale e carnale: è la sofferenza di avere perso il segreto delle beatitudini.

Quello che Dio offre allora a tutti i "dannati della terra", alle vittime dell’iniquità (che non possono permettersi il lusso mortale di "avere già, quaggiù, la loro consolazione"), quello che Dio offre loro con la massima facilità, è di assomigliare, anche a loro insaputa, al Cristo sofferente e morente sulla Croce. E quello che Dio offre a tutti coloro che avranno efficacemente pietà di loro nel proprio cuore, è di avere pietà di Gesù attraverso di loro, e di portare la sua Croce come Simone di Cirene.

Ma questo non vuol dire affatto che la sofferenza di Cristo si fonde e si dissolve nella sofferenza umana, ancor meno in una miseria puramente temporale. E’ una sofferenza unica, come non ce n’è un’altra al mondo – riflesso a sua volta di un mistero ancora più profondo che ho chiamato la quasi-sofferenza di Dio di fronte all’umanità che si perde… in altre parole la Misericordia, e cioè ancora e sempre il volto sconosciuto che nessuno conosce, se non colui a cui è stato rivelato.

Appena si lascia che questa dottrina sia colpita, appena si permette ai teologi, con il pretesto della ricerca, di abbassarla al loro livello e di ridurla a una saggezza di questo mondo, appena, in una parola, si permette al sale di perdere il sapore, non c’è più da stupirsi di niente rispetto ai progressi del mistero d’iniquità. Al contrario, questi progressi sono governati da Dio nella speranza di risvegliare i pastori dal torpore e dal letargo mortale a cui si lasciano andare dietro l’alibi dell’ottimismo.

Ho appena detto che nel Vangelo c’è un certo suono, una certa musica, una certa forza: la potenza stessa dello Spirito. Proprio perché si rinuncia a condannare (il che può derivare da uno spirito di misericordia, e per evitare un male peggiore), è ancor più necessario far sentire questo suono e presentare questa forza attraverso la predicazione. In tutti i discorsi in cui questa predicazione è assente e non riluce nel suo temibile splendore, ho buoni motivi di temere che l’indulgenza sia il frutto di un’anemia e di conseguenza di una complicità "oggettiva" (come dicono i marxisti) con il mistero d’iniquità.

Anche quando i cristiani, i sacerdoti e i vescovi deplorano sinceramente le aberrazioni alle quali porta ciò che S. Paolo chiama "il prurito di un nuovo vangelo", essi deplorano più che altro le conseguenze, senza avere la forza di risalire alle vere cause. Meglio ancora, da molti anni apportano a queste cause la garanzia della loro approvazione o benedizione.

Ogni teologia o predicazione che attenua o dissolve il volto unico di Gesù esaltando valori molto rispettabili ma puramente umani (come la giustizia sociale), ogni teologia di questo genere prepara la via, come un virus debilitante, alle eresie che mettono da parte il Vangelo per promuovere la crescita temporale dell’uomo: da qui la lotta politica considerata come sacramento necessario e sufficiente per la salvezza, o la "liberazione" sessuale considerata come l’abolizione di una morale vecchia di secoli, alienante e anti-evangelica.

La prima cosa da fare davanti a questo caos e a questa decadenza, non è certamente di rassicurarsi ad ogni costo, di coltivare l’ottimismo per "tenere alto il morale". Non si tratta nemmeno – e spero che i lettori di queste lettere l’abbiano sempre ben sentito – di lasciarsi andare all’angoscia o allo scoraggiamento, ancor meno all’asprezza o alla triste soddisfazione di denunciare gli sbandamenti.

No. Questa situazione ci obbliga soltanto ad acquisire una coscienza più profonda del vero motivo della nostra adesione a Gesù Cristo: l’amore del suo Volto, del Santo Volto sfigurato dagli sputi e dal sangue. Questo volto umano, ma unico al mondo, porta coloro che sono illuminati dallo Spirito Santo verso la contemplazione affamata del Volto sconosciuto di Dio, che non assomiglia a niente e la cui pace sorpassa tutto ciò che si può sentire: "Se qualcuno ha sete (di questo Volto, di questa Pace e di questa Misericordia), venga a Me e beva". Allora nessuna prova potrà smuoverlo perché egli ha costruito sulla roccia: "Chi ci separerà dall’amore di Cristo?".

La tempesta attuale è così violenta e allo stesso tempo così subdola che coloro che una volta pensavano di poter appoggiare il cristianesimo su basi meno mistiche e sull’attaccamento a valori umani piuttosto conservatori, tutti questi vedranno crollare le loro speranze sotto la spinta dell’infatuazione dei "giovani" per dei valori rivoluzionari e deliranti. La loro stessa fede rischierà di perire nella tormenta se non sapranno aggrapparsi non a dei valori (per quanto autentici possano essere), ma ad un uomo, uno solo: il solo che meriti il nostro amore e possa salvarci.

