[Lettere agli Amici N°17] [Home Page] [Lettere Agli Amici]
Cari Amici,
mi sono messo in una situazione imbarazzante. Alcuni di voi, per lo più laici isolati, mi hanno chiesto cosa bisognava pensare del "rinnovamento carismatico" e dei gruppi di preghiera sorti fra i cattolici nel contesto di questo movimento. Nel rispondere pensavo soprattutto a questi isolati di cui conosco abbastanza bene il cammino interiore, e verso i quali sento di avere una responsabilità pastorale. Ho detto loro di non avere nessuna esperienza diretta di queste comunità, e non li ho incoraggiati a indirizzarsi ad esse. È il meno che si possa dire, ne convengo, sul senso della mia Lettera N°16.
In realtà la diagnosi che ho formulato si riferiva al movimento pentecostale americano, cattolico o protestante, il solo che allora conoscevo. A questo proposito parecchi religiosi e religiose, che non mi avevano rivolto nessuna domanda, mi informano dell'esistenza di un "Rinnovamento" francese, così distinto dal movimento pentecostale da non voler neanche essere chiamato carismatico, benchè creda anchesso al ritorno dei carismi della Chiesa primitiva e se ne compiaccia, il che rappresenta la sua originalità in rapporto alla preghiera tradizionale nella Chiesa cattolica. Chiaramente sono stato preso in contropiede dalla scoperta di una realtà così diversa da quella esaminata nella mia ultima lettera. Come mi scrive lAbate di un monastero cisterciense, rischio di esercitare uninflusso nefasto "per mancanza d'informazione, contro il Rinnovamento nello Spirito che, nel pensiero di molti, rappresenta una grande speranza per la Chiesa doggi".
Anche nei riguardi del movimento pentecostale americano il mio corrispondente mi trova severo e ingiusto: "Lei condanna quasi senza sfumature le comunità carismatiche", mi dice. Cita allora la frase in cui ammetto come praticamente certa lintrusione, fra i carismi, dei fenomeni più sospetti. Rileggendo quella frase riconosco che assomiglia a una condanna, ma ci sono altri passi nella mia lettera nei quali non cè nessuna intenzione di condannare, tanto meno senza sfumature. Se avessi voglia di contestare, direi che anche laffermazione del Padre Abate andrebbe seriamente sfumata, ma non lo voglio fare e preferisco venire subito a quello che mi fa difficoltà. Lo stesso Padre mi dice: "Ciò che mi ha disturbato soprattutto è che lei dia tali giudizi pur riconoscendo di non avere nessun contatto diretto con queste comunità. Ma mi sembra che si tratti qui di cose spirituali dell'ordine della grazia e dell'amore, e che non si può giudicarne che per chi non li conosce che dallesterno, mi sembra che è il minimo di giustizia".
La soluzione sarebbe dunque quella di andare a vedere più da vicino, e di fare esperienza del Rinnovamento nelle comunità francesi. È qui che devo confessare il mio imbarazzo. Visto che mi è suggerito l'atteggiamento di Gamaliele, preferisco attenermi ad esso. Fino ad ora l'occasione di un contatto diretto non si è presentata: meglio informato, devo confessare che in coscienza non sento il dovere, e neanche forse il diritto, di ricercare attivamente una tale occasione. È questo un atto che appartiene al segreto più intimo delle mie relazioni con Dio, a cui chiedo evidentemente la luce su ciò che si attende da me. Devo esporre in pubblico il segreto della mia coscienza?
La risposta negativa sarebbe evidente se non mi fossi arrischiato a consigliare lo stesso atteggiamento a coloro che mi chiedevano in proposito una direttiva pastorale. Su questo punto non posso che sfumare le mie conclusioni senza modificarle sostanzialmente. Ci tengo solo a dire che questo non implica il minimo giudizio su ciò che succede allinterno dei gruppi di preghiera del "Rinnovamento nello Spirito". Mi si dice che delle deviazioni possono introdurvisi, ma che in sostanza "lo Spirito Santo è all'opera" in questi gruppi. Non intendo dire altro, e ripeto: tutti coloro a cui la frequentazione di queste comunità fa bene hanno il dovere di nutrirvi il loro fervore. Non solo non giudico coloro che trovano un nutrimento in questi gruppi, ma ho citato due esempi che manifestavano, mi sembra, il mio rispetto e la mia fiducia nei loro confronti.
