N°16


[Lettere agli Amici N°16] [Home Page] [Lettere Agli Amici]


Nancy, Natale 1973

Cari Amici,

Parecchi di voi mi hanno chiesto "cosa bisogna pensare" delle comunità dette carismatiche, nate dal movimento pentecostale. La domanda è abbastanza vaga, qualcuno la formula in modo più preciso, ma bisogna prima distinguere due tipi diversi (benché solidali) di domanda, a cui non risponderò nella stessa misura:

1) Che cosa sono i movimenti carismatici, quale analisi esatta si deve fare su di essi?

2) Che comportamento adottare nei loro confronti?

Non avendo nessun contatto diretto con tali comunità, mi vedo costretto a rispondere con una prudenza che potrà sembrare deludente.

I. Per quanto riguarda l’analisi, in particolare, non posso che esprimere un’opinione. Due ipotesi mi sembrano possibili, che del resto non si escludono, sia che si verifichino in comunità differenti, sia che interferiscano all'interno di una stessa comunità, o addirittura nel cuore di un solo individuo.

a) L'ipotesi dell'illusione, più o meno morbosa, più o meno volontaria, più o meno manipolata dal demonio. Una tale ipotesi non è mai da escludere del tutto quando si tratta di fenomeni mistici spettacolari, come è precisamente il caso presente, ed essa deve essere ancor più paventata quando lo scopo di una riunione è proprio quello di provocare, o almeno di favorire, tali manifestazioni.

So bene che questo scopo non è sempre così preciso, si desidera solo pregare insieme nella libertà dei figli di Dio "senza contrariare lo Spirito Santo"... e si "constata" che capitano cose edificanti, toccanti, talora sconvolgenti, del tipo dei carismi menzionati nei capitoli 12 e 14 della Prima Lettera ai Corinti, il principale dei quali (non il solo) è la glossolalia, e cioè il dono di parlare in una lingua che non si capisce, e che talora altri sanno interpretare. Senza arrivare fino a questo, i partecipanti possono esseri spinti a lodare Dio con una formula improvvisata, ecc.

Non mi dilungherò su dei particolari, di cui non ho, ripeto, esperienza diretta. Dico solo che una riunione che si aspetta fatti di questo genere non può fare a meno di desiderarli, soprattutto se "fanno bene" ai partecipanti, come costoro affermano con entusiasmo. In base a questo c’è sempre da temere che si adoperi, più o meno coscientemente, una tecnica psicologica volta a favorire, più che la preghiera, le manifestazioni spettacolari della stessa. S. Giovanni della Croce era molto severo nei confronti di ogni desiderio di questo tipo a livello individuale: lo sarebbe a maggior ragione, temo, di fronte a un'attesa collettiva di carismi straordinari. Direbbe che c’è sempre da temere l’illusione, e che anche se i carismi provengono da Dio, non Gli piace che vengano cercati. Il demonio e l'immaginazione possono imitare le opere di Dio, tanto più facilmente quanto più esse sono sensibili: chi li riceve senza averli cercati deve staccarsene con la massima energia per preferire ad essi la notte della fede. Si capirà allora quale follia sarebbe ai suoi occhi la ricerca e l'attesa di tali carismi.

 

b) Non escludo tuttavia un’altra ipotesi, di cui dico subito che è tanto più verosimile in quanto si ha a che fare con persone semplici e abbastanza rozze (come i Corinti). I moniti di S. Giovanni della Croce sono rivolti soprattutto, se non esclusivamente, alle anime d’orazione, dunque a un’élite soprannaturale. Dio non chiede l’impossibile, e i discernimenti che propone non sono molto accessibili alla gente del popolo... quel popolo che Padre Bonnet, un mio confratello del Convento di Nancy, esalta con forza in un libro appena pubblicato. Lo vuole difendere da un certo "clero socio-culturale" che pretende di imporgli un’epurazione intellettuale di cui esso non è capace, privandolo del solo nutrimento spirituale assimilabile per lui, la festa nel suo calore umano, assunta dalla Chiesa attraverso quei "riti di passaggio" che dovrebbero essere, per questo popolo, i sacramenti: il battesimo per il passaggio dalla non-esistenza alla vita, la prima comunione per il passaggio all'adolescenza, la cresima per il passaggio all’età adulta, il matrimonio per il passaggio alla nuova vita famigliare, l'estrema unzione e le esequie per il passaggio all'aldilà. A questa misericordia pastorale, che secondo Padre Bonnet, la Chiesa dovrebbe avere, può corrispondere, perché no, quella che chiamerei una misericordia mistica da parte di Dio, che cerca d'iniziare fin da quaggiù i poveri e gli incolti alla festa della vita eterna, attraverso una condiscendenza carismatica analoga a quella mostrata nei confronti dei Corinti.

