N°18


[Lettere agli Amici N°18] [Home Page] [Lettere Agli Amici]


Nancy, Quaresima 1975

Cari Amici,

Sono molto in ritardo con voi. L'attacco rituale d’influenza, e un soggiorno di predicazione nel Senegal, non mi hanno permesso di mandarvi un messaggio di Natale. Per cambiare un po’, vi offrirò dunque quest’anno una meditazione sulla Via Crucis, più adatta al tempo di Quaresima in cui riceverete questa Lettera.

Questa meditazione s'ispira – molto liberamente – a una predicazione fatta l'anno scorso nell'Abbazia di Keur Moussa. Il Frate Sottopriore mi aveva fatto richiesta del testo. Chi mi conosce sa che il testo delle mie prediche non può essere redatto che dopo le stesse, visto che prima non ce n’è. Ne consegue che non posso garantire la fedeltà di queste pagine rispetto alle parole pronunciate, e me ne scuso con il Frate verso cui mi ero impegnato. Voglia egli gradire l’offerta di queste righe come un piccolo segno della mia grande riconoscenza per l'Abbazia e per il Senegal.

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

P. S. Approfitto comunque di questa lettera per fare gli auguri a tutti, e scusarmi con coloro a cui non ho potuto rispondere personalmente.

Il P. Bonnet, autore di A hue e a dia, mi chiede di far sapere che presenta un numero speciale di La Vie Spirituelle, numero di Marzo-Aprile, dedicato alla Preghiera popolare. "Questo numero – dice - è la prima antologia sull’argomento e non può mancare nel cassetto di ogni vero inginocchiatoio".

 

 

VIA CRUCIS

dedicata a Fra’ Elia, di Keur Moussa

 

Ouverture. Gesù Cristo ha offerto le sue sofferenze e la sua morte per riscattarci. Ma non aveva bisogno per far questo di una manifestazione così cruenta. Il senso di questo spettacolo – perché lo è – non è la necessità di riscattarci: avrebbe potuto farlo altrettanto bene con un solo sorriso o un solo sospiro.

Egli ha voluto questo spettacolo perché la Chiesa potesse contemplarlo fino alla fine del mondo, come noi facciamo questa sera in questa Via Crucis. Se fosse morto per un incidente (per esempio sotto la torre) o di malattia, ci sarebbe stata Redenzione, non ci sarebbe Via Crucis, non ci sarebbe questa contemplazione della Chiesa che ripassa con le pie donne il susseguirsi degli avvenimenti del Calvario. Questo spettacolo non è solo quello della Redenzione : Gesù è morto per salvarci dal peccato, ma è morto anche ad opera del peccato, per effetto di una malizia che non è di questo mondo - benché possieda il cuore degli uomini – e alla quale ha voluto esporsi senza difesa. Il mistero che questa sera ci affascina è lo scontro tra questa malizia e la dolcezza disarmata del cuore di Dio.

Perché una tale contemplazione abbia un senso, bisogna che essa non si fermi alle sofferenze e alla morte dell’umanità di Gesù. Bisogna lasciarsi iniziare, attraverso il filmato degli avvenimenti, alla contemplazione del mistero nascosto dall’inizio dei secoli : la ferita del cuore di Dio di fronte al dolore di quelli che si perdono... in altri termini lo sconvolgimento delle viscere della Misericordia. È quello che cercheremo di fare nel corso di queste quattordici stazioni.

 

Prima Stazione : GESù è CONDANNATO A MORTE

 

Gesù Cristo non è venuto per condannare il mondo, ma è un fatto che lo spirito del mondo condanna lo spirito di Gesù, lo Spirito Santo, fino alla fine dei tempi, e che questa condanna è implacabile. Il mondo e il Principe di questo mondo possono tollerare la presenza di Gesù durante il tempo della sua vita nascosta : il mondo può anche gioire delle benedizioni temporali che questa presenza attira su di lui, il sole sorgendo e la pioggia cadendo, grazie a Lui, sopra i malvagi e sopra i giusti.

Erode può avere amicizia per Giovanni Battista e prender gusto al suo eloquio : ma nell'ora della verità la condanna diventa inevitabile, come fu inevitabile la strage degli Innocenti, sintesi fedele del mistero di Gesù. Appena nato, le nazioni rappresentate dai Magi vengono ad adorare il Re dei Giudei, ma chi regna secondo lo spirito del mondo non può tollerare questa regalità e Lo condanna a morte. Così potrebbe perfettamente compiersi il mistero della Redenzione nella sua pienezza, se Dio non intervenisse per sospendere per trent’anni lo svolgimento dell’Epifania... che riprende il suo corso al momento delle nozze di Cana, primo segno con cui Gesù manifesta la sua gloria, ciò che doveva condurlo infallibilmente alla morte secondo la logica di una allergia spietata tra questa gloria e l'orgoglio delle potenze temporali. Se Gesù manifesta la sua gloria con potenza, è la fine del mondo. Se la manifesta nella dolcezza e umiltà di una carne debole, è la condanna a morte.