Cionostante chiedo il permesso di tenermi in disparte, consapevole di approvare così tacitamente, che lo voglia o no, una certa reticenza ben palpabile in molti miei lettori. Mi assumo dunque una responsabilità abbastanza pesante decidendo di restare "in panchina". Ne sono cosciente quanto basta per sentire il bisogno di spiegarmi in questa nuova Lettera, perché non voglio a nessun costo allontanare chicchessia dalla sorgente d'acqua viva. È dunque inteso che non formulo nessun giudizio, se non appunto quello di astenermi: ma su questo giudizio pratico devo a voi tutti dei chiarimenti. Saranno capiti più o meno: a quelli che non li capiranno chiedo lo stesso rispetto e la stessa assenza di giudizio che cerco di avere per loro.
Prima di tutto unosservazione preliminare. LAbate che mi ha scritto mi ha consigliato, e gliene sono grato, la lettura del libro dellabbé Caffarel: "Faut-il parler d'un Pentecôtisme catholique ?" ["Si deve parlare di un pentecostalismo cattolico?"]. Mi sono affrettato a farlo: libro molto equilibrato, con cui concordo al 90 %, ma che non basta a convincermi a cambiare atteggiamento. Ci tengo a dire, tuttavia, che alla minima chiamata di Dio (trasmessa o meno dalla gerarchia, ma sempre controllata da essa) sarei pronto a rispondere e a raggiungere il Rinnovamento per "aiutarlo a orientarsi e mantenersi nella via che ci insegna la sapienza cristiana". Per il momento non ho ricevuto dalla gerarchia nessun invito di questo genere (di quelli che mettono in gioco il voto d'obbedienza di cui ho fatto professione), e non credo di averlo ricevuto direttamente dallo Spirito Santo. È su questo punto che mi devo spiegare.
Dopo dieci anni di incredulità ho ritrovato la fede, e insieme la vocazione domenicana. È stato o non è stato ciò che i pentecostali chiamano "battesimo nello Spirito", e l'abbé Caffarel "effusione dello Spirito", non lo so, lo sa Dio. Rilevo che per l'abbé Caffarel l'effusione dello Spirito "non è necessariamente unesperienza spirituale, non un sacramento, non il grande evento della vita cristiana", ma semplicemente l'effetto permanente del battesimo e della cresima... e questo non fa problema per un cattolico. Comunque sia, quando sento parlare di rivolgimento mistico o, più modestemente (sempre da parte dell'abbé Caffarel) di "scoperta dell'Ospite interiore, preghiera viva e gioiosa, amore per la Sacra Scrittura, attaccamento alla Chiesa, slancio missionnario, esperienza di liberazione", mi sembra di capire un po dal di dentro che cosa vuol dire, avendolo provato in quel momento. In seguito ho sempre predicato che la Pentecoste è, di tutte le feste liturgiche, la sola che non sia la commemorazione (peraltro viva e fruttuosa) di un avvenimento passato (nascita, morte e resurrezione di Cristo), ma un avvenimento presente che si protrae da duemila anni. Ero pentecostale ante litteram?
Quanto ai carismi... mi si dice "che sono in primo luogo ed essenzialmente al servizio degli altri, in vista del bene comune". Sia detto per inciso: questa non sembra la posizione di Ranaghan, per il quale la glossolalia in particolare sembra una sorta di punto normale di partenza della vita mistica. Cè da notare che su questa questione gli atteggiamenti sono molto diversi a seconda che ci si avvicini più o meno alla fonte iniziale del pentecostalismo. Se ci attiene alla posizione cattolica, ognuno riceve dei doni naturali e soprannaturali per il servizio della comunità, e deve farli fruttificare. Ma non sta a noi chiedere questi doni, lo Spirito Santo li distribuisce secondo una sapienza che non ci appartiene, e di cui S. Paolo dice che è molto diversificata nei suoi effetti. Non cè altro modo di sapere quale carisma Dio vuole per noi, se non constatare che labbiamo ricevuto... e farlo fruttificare: beati noi se non lo sotterreremo rendendolo sterile. S. Paolo si compiace dei carismi ricevuti, ne rende grazie, e consiglia di aspirare ai doni superiori, soprattutto quello di profezia, particolarmente necessario alla Chiesa, e che tutti noi (più o meno) riceviamo, stando a S. Tommaso. Ma vuole "mostare una via che le supera tutte" a chi è dotato di un cuore indomito che mira allapice dei doni di Dio: è l'inno alla carità, che supera tutti i carismi e senza la quale essi non sono niente.