Conosco l'obiezione che si può fare, e che solleva effettivamente una questione singolare. Questi carismi furono dati alla Chiesa primitiva perché ne aveva bisogno nel periodo della sua fondazione, ma, una volta "lanciate in orbita" le istituzioni, la liturgia, la pastorale, questi carismi scomparvero, sostituiti da qualcosa di più solido e migliore. S. Giovanni Crisostomo li paragona a regali di fidanzamento, che non hanno più ragione di essere una volta che il matrimonio dà molto di più e di meglio.

Bisognerebbe allora credere, in questa prospettiva, sia che la formazione offerta dai pastori è scesa molto in basso, anche tra i protestanti, sia che la diffusione del mistero d'iniquità, dell'apostasia immanente del mondo occidentale, ha talmente avvelenato l'atmosfera che i poveri e i semplici non possono più riconoscervisi. Ci sono sempre stati, infatti, dei movimenti più o meno "illuministi" nella Chiesa, ma è la prima volta, a mia conoscenza, che si parla così largamente del carisma della glossolalia, che lascia perplessi gli esegeti, e la cui inattesa rinascita fra i poveri dell'America non ci illumina molto sulla natura di questo strano fenomeno.

Comunque sia, sono troppo convinto delle risorse infinite della Misericordia per non sperare che essa sia all’opera nel XXmo secolo, come lo era ai primi giorni della Chiesa. Se si teme che questo cosiddetto ritorno dei carismi possa nascondere in realtà qualche grave deviazione, chiederei che non si dimentichi la dottrina tradizionale dei moralisti sulla "ignoranza invincibile". È evidente che la maggioranza dei semplici è affetta da ignoranza invincibile riguardo ai discernimenti necessari in questo ambito, e questo tanto più quanto meno sono evangelizzati, o evangelizzati nel clima che sappiamo, che tende a dissolvere ogni fede reale nel mondo soprannaturale. Questo è vero per tutti gli "illuminismi": ci sono sempre stati, fra le persone sedotte da tali movimenti, dei semplici insufficientemente istruiti non per colpa loro. A questi sono certo che Dio non rifiuta la sua grazia, che può passare per le vie più bizzarre, fosse pure quella dei tavolini che ballano (ma non fatemi dire che incoraggio queste pratiche !).

Non mi sento quindi di ricusare come impossibile il ritorno dei carismi accordati alla Chiesa primitiva. Nello stesso tempo ammetto come praticamente certa l’intrusione, fra i suddetti carismi, di fenomeni di un altro ordine: esaltazione naturale dell'immaginazione, illusioni varie, imitazioni diaboliche del soprannaturale che portano i gruppi così "stregati" a una sorta di frenesia pagana, a un brivido della danza e del canto, ricercato per altre vie dagli hippy. Come vedete non indoro la pillola, e sono propenso a vedere in tutto questo un pasticcio abbastanza incredibile in cui solo Dio può riconoscere i suoi... ma in cui, appunto, sono certo che li riconosce, e dà loro, forse, delle grazie strane, adattate alla povertà del loro psichismo, povertà che non chiude loro, anzi, le porte del Regno dei cieli: grazie più pure e più elevate possono essere loro offerte attraverso e al di là di questi carismi spettacolari.

