N°11


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Nancy, Ascensione 1971

Cari Amici,

 

Delle Carmelitane mi scrivono :

"Abbiamo, nella nostra cappella, delle conferenze bibliche cui assistono le Religiose della regione e i Fratelli delle Scuole Cristiane. Uno di loro ha sollevato la questione della coscienza che Gesù Cristo poteva avere di Se stesso. Il conferenziere in un primo momento ha risposto che Gesù Cristo aveva coscienza di essere Dio, ma poi, purtroppo, ha come distrutto quest’affermazione insistendo unicamente sull'uomo in Gesù, sostenendo che non sapeva che sarebbe risuscitato e lasciando la questione in sospeso".

Queste Carmelitane hanno riletto "La Vision face à face" per chiarirsi le idee. Quando ho redatto quel cahier, avevo ancora l’ingenuità di scrivere (era il 1967): "Fino ad ora, nessun esegeta si è arrischiato a presentare Gesù come sottomesso all'oscurità e alla docilità della fede", aggiungendo in nota: "Almeno per quel che riguarda la sua situazione di Figlio di Dio. Per il resto, devo ammettere che ci si sta arrivando sempre di più".

Da allora di strada n’è stata fatta, come si vede... e avrei dovuto immaginarlo. Quando fu pubblicato, nello stesso periodo, "Le Combat de Jacob", uno dei nostri Padri si scomodò per venirmi a trovare e assicurarmi della sua più calda simpatia: "Faccio parte, mi disse, di una famiglia in cui la spiritualità è stata sempre tenuta in onore, amo queste cose, credo alla vita interiore. Ci sono però due punti in cui esito a seguirla, in cui non la posso seguire: l'eternità dell’inferno e la visione faccia a faccia di Cristo durante la sua vita mortale. L'unanimità degli esegeti infatti respinge quest’ultima dottrina".

Ci sarebbe molto da dire sull'esegesi e gli esegeti. Vi ho fatto cenno nel cahier sulla Redenzione. Ricordo qui semplicemente che l'esegesi non è la teologia. Essa ha le sue esigenze e il suo rigore proprio, la teologia i suoi. Dovrebbe essere banale dire che in materia di teologia l’esegesi deve sottomettersi alla teologia... ma si rifiuta appunto questa banalità come indegna di meritare l’attenzione delle brave persone. Un esegeta che si avventura nel campo teologico dovrebbe, come mastro Giacomo, togliere il cappello di cuoco e mettere quello di cocchiere... in altre parole, avere coscienza che cambia registro: la competenza che ha nel suo campo non implica in nessun modo la sua competenza in ambito teologico.

Non mi dilungherò a mostrare come queste regole non siano rispettate. La teologia (quella vera, che suppone la conoscenza della grande tradizione cristiana, l'intuizione metafisica e l'umiltà che dà la vita interiore) è stata la grande vittima, almeno nell'Ordine domenicano in Francia, degli anni che seguirono la guerra. Ho assistito a questa decadenza e me ne sono desolato. Ma oggi è la fede che è in pericolo. Non avrei tanto sofferto del naufragio della teologia se non avessi presentito che avrebbe provocato quello della fede. Ma non pensavo che le cose sarebbero andate così in fretta, temevo soprattutto per la vita interiore.

Alla fine è stata paradossalmente la vita interiore che ha resistito di più, appunto perché si svolge nelle profondità dell’anima al di là delle idee chiare. Ma non potrà durare per sempre. Il Carmelo è una delle ultime fortezze della fede, perché è principalmente una cittadella di vita interiore. Ciononostante le Carmelitane hanno bisogno di ricevere un insegnamento. Sarebbe veramente assurdo pensare che errori così universalmente diffusi non finiscano per raggiungerle e per rendere anemica la loro vita d'orazione. A partire dalla minima anemia tutto è possibile e la decadenza può divenire vertiginosa.

Chiunque cerchi infatti di avventurarsi verso Dio scopre progressivamente la realtà del mondo soprannaturale... e nello stesso tempo quanto poco ci credeva prima. A tutti i "grandi cristiani" la cui fede sembra solida come una roccia, ai teologi più illuminati e fermi, Gesù Cristo potrebbe dire: "Se aveste fede come un granellino di senapa...". Per ottenere una tale intensità di fede, bisogna toccare il mondo soprannaturale. Una tale esperienza non libera dall’oscurità della fede: solo essa al contrario ci insegna a penetrare nella "nube della non-conoscenza", che è ben più oscura dalla fede insignificante e banale di cui pretendevamo di accontentarci, solo che è un’oscurità ardente. In essa noi apprendiamo che il fuoco della carità è veramente bruciante, in altri termini reale: un fuoco che non brucia non è reale. Prima di fare questo viaggio nel deserto (perché è sempre un viaggio nel deserto, vedi le opere di Carlo Carretto), si prende l'abitudine, a proposito del Vangelo, di avere a che fare con un fuoco che non brucia, un Sangue che non purifica, un vento che non soffia... in altre parole non crediamo molto al realismo di tutte queste cose, anche se crediamo nella loro realtà.