Non mi sento, di conseguenza, a mio agio in un atteggiamento e in una pratica che portino a desiderare dei carismi. Se Dio risponde a questo desiderio, se si tratta, come mi è stato detto, "di una supplenza meravigliosa e di unastuzia mirabile dello Spirito Santo", credo che questastuzia non mi riguardi: perché lo Spirito Santo non ha aspettato il pentecostalismo per farmi misericordia, come a tanti altri, chiamandomi nel seno di quella Pentecoste ininterrotta che è Chiesa... e l'ha fatto con astuzie che devo anchio definire mirabili, se ne giudico in base al mio peccato e alle mie capacità di resistenza. Nel momento della mia conversione non ho avuto coscienza di ricevere il benchè minimo carisma; è solo oggi dopo parecchi anni di un apostolato, la cui insufficienza sarebbe disperante se non avessi fiducia nella misericordia che mi ha chiamato che comincio a rendermi conto di aver ricevuto certi doni necessari a certe anime, e che ho il grave dovere di metterli a loro servizio. Ma questo non lho mai chiesto, chiedo solo di non esserne troppo indegno, e di non essere giudicato troppo severamente sul cattivo uso che ne faccio. I carismi sono per me come il dono del chirurgo o delloratore (che effettivamente è un po il mio, essendo un predicatore). Sono doni meravigliosi per gli altri, ma non è questo che ci rende felici, e non è questo che io desidero, ma lamore che rallegra il cuore di Dio, e fa fruttificare a servizio degli altri i carismi ricevuti.
Al riguardo mi è capitata unaltra cosa, dieci anni dopo la mia conversione, di cui non voglio parlare in dettaglio, ma che ha orientato tutto il mio apostolato. Anche qui, se sia stata uneffusione dello Spirito, non lo so, lo sa Dio. È stato in ogni caso uno di quei momenti privilegiati di cui l'abbé Caffarel riconosce l'esistenza, e che ammette che si possano desiderare. In ogni caso io non avevo cessato di chiederlo: miravo ai doni superiori e al fuoco della carità. Ma quando Dio mi ha risposto e, in seguito alla mia supplica impaziente, "il Cielo mi è caduto addosso", ho capito che non avrei potuto sopportarlo, e nello stesso tempo ho capito la parte enorme d'impurità che conteneva la mia impazienza. Ho capito cosa volesse dire avere due uomini in sè, e che a causa delluomo vecchio ero per il momento incapace di sopportare la Pentecoste. Ho scoperto insomma, molto concretamente, il senso e la necessità della traversata del deserto, che deve seguire alluscita dall'Egitto compiuta nella gioia per effetto delle meraviglie di Dio. Nel corso dei miei studi avevo sentito parlare di questa traversata del deserto, specialmente da parte di S. Giovanni della Croce e anche dei Padri della Chiesa. Qualche tempo dopo, mi è parso di capire che Dio mi chiedeva di consacrare le mie forze al servizio delle anime, per aiutarle in questa traversata così necessaria e per certi versi così pericolosa, il più grande pericolo essendo, forse, quello di non entrarci. Dato che ci sono diversi carismi, mi è parso di capire che era quello il mio carisma essenziale, quello che dovevo principalmente far fruttificare, e che ispirò così il mio apostolato.
Non voglio dilungarmi sulle mie paure di essere infedele a questo carisma: queste paure sarebbero pericolose se dovessero distogliermi da questa via con il pretesto che non faccio granché... il decimo di ciò che farei se avessi la fede, come diceva Domenico Savio a Don Bosco. Non mi sento granché capace, come l'abbé Caffarel e molti altri, d'invitare ad uscire dall'Egitto per conoscere l'esaltazione della traversata del Mar Rosso. Sono contento che altri lo facciano, e in questa prospettiva mi compiaccio senza riserve dellastuzia mirabile del movimento pentecostale. Quando ho detto che la grazia può passare per le vie più bizzarre, compresi i tavolini che ballano, non scherzavo affatto: ci credo seriamente, ho ricevuto a questo proposito delle testimonianze irrecusabili, e ho potuto verificare più volte come lo Spirito Santo scriva dritto sulle righe storte.
Se ho ricevuto queste grazie (e questi carismi?) ben prima della diffusione del pentecostalismo, non ho neppure aspettato l'esplosione di questo movimento per deplorare che si parli così poco della traversata del deserto, che si inviti così poco a entrarvi al di là della gioia degli esordi e del rivolgimento della conversione, e che i direttori di coscienza siano in genere così poco preparati a sostenere efficacemente le anime impegnate in questa metamorfosi indicibilmente dolorosa, se ne lamentava già S. Giovanni della Croce. La via normale di chi viene attirato da Dio nel turbine di Giobbe e che dice, come questi: "Pietà di me, almeno voi miei amici, perché la mano di Dio mi ha toccato" consiste nel potersi appoggiare su qualcuno: un viaggiatore smarrito in un paese troppo esotico sente prima di tutto il bisogno di una guida, un malato affetto da un morbo sconosciuto (che non conduce alla morte, ma alla gloria di Dio), quello di un medico che conosca la sua scienza, ma che abbia anche l'esperienza del male in questione.