 

Seconda Stazione : GESù è CARICATO DELLA CROCE

 

"Se qualcuno vuole essere mio discepolo, rinunci a se stesso, porti la sua croce ogni giorno e mi segua".

Portare la propria Croce, non è vivere eroicamente, come ci ricorderanno le cadute di Gesù. È accettare senza barare l'insieme delle miserie della condizione umana. Quelli che vogliono fuggire o cambiare radicalmente la condizione umana, sia a livello individuale (arricchendosi in un qualunque modo), sia a livello collettivo (pretendendo che l’umanità intera possa diventare ricca), induriscono il loro cuore e cadono sotto la maledizione evangelica riguardo alle ricchezze. Bisogna accettare di far parte dei poveri e dei piccoli, che non hanno né i mezzi né la pretesa di sfuggire alla penitenza inflitta al genere umano dalla sera della caduta.

Più profondamente, portare la propria Croce è accettare la miseria di essere un peccatore: non solo fragile e debole ma, più gravemente, diviso tra il bene e il male, l'amore e la durezza, l'orgoglio e l'umiltà... l’uomo vecchio e quello nuovo. È sollevare instancabilmente il proprio piccolo piede dal basso della scala che porta alla perfezione, accettando di non riuscire mai a salire un solo gradino e attendendo "l'ascensore divino" (il Cristo risorto) che ci verrà a liberare.

Portare la propria Croce, infine, è accettare che il proprio cuore sia oppresso, al seguito di Cristo, dal peso del mistero dell'iniquità e delle tenebre che ricoprono il mondo, e di cui noi siamo solidali. Più la grazia ci libera personalmente dal peccato, più dolorosa diventa l'oppressione delle tenebre.

 

Terza Stazione : GESù CADE SOTTO IL PESO della CROCE

 

Noi interpretiamo volentieri l’invito a portare la croce come un invito al coraggio e alla generosità. Vorremmo farlo con grandezza e in qualche modo gloriosamente. Supponendo che ci riusciamo, c’è un genere di prova che non accoglieremo mai in questo modo, perché sarebbe contraddittorio : l’umiliazione. Non è l'umiliazione che ci rende umili, ma è essa che ci obbliga a diventarlo – oppure a indurire il nostro orgoglio per resistere con disprezzo al suo amaro sapore. Accettando di cadere sotto il peso della Croce, di non ricorrere a nessuna delle forze di cui poteva disporre per evitarlo, neanche quella della sua volontà, Gesù ci mostra il cammino che ci porterà dall’umiliazione all'umiltà.

Non aveva bisogno di rifiutare la debolezza per essere forte : non più di quanto la sua dottrina non fosse la sua, la sua forza non era la sua ma quella del Padre, e ha voluto che questo fosse manifestato dall’evidenza della sua debolezza. Chiunque rifiuti di essere debole rifiuta la forza di Dio, secondo le parole di S. Paolo : "Quando sono debole, è allora che sono forte" - e : "La forza si manifesta pienamente nella debolezza".

Calcolare la spesa prima di seguire Gesù Cristo è, fra le altre cose, decidere una volta per tutte se vogliamo essere forti della nostra propria forza, o rivestiti della forza che viene dall’Alto, che rianima la nostra debolezza senza che essa cessi di essere tale... e di manifestarsi come tale con delle cadute di cui non sapremo mai con certezza in che misura sono colpe. Questa oscurità deve essere accettata, perché anche Gesù poteva dire a se stesso, cadendo : "Avrei dovuto fare meglio"... ma, appunto, Egli non voleva fare "meglio".

 

Quarta Stazione : GESù INCONTRA LA MADRE

 

Il sacrificio della Croce è perfetto come Redenzione solo nella Persona di Gesù, e in questo senso è vero che il Cristo Redentore non ha bisogno di una corredenzione da parte di Maria. Ma, come spettacolo contemplato dalla Chiesa, che le permette di penetrare con la fede nel segreto del Padre e di venire iniziata alla ferita del suo cuore, Gesù crocifisso non sarebbe completo senza Maria, che è già la presenza della Chiesa, associata come Sposa all'immolazione dell’Agnello.

Il genere umano è uomo e donna: figura, in questo, di un mistero trinitario che sarà la nostra eredità eterna. Tra il mistero trinitario e quello dell’amore nuziale si situa una realtà intermedia di cui S. Paolo dice che già "questo mistero è grande" : l'unione di Gesù Cristo con la Chiesa. L'unione di Gesù con Maria nel momento della Passione non è altro che la realizzazione eminente e il modello supremo dell’unione di Gesù Cristo con la sua Sposa mistica. Inaugurate alle nozze di Cana, queste nozze sono in via di compimento fino all'istante della consumazione suprema che Gesù proclamerà morendo.

