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Nancy, Natale 1971
Cari Amici,
Perdonatemi innanzi tutto il ritardo di questa lettera. Inutile dirvene le ragioni, potete immaginarle. Non ho avuto malattie, ma ho avuto molto da fare per ricuperare il ritardo accumulato lo scorso inverno nel campo della predicazione... e non ci sono veramente riuscito.
Eccomi in "ibernazione" a Nancy. Ne ho approfittato innanzi tutto per riprendere il lavoro dei ciclostilati, anchesso interrotto. E vengo a raggiungervi per Natale...
La rabbia e l'indignazione mi sembrano sempre più vane nella situazione attuale della Chiesa. Andare fino in fondo nella santificazione voluta da Dio per ciascuno di noi resta il solo programma serio, oggi come sempre. Ciascuno al suo posto deve condurre il combattimento apostolico non "inoltre" e "daltra parte", perché esso fa parte della nostra santificazione secondo i doni che ha ricevuto. Ma la prima condizione di questo lavoro apostolico è evidentemente di non fare naufragio: naufragio della fiducia, naufragio della fede, naufragio della ragione e della salute intellettuale. Tenere la testa sulle spalle, mantenere il proprio cuore pacificato e insieme vibrante, è già un miracolo. Ne ho fin troppo coscienza per non aiutarvi innanzitutto in questo senso.
In occasione del Natale, la cosa più semplice è ricordarvi che esiste un mistero dellIncarnazione. Chi vuole gustare la gioia del Natale deve accettare di capire per prima cosa che Gesù non è dappertutto... appunto perché è da qualche parte: a Betlemme o nellEucaristia e non in qualsiasi luogo, in qualsiasi modo e attraverso qualsiasi cosa.
È proprio il mistero dellIncarnazione che prendono di mira le diverse "contestazioni" attuali. "Si può essere cristiani oggi?". Sì, a condizione di prendere le distanze dallIncarnazione. Se la prendono, così dicono, con le "formule superate", e rifiutano "in nome del Vangelo" la realtà stessa del Verbo Incarnato. Vorrei dunque guardare con voi un po più da vicino come si arriva a svuotare di ogni significato la verità fondamentale del Natale: il Verbo si è fatto carne.
Il corpo di Cristo è "lontano" da noi dal giorno della Resurrezione. Una volta questo voleva dire lontano da noi fisicamente e questo allontanamento datava soltanto dallAscensione. Oggi vuol dire, in realtà, lontano da noi immaginativamente e intellettualmente: lontano dalla nostra mentalità, dalle nostre preoccupazioni, da ciò che ci sembra serio, da ciò che ci sembra reale. Vedete a cosa tutto questo può portare Il corpo risorto non ha più niente di un corpo, nel senso che noi diamo a questo termine, è un corpo "pneumatico", un corpo immateriale, un corpo incorporeo. Si è ormai convinti che la scienza conosce tutto dei corpi, o che conoscerà tutto, o che è radicalmente capace di conoscere tutto, e l'idea di un corpo glorioso appare veramente come poco scientifica, poco compatibile con la verità scientifica.
Allora, sempre preoccupati di allinearsi con il suddetto spirito scientifico, i teologi preferiscono insegnare che Gesù Cristo è "vivo" senza parlare del suo corpo e senza precisare se questa vita sia corporea o meno. Ma siccome si accetta sempre meno, peraltro, la distinzione fra anima e corpo, e siccome non cè esistenza umana senza il corpo non si precisa neanche che Gesù Cristo è vivo in quanto uomo, e si lascia lumanità svanire nella divinità.
Questa tendenza a "disumanizzare" il Cristo risorto va di pari passo con una tendenza non meno forte a chiudere Gesù entro limiti puramente umani prima della Resurrezione. Il mistero dellIncarnazione, così adattato al gusto del giorno, potrebbe formularsi abbastanza bene così: Gesù Cristo è vero uomo prima della morte, e vero Dio dopo la Resurrezione ciò che sottintende: Gesù Cristo non è praticamente Dio prima della morte, e non è praticamente uomo dopo la Resurrezione.