II. Una diagnosi così "riservata" esige di per sé conclusioni pratiche altrettanto riservate. Distinguiamo a questo proposito persone illuminate e persone che non lo sono. Intendo per persone illuminate quelle la cui fede apre realmente le porte alla vita mistica. Intendo per persone non illuminate quelle la cui fede è nulla, o molto povera, o contaminata dai veleni moderni quanto basta per chiudere le porte alla vita mistica. Sperando che facciate parte delle prime, la mia conclusione pratica a vostro riguardo sarà che non avete niente da ricevere e da sperare, per voi, dalla frequentazione delle comunità carismatiche. Conclusione molto semplice e radicale che fondo su San Giovanni della Croce.

La vera difficoltà è sapere se la distinzione che qui propongo non sia un po’ troppo semplicistica: perché dovete prendere con le molle le conclusioni estremamente sfumate a cui giungo per quanto riguarda le persone insufficientemente illuminate. Se la frequentazione di una comunità carismatica fa loro bene (nel senso profondo della parola), hanno pienamente ragione di nutrirvi il loro fervore fin tanto che questo fervore vi è realmente nutrito. Per queste riunioni vale ciò che vale per tutti i mezzi di cui ci si serve per andare a Dio: sono da utilizzare fin tanto che sono realmente dei mezzi e non diventano freni, abitudini o gola spirituale.

Ma ci sono dei casi, molto numerosi, che non si lasciano ridurre alla distinzione che ho fatto. Un articolo di Padre Rumble, estremamente severo verso il movimento pentecostale, contiene una confessione significativa: "I cattolici dicono che le riunioni di preghiera pentecostali procurano loro un reale incremento di vita religiosa, e ciò non a detrimento della loro vita liturgica e sacramentale di cattolici, ma anzi dando loro una comprensione più profonda della Messa e delle dottrine e pratiche cattoliche tradizionali". Devo riconoscere che parecchie testimonianze mi hanno dato conferma di questa confessione, testimonianze che mi è impossibile non prendere sul serio. Una religiosa insegnante, che subiva forti tentazioni contro la fede, dopo più di vent’anni passati nella sua Comunità si è sentita sollevare da un’ondata di adorazione dopo una sola riunione di questo genere: il fatto è tanto più notevole se si pensa che non ha provato niente di particolare sul momento, e che questo slancio di adorazione l'ha colta all’indomani, per non lasciarla più per parecchi giorni; ora è nella Pace, liberata a quanto pare dalla punta più crudele delle sue tentazioni. Una giovane che pratica abitualmente l'adorazione notturna del Santissimo Sacramento sembra aver trovato il suo equilibrio attuale nell’inserimento in una comunità carismatica, del resto strettamente cattolica.

Bisogna comunque chiedersi perché dei cattolici non trovano, o non ritrovano, il loro dinamismo religioso che con l’aiuto di riunioni di preghiera pentecostali. Il fatto è tanto più singolare se si pensa che sembra abbastanza indifferente che queste riunioni siano cattoliche o no: i cattolici si sentono più a loro agio con altri cattolici, perché vi ritrovano le loro tradizioni, ma questo punto sembra accidentale all’essenza del fenomeno. L'essenziale è pregare insieme, non all’interno di un rito liturgico determinato, ma cercando invece di liberare ciascuno dalle sue inibizioni grazie a una sorta di contagio della spontaneità: se un partecipante riesce a lasciar parlare il suo cuore come se fosse solo, si spera che lo Spirito di Dio passi attraverso il suo cuore così liberato, e lo spettacolo di questa liberazione avrà a sua volta un effetto liberatorio sugli altri, che riusciranno a pregare insieme come se fossero soli, e meglio che se fossero soli, sostenuti dalla spontaneità del gruppo intero. Come si vede questa "tecnica", che tale non vuole essere, ricorda certe dinamiche di gruppo in auge nel mondo degli psicologi: invece di liberare chissà che cosa, spesso le forze più inquietanti dell'inconscio, si cerca di liberare quella regione dell’anima in cui lo Spirito Santo geme con gemiti inesprimibili... e canta in noi la gloria di Dio.