In questa situazione siamo estremamente vulnerabili, tutti, al tranello che il demonio ci tende attraverso il pensiero moderno. Satana parte sempre da una grande verità per ingannarci. Qui la grande verità, è che noi non viviamo del Vangelo e che la nostra fede ripete delle formule di cui non comprende il realismo. È assurdo sperare che una fede così anemizzata produca dei frutti di carità intensa, anche verso il prossimo: la carità per il prossimo si radica nell'amore di Dio (il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra) e l'amore di Dio si radica nella fede. E la fede non aumenta al di fuori dell’esperienza a cui ho appena accennato.

E tuttavia è proprio questo che ci viene proposto, e che i contemplativi stessi si lasciano andare a voler fare: vivificare l'amore di Dio con l'amore del prossimo, ciò che può portare a dare i propri beni ai poveri o il proprio corpo alle fiamme, ma non aumenterà di un cubito la misura della nostra carità, nel senso in cui la carità è un mistero divino, una manna discesa dal Cielo che i nostri sforzi possono imitare ma non produrre.

I cristiani tradizionali erano già maturi per cadere in questo primo tranello, ma non bastava. Il nuovo tranello invita i cristiani a vivificare la loro fede, e non più soltanto la loro carità. Per fare questo non si propone loro, beninteso, l'esperienza mistica, che viene anzi indicata come il culmine di una religione individualista e fossilizzata, ma, siccome le formule di fede non possono in realtà significare granché al di fuori di una tale esperienza, li si convince facilmente che ripetono solo delle parole.

In un periodo della storia in cui si crede prima di tutto al progresso, all'evoluzione, alla superiorità dell’uomo d'oggi su quello dei secoli passati, è facile anche dimostrar loro che queste formule di fede sono vuote, non per mancanza d'esperienza delle realtà che designano (come sarebbe vuota la parola lampone per chi non ne avesse mai gustato uno), ma perché sono arcaiche, superate, ai margini della vita, ecc., ecc... Allora si persuadono questi cristiani, questi sacerdoti, questi religiosi, e infine i loro vescovi, che bisogna cambiare tutto – non, certo, sull'essenziale, ma sugli aspetti accidentali e caduchi della dottrina. Trappola formidabile, se si pensa che tale distinzione tra il nucleo della Rivelazione e le sue formulazioni transitorie non è accessibile che grazie all'esperienza delle realtà della fede da cui siamo distolti più che mai. Come è facile allora buttare via il bambino con l’acqua sporca, e distruggere la fede cristiana in nome di un presunto risanamento della stessa!

Ho detto che neanche i vescovi sono al riparo da questo tranello, e sono costretto a ribadirlo: non c’è carisma automatico nella Chiesa, e nessuna garanzia ci è offerta al di fuori del "Vegliate e pregate", consiglio la cui misura deve essere quella delle responsabilità e dei carismi di cui si ha bisogno. L'insieme dei carismi necessari a un vescovo per esercitare il suo ufficio è talmente straordinario, talmente inaudito, che dovrebbe permettergli letteralmente di passare sulla terra come non essendoci, e di contemplare le cose del Cielo con una tale intensità da consentirgli di strappare dalle peggiori tenebre, non solo il suo gregge, ma prima di tutto i suoi sacerdoti. Molti vescovi sarebbero disposti a riconoscere umilmente di non avere ancora ricevuto una tale pienezza carismatica. Ma allora bisogna andare fino in fondo, e riconoscere che tutti, a cominciare dal vescovo stesso, corrono il pericolo di lasciare che la propria fede si dissolva.

A partire da questo vertice, la perdita di sapore del sale può ricadere, e infatti ricade, su quelle "parti principali" della Chiesa che sono i contemplativi e le contemplative. Nella misura in cui questo supremo bastione della fede subisce a sua volta l’attacco, affermo che questi sono gli ultimi combattimenti della nostra cristianità prima della sua estinzione. Naturalmente si può ripartire da zero, come al tempo dei barbari... Ma sarà dopo la scomparsa della nostra cristianità. Se si vuole sperare che questa scomparsa non avvenga, bisogna sperare che almeno i contemplativi resistano. Non parlo adesso dei contemplativi laici, che credo molto numerosi, per effetto di una misericordia gratuita dello Spirito Santo: forse ne parlerò un’altra volta, in ogni caso è ad essi che queste lettere sono rivolte.