C’è nella tradizione ortodossa una sorta di confraternita senza strutture conosciuta ufficialmente con il nome di "folli di Cristo". Anche i santi della Chiesa latina sono dei folli di Cristo. Se si offrisse loro di scegliere tra un "mondo migliore" in cui la giustizia e la fraternità avrebbero progressivamente la meglio sull’ingiustizia e l’odio, in cui i conflitti sociali e i problemi economici troverebbero finalmente la loro soluzione, in cui la pace regnerebbe tra i popoli e la malattia comincerebbe ad essere sconfitta – così come i nuovi flagelli che minacciano il genere umano (inquinamento, demografia galoppante, ecc.)… tutto questo senza Gesù Cristo da una parte;

- e dall’altra parte un mondo come il nostro dove le cose, ben lontano dal sistemarsi, vanno peggiorando di giorno in giorno (e non saranno gli studiosi più lucidi che mi smentiranno su questo punto), ma con Gesù, e Gesù crocifisso, con quel volto che è per loro la perla preziosa – non potrebbero esitare un solo istante.

Agli occhi di Newman "la Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo". Ma i santi vanno ancor più lontano nella loro follia: preferiscono un mondo dove ci sono tutte queste afflizioni, e in più l’abominio dei peccati più orribili, ma con Gesù crocifisso da questi stessi peccati – piuttosto che un mondo dove non ci fossero né il peccato né Gesù Cristo.

Tutto questo equivale a dire il solo ottimismo cristiano è quello della Croce, indissociabile dalla Resurrezione: questo ottimismo si radica nell’amore per il volto crocifisso di Gesù, amore che viene dallo Spirito e ritorna allo Spirito… ed è chiaro che lo Spirito non è né ottimista né pessimista, è "al di là di ogni sentimento". Al di fuori di questa follia che viene dallo Spirito, non c’è niente: niente che si possa chiamare cristiano, niente che si possa chiamare ottimismo, e in definitiva niente del tutto, perché "i cieli e la terra passeranno", ma la follia della carità non passerà.

Fr. M.D. Moliniè o.p.

 

A guisa d’epilogo

Il Padre Werenfried van Straaten, chiamato comunemente "Padrelardo", è il Moderatore generale dell’Opera Aiuto alla Chiesa che soffre, nominato dalla Santa Sede nel 1964. Possiamo avere un’idea di quello che fa leggendo il suo ultimo libro "Dove Dio piange". L’ultima cosa che possiamo dire di quest’uomo è che sia inattivo e che si disinteressi del Terzo Mondo. Egli fa molto di più di quelli che ne parlano. Si impegna quanto il Soccorso Cattolico, ma è molto meno sostenuto dalla gerarchia perché si occupa anche della Chiesa perseguitata nei paesi dell’Est, e non esita a dire certe verità che non lo mettono certamente in buona luce agli occhi dell’ottimismo ufficiale. Queste verità confermano così bene quello che ho voluto dire in questa lettera che non posso non riportarle qui di seguito: saranno la migliore conclusione della lettera.

"Troverete in questo Bollettino la storia di Padre Réné de Vos, di cui ho visitato la tomba a Bukavu. La sua vita eroica e il suo martirio, dimenticati troppo in fretta, sono di triste augurio per i nostri amici e collaboratori, i missionari, che, nel terzo mondo, si trovano in prima linea per difendere e far progredire il Regno di Dio. Sempre meno apprezzati, costatano con spavento che la Chiesa dell’Occidente non è più capace di reclutare i giovani ai quali, un giorno, le loro braccia affaticate passeranno la fiaccola.

Uno di loro, un confratello di 63 anni, operante in America Latina, mi scrive: "I super-cristiani d’Europa, viziati, onniscienti, ipersviluppati e che si arrogano il diritto di giudicare tutto, difficilmente capiscono che un Indio dell’America del Sud, che è sottosviluppato, privo di istruzione e quasi analfabeta, possa ciononostante essere istruito dall’Amore. A questa scuola, molti dei miei Indios analfabeti, hanno fatto più progressi di tanti teologi eruditi. La semplicità del cuore, la buona volontà e l’umiltà sono le caratteristiche degli eletti. è’ a loro che Dio accorda la sua grazia"

Questa verità fondamentale che può dare ai giovani la forza di impegnarsi per tutta la vita al servizio dei poveri, come missionari, è attualmente la meno proclamata da coloro che parlano di più della Chiesa dei poveri. Essi prestano più attenzione a un pugno di ribelli, accecati dai dubbi o dall’incredulità, che non vedono più che cosa il Dio d’Amore aspetta dalla Chiesa sua Sposa e che, quindi, vogliono trovare nella sociologia o nel dialogo con i non credenti quello che il mondo esige dalla Chiesa. Essi dimenticano che non esiste nessun compito, in tutto il mondo, nel servizio degli uomini, che i pagani non possano svolgere altrettanto bene, se non meglio, di una Chiesa che non è sottomessa a Dio. La causa di questa confusione degli spiriti è dovuta in gran parte all’abuso scandaloso dei mezzi di comunicazione.