Sono dunque piuttosto ossessionato, lo devo confessare, dal desiderio ansioso che sento in Dio di trovare delle anime che vadano fino in fondo (il Padre cerca tali adoratori), che non si accontentino delle gioie della vita mistica ai suoi inizi e neanche dellequilibrio descritto dall'abbé Caffarel, e che ascoltino l'invito di Cristo a Pietro: Duc in altum, va più lontano, entra nella profondità. Essendo animato, tutto quello che ho scritto, da questa ossessione, lo si potrebbe in definitiva presentare come una teoria della traversata del deserto, rispondendo allauspicio di Teresa d'Avila che il carisma del direttore si basi su una scienza solida. Questa scienza, beninteso, cè già nei Padri e non ho la folle pretesa di costruirla, ma solo di precisarla in funzione dei bisogni e delle grazie del nostro tempo.
Grazie a queste riflessioni e a queste confidenze, si capirà forse un po meglio quel che ho voluto dire in maniera troppo sommaria nellultima lettera, in particolare che "le persone illuminate non hanno niente da ricevere o da sperare dalla frequentazione di comunità carismatiche". Con quella espressione intendevo delle persone avanzate abbastanza per impegnarsi efficacemente nella traversata del deserto. Anche in rapporto al pentecostalismo americano era questa, ne convengo, unaffermazione imprudente, da cui è mio dovere mettervi in guardia: non tutti quelli che mi leggono sono così avanti nelle vie dello Spirito (e d'altronde chi può saperlo?) da fare peccato andando come minimo a vedere cosa succede nelle riunioni del Rinnovamento. Per niente al mondo, ripeto, vorrei distogliere nessuno dal farlo: semplicemente non me la sento di incoraggiare a farlo positivamente in generale. E questo non per timore dei pericoli enumerati giudiziosamente dall'abbé Caffarel (e che non sono peraltro illusori), ma più semplicemente perché penso che non tutti debbano seguire questo cammino.
La sola riserva che mi permetterò di aggiungere a quelle dellabbé Caffarel è la seguente: non si sente molto parlare, in questo movimento, della tappa che dovrebbe seguire normalmente a un tale risveglio e che ha le sue leggi proprie e cioè appunto la traversata del deserto. In mancanza di una dottrina sufficientemente ampia e rigorosa su questo punto, il Rinnovamento rischia di non sospettare abbastanza la necessità di un cambiamento di scena del tutto radicale, l'effusione degli inizi non essendo in realtà che linizio di una lunga alchimia. Ciò che mi mette a disagio, insomma, in questo movimento, non è evidentemente ciò che vi succede (in Francia) e che suppongo venire da Dio; è che se ne parli con un tale entusiasmo che è praticamente difficilissimo non vedervi un culmine... mentre è poca cosa, stando a S. Paolo, e se si sa ciò che deve seguire. È per questo che ho parlato di principianti e di progredienti, senza nessuna degnazione da parte mia: è una nozione tradizionale valida per ogni cammino che porta a Dio. Ma sarei preoccupato se si uscisse dalla modestia e dal silenzio mariano della vita mistica: abbiamo tutti molto più da imparare di quanto abbiamo già imparato. E ciò che ci resta da imparare va molto più nel senso della spogliazione, della nudità, della scomparsa apparente di Dio perchè ci riveli il suo Volto che non somiglia a niente, che in quello di un arricchimento e di una intensificazione dell'entusiasmo. Di più non potrei dire senza rinviare a ciò che ho già detto e scritto, e che è oggetto della mia grande preoccupazione. Aggiungerò solo che, per salvare il mondo, Dio conta principalmente su coloro che faranno il viaggio fino in fondo, senza accontentarsi di passare il Mar Rosso, e raggiungeranno fin da quaggiù la Terra Promessa attraverso quella strana malattia iniziatica di cui parlano i mistici critiani, che io chiamo traversata del deserto, e i Greci "i dolori della seconda nascita".
NANCY, festa della Purificazione 1974
Fr. M.D. Molinié, o.p.
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