Dico "praticamente", perché ci si guarda bene di proferire esplicitamente simili enormità. Si è anche disposti a contraddire chi avesse laudacia o lingenuità di arrivare fino a quel punto. Ma la pastorale e la catechesi, quando ci parlano della vita terrena di Gesù Cristo, non presentano praticamente che un puro uomo, spogliato di tutto ciò che potrebbe differenziarlo da noi, "tranne il peccato" (ma cosè il peccato? altra nozione sospetta che svanisce), sottomesso come noi alloscurità della fede e agli incerti di una missione di cui scoprirebbe progressivamente il senso. La stessa pastorale non ci presenta praticamente, dopo la Resurrezione, che un Dio "vivente", evocato da formule vaghe come: "Gesù Cristo è vivo, Dio è Qualcuno".
La fede nellIncarnazione, in chi riflette di più, potrebbe così esprimersi nel Credo seguente: "Credo che la stessa persona che si chiama Gesù Cristo e fu crocifissa sotto Ponzio Pilato è oggi il Figlio del Dio vivente". Forse ci vorrebbe poco a far accettare a questi cristiani, e a questi pastori, la formula seguente: "Il Figlio delluomo è diventato (attraverso il mistero pasquale) il Figlio di Dio". Ma ci vuole molta onestà per riconoscere che tale formula è incompatibile con quelle di Calcedonia e con lo stesso Simbolo di S. Atanasio, che presentano Gesù Cristo insieme come vero Dio e come vero uomo? Ci vuole infine una rettitudine eccezionale per riconoscere nel Simbolo di S. Atanasio l'espressione della vera fede cristiana? Se da una formula allaltra la dottrina è così sostanzialmente cambiata, non si può rifiutare il titolo di cristiana a quella che è stata fin qui tradizionale ed è stata proclamata da tutti i confessori della fede.
Ma il male che colpisce questi cristiani e i loro pastori è più radicale e più universale di un errore concernente un dogma preciso fosse pure così importante come quello dellIncarnazione e della Resurrezione. Se si potesse costringerli a scegliere tra le formule di Calcedonia e le tendenze moderne, la cosa sarebbe presto sistemata. Ma non riuscirete a farli scegliere... e questo è più grave di ogni errore.
La soluzione adottata da tutti quelli che non vogliono lasciarsi costringere a una tale scelta e sono legioni è ciò che chiamerei la soluzione del disagio. In questi tempi di psicologia, si sostituisce sempre più ad ogni professione di fede oggettiva una confessione soggettiva sul proprio stato danimo. E qui in effetti la psicologia trionfa, perché gli uomini di oggi stanno diventando psicologicamente incapaci, non solo di abbracciare fermamente, ma anche di respingere fermamente, una qualunque professione di fede. Ossessionati dal desiderio di "comprendere e soppesare", è diventato per loro psichicamente impossibile aderire ad una proposizione, per quanto evidente sia, senza introdurvi delle "sfumature" che sono in realtà la proiezione del loro panico davanti a ciò che li strapperebbe dal loro soggettivismo e dalla loro affettività fluttuante. E nello stesso tempo anche davanti agli errori più gravi sentono il bisogno di "sfumare" il loro rifiuto.
Per giustificare questa malattia e presentarla come un progresso non si manca naturalmente di invocare limprecisione del linguaggio e ciò che si chiama "il problema della comunicazione". Si temono molto le angustie e i limiti di ogni formulazione umana, ma dietro questo timore così solennemente proclamato non posso fare a meno di notare, grossa come il naso in mezzo al viso, ciò che chiamerei la paura di vedere, più profonda ancora della paura di affermare o di negare, e che ad essa sovrintende.