Alcuni cattolici, e anche alcuni monaci, hanno cercato di integrare questo tipo di preghiera nella loro vita religiosa. Ma, emigrando fra i cattolici, la filosofia pentecostale ha visto modificare abbastanza profondamente i suoi obbiettivi: si ammette implicitamente che la glossolalia e i carismi non sono essenziali come carismi, ma come fattori di liberazione da tutte le inibizioni che ci impediscono di pregare – liberazione psicologica cercata in comune sotto la mozione dello Spirito Santo. Questo va molto oltre l'obbiettivo iniziale, e si presenta in fondo come una educazione alla preghiera. Questo nuovo obbiettivo, ancora poco esplicitato dottrinalmente, esige una diagnosi essa pure nuova, per la quale la distinzione che proponevo tra persone illuminate e persone non illuminate, e più in generale tutto ciò che ho detto finora, appare insufficiente. Bisogna andare oltre, non soltanto nella ricerca di conclusioni pratiche, ma anche nella definizione e nella diagnosi sulle comunità di preghiera cattoliche.

* * *

La Chiesa ha sempre educato alla preghiera: si pensi ai monaci d'Oriente e d'Occidente. Ogni volta che si è verificato un cambiamento consistente nella psicologia dei cristiani, lo Spirito Santo ha suscitato nuove famiglie religiose che adattavano la preghiera, o piuttosto l’educazione ad essa, ai cambiamenti psicologici in questione. Questo è abbastanza evidente già negli Ordini mendicanti, ma ancora di più, lo si è spesso notato, in tutto ciò che ha visto la luce a partire dal XVImo secolo: Ignazio di Loyola e Teresa d'Avila hanno insegnato ai loro discepoli, e attraverso di loro a tutto il popolo cristiano, come pregare all'interno di una cristianità in via d'apostasia, e perciò in un modo molto più individuale. Il primo l’ha fatto in uno spirito di milizia apostolica, la seconda in una prospettiva puramente contemplativa: ma la "personalizzazione" che permetteva di proteggersi dai veleni dell’ambiente è tanto marcata nell’uno come nell’altra.

Altre scuole sono fiorite nei secoli seguenti: impossibile enumerarle tutte, ma la loro ispirazione non mi sembra radicalmente diversa da quella dei grandi fondatori che ho appena menzionato. Presso i sacerdoti si è posto l'accento su una spiritualità del sacerdozio; presso le religiose di vita attiva, il cui sviluppo risale pressappoco a quest’epoca, si è rimasti per lo più, e più o meno felicemente, sotto l’influsso della spiritualità ignaziana.

Il nostro è il secolo delle nevrosi, delle inibizioni, delle rimozioni... e del surrealismo. Naturalmente c’erano rimozioni e complessi anche prima del XXmo secolo, e, come si è spesso detto, il giansenismo si è incaricato di alimentarle potentemente. Nessuna scuola di spiritualità si è disinteressata di questa questione: ogni tradizione ha fornito ai candidati alla preghiera dei mezzi di liberazione. Ha anche ritenuto, a ragione, che l'orazione, con la pratica della carità, fosse il mezzo più potente per guarire dalle proprie alienazioni. Naturalmente questo non vuol dire che ogni educatore e ogni maestro dei novizi fosse lui stesso liberato e di conseguenza liberante: di qui catastrofi abbastanza frequenti più volte denunciate, in particolare a proposito dei santi che ne furono le vittime, per esempio Bernadetta (il caso di Teresa di Gesù Bambino è molto più discutibile).

Detto questo bisogna rilevare con cura che la base di questa educazione è sempre stata l’umiltà. Ora l’umiltà è una virtù molto misteriosa e in definitiva molto difficile da comprendere. Essa è indubbiamente il motore supremo della libertà dei figli di Dio, solo essa può realizzare la nostra liberazione da ogni alienazione psichica: ma per mettersi a praticarla, bisogna almeno intravedere cosa essa sia, e questo suppone un minimo di salute psichica. Uno schizofrenico può venire iniziato, con parole umane, al segreto dell'umiltà? La risposta sembra negativa per i casi gravi, e molto problematica per quelli meno gravi. Ma senza arrivare fino a questo, parecchie turbe e inibizioni troppo forti possono rendere praticamente inintelligibile il significato dell'umiltà. In un ambiente troppo rigido, la si confonderà con una capitolazione soffocante: questa confusione si è verificata molto spesso fra le religiose di vita attiva, a cui si insegna, ora, a diffidare di ogni invito all'umiltà.