Ma ci sono delle Comunità paradossalmente meno protette dei laici, perché più esposte al veleno delle teologie moderne. Riconosco che sto pensando soprattutto alle Carmelitane, in parte perché le conosco di più, in parte perché attribuisco un’importanza molto speciale alla loro esistenza. Se venissero a corrompersi, sarebbe una catastrofe irreparabile e, come ho già detto, il crollo di uno degli ultimi bastioni della fede. Ecco perché ci tengo a rispondere alla loro domanda.

Ho sempre pensato, con la tradizione cattolica, che Gesù Cristo aveva la visione faccia a faccia nel profondo della sua anima durante i giorni della sua vita mortale. Ho cercato di spiegare, in "La Vision face à face" e in "La Rédemption", come la presenza di questa Visione fosse compatibile con una psicologia umana analoga alla nostra, sottomessa alle emozioni, alle sorprese, all'oscurità dell'agonia e all'oppressione delle tenebre esterne. Quando ho visto gli esegeti, poi i teologi, poi i sacerdoti, abbandonare questa tradizione, ne ho sofferto profondamente e vi ho visto un grave errore. Ho combattuto questo errore nel fascicolo sulla Visione, mostrando che bisognava scegliere tra questa e l'oscurità della fede. Si era allora alla ricerca di qualche conoscenza intermedia per Gesù Cristo, ed ero ben convinto che una tale ricerca non avrebbe avuto alcun esito. Ma non avevo previsto, lo confesso, che sarebbe stato per consegnare la psicologia di Cristo alle oscurità della fede, a cui si vuole ormai vederlo sottomesso, pur di non concedergli la visione faccia a faccia, "tradizione superata".

A partire da questo, non siamo più solo in una deviazione teologica, pur grave. È evidente che la fede stessa non potrà resistere a lungo a tali prospettive. Constato ora che a partire dal momento in cui si abbandona la visione faccia a faccia, si finisce irresistibilmente su una china che ci porta a non vedere in Gesù Cristo che un uomo puramente uomo: un grande profeta senz’altro, come pensano i musulmani, ma niente di più in definitiva, tanto più facile da tirare dalla propria parte per fargli avallare, se è il caso, anche il marxismo.

Siamo già, è un fatto, a un Cristo psicologicamente puramente umano (non sapeva che sarebbe risorto, ha preso progressivamente coscienza della sua missione, ecc.). La differenza tra il piano psicologico e il piano ontologico divenendo sempre più oscura ai nostri contemporanei (quando non è negata formalmente), bisogna ammettere che i sacerdoti stessi stanno scivolando a loro insaputa (questa è la forza del tranello) verso l'idea di un Cristo ontologicamente puramente umano... e di conseguenza di perdere la fede senza neanche accorgersene. È a un vero gioco di prestigio che stiamo assistendo, che fa sparire il dogma dell'Incarnazione e con esso la fede. Da più di 50 anni ci insegnano a diffidare dell'ontologia, a non pensare che in termini "esistenziali" e "fenomenologici"; veniamo abituati a confondere inconsapevolmente (come Sartre fa invece ben consapevolmente) "l'essere con la serie delle sue manifestazioni". Questo per la preparazione del terreno.

Su questo terreno divenuto inadatto alla metafisica, ci parlano sempre di più di un Cristo la cui coscienza, la cui esperienza esistenziale sono puramente umane. Affermo che una tale predicazione, seminata assiduamente su un terreno così ben preparato, porta necessariamente, nel migliore dei casi, a rendere i soggetti sempre più inadatti a porre un atto di fede teologale. Non dico che uccide direttamente la loro fede teologale: è piuttosto un gas incapacitante che ne rende impossibile l'esercizio.

Inutile dire che se non uccide la fede, e si accontenta di paralizzarla, una tale predicazione è ben mortale per la vita della fede, e particolarmente per la sua forma più alta, che è la vita contemplativa. Ecco perché affermo: ogni contemplativa che accetta di mettere in dubbio che Gesù Cristo, durante la sua vita mortale, aveva la visione faccia a faccia è in un pericolo mortale per quanto riguarda la sua vita contemplativa. Ogni comunità che lascia insinuare al suo interno un tale dubbio mette i suoi membri in pericolo di morte. È tutto, e su questo punto non ho più niente da dire per il momento.

Perdonatemi la brevità di questa Lettera, suscitata abbastanza bruscamente dalla domanda delle Suore del Carmelo... e affrettata anche dalla richiesta di P. Bro, che mi chiede di fare un po’ di pubblicità alle Edizioni del Centenario delle Opere complete di Teresa di Gesù Bambino.

Chiedete a Dio, per favore – sempre se Gli piace – di darmi la pienezza di forze di cui ho bisogno per la predicazione.

Fr. M.D. Molinié, o.p.

N°11


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