Allinizio si ha paura di urtare il vicino, di mancare di carità verso di lui... e presto si ha paura di urtare se stessi, di essere costretti a delle opzioni che il proprio psichismo malato non riesce a fare.
Da sempre l'uomo prova paura davanti all'interrogazione del Vangelo, all'interrogazione di Cristo che ci invita al dono totale. Questa esitazione del cuore è relativamente normale finché non contagia l'intelligenza. Ma ciò che è nuovo, è di aver fatto dellesitazione stessa un criterio di buona condotta, di maturità... e infine di verità.
Si invocano beninteso le esigenze dello spirito critico, la prudenza che non precipita il giudizio e non simpegna alla leggera. Tutto questo è sano come preparazione adeguata alla decisione decisione di giudicare, di concludere con un sì o con un no, di dare o negare la propria fiducia, di dare o negare il proprio amore.
Ma la deliberazione, quando si protrae indefinitamente, diventa morbosa. Essendo questa malattia molto vantaggiosa per il demonio, è importante darle le forme più svariate in modo da dissimulare il suo permanere sotto aspetti molteplici. Cè lindecisione dello scrupoloso che si tortura, e quella del dilettante che si annoia. Cosa di più lontano in apparenza e sotto sotto di più vicino?
Fra le trovate che devono far più divertire il demonio di Lewis, va segnalata l'idea veramente geniale di insistere molto sulla nozione di impegno proprio nel momento in cui si inietta nelle intelligenze cristiane il gas invalidante che li distoglie morbosamente dallimpegno. Per far questo basta invitare allimpegno in tutti i campi in cui non cè verità assoluta che interessi le profondità dellanima, il campo politico ad esempio. Si fa ai cristiani un caso di coscienza di non impegnarsi nei sindacati proprio nel momento in cui li si dispensa di portare a compimento il dono di sé nel matrimonio, nella vita religiosa e nel sacerdozio.
Come avevo detto nel Ritiro di Montlignon, quelli che s'impegnano veramente non parlano del loro impegno : parlano del loro tesoro, di ciò a cui si donano. Quelli che parlano di impegno manifestano così, Freud saprebbe dirglielo, quanta paura hanno dellimpegno, e tentano di esorcizzare questa realtà temibile rendendole un omaggio rumoroso.
Ma cè di meglio: un gioco di prestigio più delirante ancora consiste nellinstallarsi nelle delizie dellindecisione stessa lasciandosi convincere che è una virtù. Queste delizie hanno certo i loro rovi e le loro spine, ma questi rovi e queste spine permettono al demonio di presentarci l'indecisione come virtuosa: la decisione sarebbe in tutti i campi il frutto di un bisogno infantile di rassicurazione.
Un segno evidente di tutto questo è l'allergia crescente assurta a poco a poco al rango di dottrina nei confronti di ogni impegno irrevocabile. I cristiani vengono incoraggiati a impegnarsi in politica, ma non se ne parla neanche di legarsi ciecamente e per sempre allo stesso partito. Lo spirito critico deve tenere gli occhi aperti per trasformarsi a suo agio in spirito di contestazione... una delle parole oggi più in voga. Lo spirito di contestazione è appunto il sotterfugio a cui la volontà ricorre per poter prendere le distanze da ogni impegno, tenendosi pronta a metterlo in questione in ogni momento.
Tutto questo è perfettamente legittimo e virtuoso, come osserva san Tommaso, nel campo economico e politico, in cui la complessità delle circostanze e la defettibilità umana impediscono la fiducia cieca e le opzioni irrevocabili. Chi non lo capisce e sacrifica il proprio spirito critico a una dottrina o a un qualche leader obbedisce in effetti a un bisogno più o meno infantile di sicurezza.
Il sofisma consiste nel trasporre queste verità sul piano metafisico preferibilmente in modo non esplicito, perché il piano metafisico è difficilmente percepibile ed è più efficace trattarlo per omissione. Ma, davanti alle affermazioni della fede e agli impegni che essa richiede, si reagirà esattamente come se si trattasse di cose umane. L'adesione a un dogma fermamente definito sarà presentata come il frutto di un bisogno di sicurezza e, in chi insegna, come una manifestazione di volontà di potenza.