Se uno viene oppresso, in qualunque modo questo possa avvenire, è normale che la liberazione non prenda affatto, per lui, i colori dell’umiltà, ma quelli della rivolta. La situazione attuale è molto complessa perché succede a un’epoca di giansenismo e di puritanesimo, eresie esse pure contaminate dalla formidabile rivolta contro Dio dei tempi moderni: voglio dire che, pur credendosi pie, queste eresie erano eretiche proprio perché partecipavano inconsciamente, con la loro durezza, alla rivolta metafisica che credevano di combattere. Liberatasi da queste eresie in modo esplosivo, la generazione attuale corre il rischio di perpetuare, meno inconsapevolmente, la stessa rivolta metafisica.

È abbastanza evidente se si osserva la storia del surrealismo, corrente di pensiero che è riuscita ad annettersi il freudismo come nuovo mezzo di espressione di questa rivolta. Inutile dire che l'esplosione surrealista, che si diffonde nel mondo occidentale con un successo fulminante, se libera da ogni dipendenza nei confronti di Dio e del Padre, coltiva il delirio psichico più di quanto non ne liberi: si fa anzi un vanto di presentare la psicosi, il disordine mentale e i "processi primari" come il vertice della liberazione umana (di qui, tra l’altro, il successo dell'antipsichiatria). La generazione attuale trova quindi il modo di essere allo stesso tempo più psicologicamente colpita delle generazioni precedenti, e di considerarsi come la sola a poter fare l’esperienza della libertà.

Tutto questo, in linea di principio, non riguarda i cristiani in cerca di preghiera... e tuttavia essi non sono al riparo dalle confusioni e dai mali tipici della loro generazione. Ne conosco pochi, in particolare, che siano indenni da ogni diffidenza nei confronti del Padre... dunque del sacerdozio, dell’autorità, del magistero. Come praticare, o anche solo ricercare, in queste condizioni, l'umiltà liberatrice? Sostituendo all’autorità del Padre quella del gruppo e dello Spirito Santo – nozioni che del resto tendono a confondersi per via della perfetta immanenza dello Spirito Santo, il quale è onorato con tanto più fervore in quanto non fa numero col gruppo, e non può in nessun caso esprimere un parere trascendente (che sarebbe visto come qualcosa di oppressivo).

Si capisce allora come i movimenti carismatici possano esercitare una tale attrazione su giovani animati da questa mentalità, tanto più scusabili in quanto l’autorità non è più disposta a esercitare il ruolo educativo e paterno che ha sempre svolto nella Chiesa. Deplorando di non essere più seguita né ascoltata, preferisce avvicinarsi, a prezzo di tutte le abdicazioni, alla massa che la contesta piuttosto che proporre la dottrina e la forza che solo pochissimi sarebbero ancora disposti a chiederle. I migliori fra i giovani cristiani si sentono quindi allo stesso tempo come pecore senza pastore e, nella misura in cui appartengono alla loro generazione, sono soddisfatti di essere così abbandonati alle ricerche della loro spontaneità: situazione che trovano esaltante, e che in effetti umanamente lo è… che lo sia anche spiritualmente è un altro discorso.

Conclusione. – I giovani che scoprono, o riscoprono, la preghiera all’interno delle comunità carismatiche sono dei principianti, nel senso che S. Giovanni della Croce dà a questa parola. Vi si trovano anche, sempre secondo il linguaggio di S. Giovanni della Croce, delle persone più mature e meno giovani, magari deluse nel campo della preghiera e dalle sconfitte inflitte al loro ideale. Stando al "dottore delle purificazioni passive", le impurità degli uni e degli altri restano considerevoli e sarebbero opprimenti se non si credesse nell’onnipotenza dell'azione purificatrice e misericordiosa di Dio, che sola è capace di portarli sulla vetta del monte Carmelo. Sarebbe assurdo considerare i principianti di oggi più impuri di quelli dei secoli passati: ma sarebbe ugualmente pericoloso (e questo pericolo è, in fondo, il quietismo) crederli più puri, e lasciare che ignorino la necessità di subire un purgatorio e un’immensa metamorfosi per entrare in possesso della luce che presentono.