L’opinione pubblica nella Chiesa è, ahimè! spesso manipolata da squilibrati che si credono tanto più soprannaturalmente sviluppati quanti più problemi morali o religiosi hanno. Essi pensano – e uno di loro me l’ha scritto – che la Chiesa sia composta da due gruppi: una maggioranza, non adulta e contenta, di cristiani di nome, addormentati, che non hanno una fede viva; e una minoranza adulta e contestatrice, di scontenti sempre all’erta, chiamati a riformare la Chiesa. Ma dimenticano il gruppo importante che si colloca tra questi due estremi: i milioni di fedeli silenziosi, in preghiera, in lotta, non ribelli, che non hanno altro problema che la loro debolezza umana della quale sono coscienti e che cercano di correggere giorno dopo giorno. È fra questi che oggi ancora Dio recluta i suoi santi.

E’ deplorevole che questa moltitudine immensa di cristiani pii e generosi che formano, con il Cristo misconosciuto, il vero nocciolo della Chiesa sulla terra, sia ogni giorno sempre più minimizzata, ridicolizzata, offesa, ferita e calpestata. I pastori che abbandonano queste 99 pecorelle, non per cercare la centesima che si è perduta, ma perché non hanno il coraggio di chiamare con il loro nome il mercenario e il falso profeta, causano un grande scandalo. E i sacerdoti, che passano con indifferenza accanto a queste anime che soffrono perché vengono a patti con le altre, sono ancor più da condannare del sacerdote dal cuore duro che scendeva da Gerusalemme a Gerico. C’è da temere che siano presi di mira dall’esplosione di collera dell’apostolo Paolo, quando dice: "Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti, che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere" (2Cor 11,13-15).

Questa fine si fa ancora attendere. Le migliaia di lettere e di gridi di dolore che mi arrivano mi fanno concludere, con tristezza, che la diffusione irrefrenabile della crisi all’interno della Chiesa impone a innumerevoli fedeli un fardello pesante e quasi insopportabile. E’ questo che il Cristo, avendo pietà delle folle, ha rimproverato ai Farisei. Perché il popolo, anche il popolo di Dio, è continuamente in pericolo. Può essere manipolato tanto facilmente quanto un gregge di pecore. È in blocco che ha adorato il vitello d’oro durante l’assenza di Mosè. È in blocco che, fanatizzato da agitatori pseudo-religiosi, ha gridato. È in blocco che ha bruciato Giovanna d’Arco. Ed è ancora in blocco che, al momento della Riforma, ha abbandonato la barca di Pietro, vescovi compresi. La storia rischia di ripetersi. Perché la tensione nella Chiesa diventa insopportabile per molti e la confusione degli spiriti si diffonde come un’epidemia.

La tempesta, scatenata dal Principe delle tenebre, devasta la rada più protetta e il porto più sicuro. Questa tempesta è universale. Anche gli eletti sono strappati dai loro ormeggi e si staccano da Dio. Sacerdoti di ogni rango e di ogni dignità, avendo perso la bussola e confondendo il nord con il sud, sabotano il timone di Pietro e demoliscono la sua barca nel mezzo di un mare in tempesta. E Gesù dorme.

Se gli apostoli stessi sono diventati pusillanimi nella tempesta, Dio comprenderà la nostra angoscia e le nostre preoccupazioni. E, se abbiamo ancora fede a sufficienza per pregare, Egli ascolterà, ora come una volta, la preghiera quasi disperata. Con il rischio di rendermi ridicolo al cospetto di certi cosiddetti cattolici illuminati, voglio quindi, in questo cupo mese di ottobre, esortarvi alla recita incessante del rosario.

C’è stato un tempo in cui non apprezzavo questa preghiera; la consideravo addirittura come inferiore. Conosco tutte le obiezioni che le si possono fare con condiscendenza o anche derisione, e le ho condivise. So anche che la ripetizione petulante di parole pronunciate senza riflettere, o il mormorio lamentoso di molti affezionati del rosario, è più una perdita di tempo che una preghiera. Ma c’è modo di fare altrimenti! Chi pronuncia lentamente e con rispetto le preghiere splendide e antiche, concentrandosi sul significato profondo delle parole e dei misteri, chi si sforza di circondare il suo intendimento di sentimenti d’amore, di gratitudine, d’umiltà, di contrizione, d’indigenza, di gioia, ecc., scoprirà presto la ricchezza e la potenza incomparabile di questa preghiera. Quanto a me, ad onore del Signore e della Sua santa madre, ci tengo a riconoscere apertamente che devo al rosario di non aver fatto naufragio e di avere conservato la fede in mezzo alle tempeste che hanno tormentato e danneggiato la mia vita sacerdotale.

Si può non essere d’accordo riguardo al valore di questa o di quella rivelazione privata. Bisogna essere circospetti riguardo alle apparizioni. Ma la voce di Maria è risuonata con una tale intensità e il parere positivo di tutti i papi degli ultimi secoli è unanime a tal punto che, nell’ora dell’imminente pericolo, bisogna considerare come temeraria e stupida l’opposizione orgogliosa contro la Madre di Gesù, Aiuto dei cristiani, che ha dato prova nel corso dei secoli della sua ineguagliabile influenza sul cuore di Dio onnipotente".

(Bollettino dell’Ottobre 1970)

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