In questo modo si è dispensati di contestare qualche dogma in particolare, di respingerlo fermamente. Ciò che si respinge una volta per tutte, è l'opposizione fra il sì e il no. E non la si respinge negandola, la si respinge spiegandola con le deviazioni psicologiche di cui ho appena parlato, in modo da non porsi mai su un terreno che porterebbe appunto a una conclusione ferma. Una tale operazione permette di svuotare la Rivelazione come si svuota il caffè della caffeina... senza dover mai prendere una qualunque posizione, dicendo sì a tutto senza dir no a niente.
Non crediate che stia inventando o che esageri. Di recente unassemblea di Superiore contemplative è stata sottoposta, per un giorno intero, a una seduta di "non-direttività", seduta in cui ci si allena proprio ad acquisire un tale atteggiamento. Ognuno dei partecipanti è invitato a esprimersi "liberamente" su un argomento qualunque. Questa cosiddetta "libertà" è accompagnata in realtà da una condizione implicita ma feroce: dite tutto quello che volete, a condizione di presentarlo come soggettivo, come unopinione del tutto personale, non pretendete di imporlo agli altri come una verità: sarebbe nuocere alla loro libertà di esprimersi diversamente. Il tema scelto per le contemplative era ingegnosamente collocato tra il campo puramente umano (dove un tale atteggiamento si potrebbe a rigore difendere) e il campo puramente dogmatico (dove si rischiava in ogni modo di provocare delle reazioni in quelle persone quanto meno prima che il lavaggio del cervello fosse completato): si era dunque scelto il tema dellautorità, abbastanza grave e abbastanza vago per rendere possibili tutti i disastri. La prossima volta si potrebbero affrontare la fede e la Rivelazione passando perché no per la vita mistica, transizione formidabile (soprattutto per delle donne) per riportare tutto agli stati danimo del soggetto.
È certo quindi che non sogno, e che anzi cerco di non sognare davanti a unoperazione che desidera farci sognare... a sostituire il sogno allesercizio fondamentale dello stato di veglia che consiste nel giudicare, nel decidere con un sì o con un no e quando non si sa o si esita, nel dire che non si sa e si esita, il che è ancora giudicare fermamente. Sappiate bene che è finito il tempo in cui si aveva a che con dei contraddittori: ora avete a che fare con dei malati che cercano di attirarvi nella loro malattia presentandola come un grado superiore di salute, che compiangono sinceramente il vostro bisogno di sì e di no e si guardano bene di contraddirvi, proprio come si compiangono le pretese di un folle che ci si guarda bene di contrariare.
Di fronte a un simile delirio, la prima cosa da fare è non perdere la testa, ciò che è già un miracolo. Non bisogna avere paura di restare alle evidenze del sì e del no, bisogna chiedere la grazia di conservare questa salute fondamentale, di non lasciarsi turbare dalla degnazione di chi crede di aver superato una logica così infantile e si offre di iniziarvi agli stati d'animo superiori della ricerca e del disagio. Senza essere ancora la follia della Croce è dopo tutto un inizio di beatitudine essere presi per imbecilli.