Un tempo queste cose venivano insegnate; non erano sempre capite, anzi, erano spesso deformate e al loro posto c’era una dottrina gretta e sclerotica. Oggi non c’è più dottrina del tutto, il che ci libera evidentemente da questa sclerosi e rischia di essere sentito come una liberazione dai principianti in cerca dello Spirito. I protestanti hanno fatto da tempo l'esperienza di sette nemiche di ogni dottrina: sono poco armati, in virtù dei loro stessi principi, per preservare i cristiani da un tale pericolo. La Chiesa cattolica ha tutto per farlo, ma non abbiamo sempre coscienza rischiando così di abbandonare i principianti a malattie praticamente incurabili senza l'aiuto della sapienza degli antichi: quella dei Padri della Chiesa, o anche quella di uno starec o di un direttore spirituale (San Giovanni della Croce stigmatizza energicamente i pastori incapaci di svolgere questo compito e di orientare efficacemente le anime verso la Terra Promessa). Per questo, l'impurità delle comunità carismatiche è più pericolosa dell'impurità classica e normale dei principianti, perché si sviluppa senza avere i rimedi né sospettare la necessità di tali rimedi, di cui diffida d'istinto come diffida di ogni "direttività". In altre parole i principianti di oggi sono minacciati nella loro stessa fede, come non era il caso per le generazioni precedenti.

Ma si possono presentare le cose altrimenti: si può anche vedere la misericordia divina che va a cercare, e ad attirare alla preghiera, una generazione già molto contaminata nella fede, sul punto di perderla o che l’ha già persa. Un tale miracolo deve nutrire in fin dei conti una immensa speranza teologale riguardo a tali tentativi. Sono profondamente convinto che lo Spirito Santo non sia inattivo fra i drogati più di quanto non lo sia il diavolo nei conventi, e che bisogna ben guardarsi di giudicare dalle apparenze. Dico solo che niente è fatto, niente è veramente salvato finché non si è compresa la necessità di rispondere fino in fondo agli inviti dello Spirito Santo: la generazione attuale, e il mondo intero, saranno salvati da coloro che faranno il viaggio fino al suo termine, che cercano Dio per trovarlo, e non solo per cercarlo. Un tale viaggio passa necessariamente per la riscoperta dell'umiltà davanti alla dottrina e al sacerdozio eterno di Gesù Cristo, perpetuato miserevolmente ma infallibilmente (alla luce della fede) da ogni sacerdote che esercita realmente il suo sacerdozio, e da ogni vescovo che esercita realmente il suo pontificato. Finché si resiste a questa verità, è evidente che l'umiltà non è perfetta, ciò che non è molto grave se lo si comprende, e se si accetta di lasciarsi invitare a un annientamento più profondo di fronte alla Parola di Dio e allo Spirito Santo stesso. Nell’effervescenza spirituale di oggi vedo una riedizione della parabola del seminatore: il seme è abbondante e numerosi sono quelli che lo accolgono con gioia, ma quanti saranno quelli che non lo lasciano deperire per farlo rendere trenta, sessanta o cento volte tanto?

Bisogna sempre tornare a Gesù Bambino e alla sua obbedienza vertiginosa: non solo allo Spirito Santo, ma a suo padre e a sua madre. Finché la follia dell’amore non ci farà ritrovare questa saggezza, essa rischierà sempre di fallire, di insabbiarsi e di inaridirsi come il fico maledetto. Sento e so che lo Spirito Santo lavora veramente questa generazione, lo sento con speranze illimitate che affido a Teresa di Gesù Bambino: ma supplico la Madonna d'insegnare veramente, a coloro che sono travagliati dallo Spirito, cosa significa prostrarsi faccia a terra, "umiliarsi sotto la potente mano di Dio"... e fare l'esperienza inenarrabile della sua dolcezza che ci rialza e ci risuscita.

 

Come tutti gli anni approfitto di questa lettera per farvi gli auguri di Buon Natale e di Buon Anno. A molti di voi non potrò farli individualmente: chiedo loro di scusarmi e di voler gradire questa lettera collettiva come il segno della mia preghiera e del mio affetto fedele.

 

Fr. M.D. Molinié, o.p.

N°16


[Lettere agli Amici N°16] [Home Page] [Lettere Agli Amici]