Ma la vostra lotta non è finita, perché se si accorgono di non turbarvi, e soprattutto se date qualche segno d'intelligenza (l'intelligenza superficiale accessibile anche agli occhi dei ciechi e in più lintelligenza "principale" che prendono per stupidità), allora smetteranno di compiangervi e vi considereranno come tiranni, come spiriti dominatori degni dei tempi dellInquisizione: rimprovero tanto più temibile in quanto sempre parzialmente fondato finché non siamo santi. Sono dunque costretto a denunziare un duplice scoglio:
1) è una forte tentazione partire in guerra contro gli innumerevoli sofismi distillati dalla malattia che sto denunziando. È una forte tentazione e in parte è necessario, ma è terribilmente pericoloso:
- perché si esauriscono le proprie forze: si attaccano gli effetti senza colpire la causa, le teste dellidra ricrescono man mano che le si taglia;
- perché non è l'atteggiamento più caritatevole, né nei confronti dei malati in questione, né, quindi, di coloro di cui si vuol preservare la salute. Quando un nemico ci attacca a viso scoperto, è certo difficile, ma teoricamente possibile, combatterlo in tutta carità, lealmente, ciascuno facendo ciò che ritiene il suo dovere ma non cessando per questo di amare il nemico. Ma, in una guerra di sovversione, o considerate l'avversario come consapevole della malizia delle sue menzogne, e allora a che pro combattere tali menzogne? Dio lo giudichi e preghiamo per lui; o lo considerate vittima più che colpevole di una tale malizia, ingannato più che ingannatore, e allora bisogna curarlo più che combatterlo: bisogna adottare insomma nei suoi confronti lo stesso atteggiamento che lui ritiene di dover adottare con noi. Il difficile è farlo senza disprezzo e senza fariseismo e anche senza lasciarsi disturbare dalla paura del fariseismo, paura che genera immancabilmente quella di non aver ragione: "Che ne sai tu che sei in buona salute? Chi sei per giudicare l'altro? Che tracotanza!" ecc.
2) Perché queste questioni non ci paralizzino e questo è l'altro scoglio, quanto frequente nei pastori: la timidezza bisogna essere immersi dalla Verità stessa in un abisso di umiltà. Solo la "forza terribile" che è l'umiltà secondo Dostoevskij può permetterci di resistere in mezzo al surrealismo teologico che ci circonda... e anche di curare questa malattia in tutta serenità, con una tenerezza inesorabile, in coloro che conservano ancora abbastanza istinto di conservazione per aggrapparsi alle boe che incontrano.
Ma bisogna che queste boe esistano, e questo è il nostro primo dovere: chiedere al bambino Gesù di farci esistere nelle profondità d'umiltà della sua Incarnazione. Il primo tranello, con cui il demonio ci attira fuori di questa fortezza imprendibile, consiste nel farci dimenticare la difficoltà di essere cristiani oggi, di farci credere che lo siamo saldamente e che dobbiamo occuparci degli altri proprio quando cominciamo a essere intaccati dalla loro malattia. Si sente dire dappertutto: "Andate verso gli altri, date loro la gioia di Cristo, non tenetela per voi"... e questo mi fa l'effetto di unesortazione di drogati che si rivolgono a dei malati di cancro: "Andate verso gli altri, non tenete per voi la gioia della salute..."
Il primo dovere è di esistere, di non lasciarsi prendere dalla follia di voler dare quello che non si ha. La gioia di Dio, la gioia del Natale, deve esistere in noi, e diventare perfetta (Che la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena) prima che possiamo darla agli altri questo è il senso del vecchio adagio, respinto sdegnosamente oggi come segno di una pietà individualista e superata: carità ben ordinata è cominciare da se stesso.
Se avete paura che un tale programma possa rendervi farisei, riformulate ladagio e dite: Umiltà ben ordinata è cominciare da se stesso. Il bambino del Presepe non ci chiede niente di più e daltro: diventare abbastanza umili e abbastanza poveri da non avere più nessuna esitazione quando si tratta credere al Salvatore e a tutto quello che ci dice.
Chiedo questa grazia per me, e la chiedo anche per voi, perché possa diventare contagiosa e attraverso di voi si possa indovinare la presenza della misericordia incarnata, "della benignità e umanità di Dio nostro Salvatore".
Chiediamo questa grazia gli uni per gli altri, e le nostre formule augurali siano cariche di eternità: che la Gioia del Natale cresca in noi, giorno dopo giorno, per tutto il corso del nuovo anno.
Fr. M.D. Molinié, o.p.
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