Così la Passione come iniziazione al mistero trinitario e al dolore di Dio non potrebbe essere perfetta senza la distinzione e l'unione tra l'uomo e la donna. Quando lo sguardo di Maria incrocia quello di Gesù, è l'amore trinitario che li unisce nella sua ferita e li tritura insieme fino alla morte -  la morte dell’inferno – prima che questo dolore stesso non esploda in matrimonio di gloria.

 

Quinta Stazione : SIMONe DI CIRENE E'CARICATO DELLA CROCE

 

Ancor prima di imitare le sofferenze di Gesù, e di essere stigmatizzati come Maria e la Chiesa dalla loro contemplazione, il primo approccio a questo mistero, il più accessibile e il più umile per i principianti che siamo, è semplicemente soccorrere il Crocifisso portando una Croce che non è ancora la nostra. "Portate i pesi gli uni degli altri - dice S. Paolo - e adempirete la legge di Cristo".

Se non si dimentica che da duemila anni gli "umiliati e offesi" sono le membra sofferenti del Corpo di Cristo - e Gesù stesso agli occhi di quelli che credono, sperano e amano - si comprenderà come, in terra cristiana, la migliore iniziazione alla vita contemplativa sia la vita attiva, che contempla il dolore degli altri sforzandosi di alleviarlo, e a forza di contemplarlo finisce per esservi incorporata, farlo suo e penetrare così in un mondo inaccessibile agli sforzi umani : "Bene, servo buono e fedele, perché sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto : entra nel segreto del dolore del tuo padrone, che è la Gioia".

Ma si comprenderà anche che la vera vita attiva agli occhi della Chiesa non è quella che si preoccupa di essere efficace, ma di donare gratuitamente, e talvolta in pura perdita, per amore. Simone di Cirene ha aiutato Gesù a camminare verso la morte, ciò che non presenta molto interesse a prima vista : se Gesù fosse morto di spossatezza prima della crocifissione, che cosa ci avrebbe perso ? Niente, dal punto di vista fisico, tutto dal punto di vita dell’amore che lo spingeva per noi verso la Croce. Il gesto di Simone di Cirene fu un gesto di compassione puramente gratuito e inefficace agli occhi del minimo calcolatore : ma agli occhi dell’amore, portando la Croce di Gesù, era crocifisso con Lui... e questo è il fine ultimo di ogni azione e di ogni contemplazione nella Chiesa.

 

Sesta Stazione : LA VERONICA ASCIUGA IL VOLTO DI GESù

 

Dopo l’azione, la contemplazione. In modo lampante il gesto di Veronica è un gesto d'amore più che un gesto utile: è il momento molto preciso in cui l’azione caritativa diventa contemplazione, puro canto d'amore che desidera, ben al di là del sollievo dato, ricevere l'impronta della sofferenza nel suo cuore. È ciò che significa la tradizione secondo la quale il volto insanguinato di Gesù s'è impresso sul velo della Veronica. Prima manifestazione, molto prima del diciannovesimo secolo, della devozione al Santo Volto, che Teresa Martin non ha voluto separare da Gesù Bambino, in una sintesi che riassume tutto il mistero di Cristo : Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

Più profondamente ancora, c’è qui una figura trasparente del mistero della stigmatizzazione, che è il mistero stesso della Chiesa e di Maria in quanto Sposa. L'impressione miracolosa del volto di Gesù sul velo della Veronica è figura dell'impressione soprannaturale di questo stesso volto nel cuore di Maria e della Chiesa - impressione che è un mistero di gloria e un mistero di nozze (le nozze dell’Agnello), ed è in verità una stigmatizzazione. I carismi spettacolari di Francesco d'Assisi e di Caterina da Siena permettono di intravedere ciò che succede segretamente nel cuore di ogni cristiano non appena si lascia invadere dal fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra - a cominciare da Maria, di cui la liturgia canta la "trasfissione" ai piedi della Croce, e da S. Paolo che "porta nel suo corpo le stigmate di Cristo Gesù".

La Messa è uno spettacolo che stigmatizza la Chiesa e la mantiene da duemila anni ai piedi della Croce, mentre la comunione fa penetrare progressivamente questa contemplazione fin nel corpo dei fedeli, che si avvicina così alla gloria stigmatizzata del Risorto.

 

Settima Stazione : GESù CADE PER LA SECONDA VOLTA

 

 

In questo momento Gesù non porta più la Croce. Appare dunque ancora più debole e spossato che nella terza Stazione. Via via che si avvicina all'esplosione della gloria, il volto e il corpo di Gesù evolvono verso uno stato che non ha più niente di umano, preparando così lo stato sovrumano della Resurrezione : "Sono verme, non uomo…". Questo verme fa venire in mente il paragone del baco da seta, impiegato da Teresa d'Avila per far capire la trasformazione della gloria in un’anima fedele. Quando il baco non ha più niente di un baco, non ha più niente che assomigli a niente, è proprio allora che sta per diventare farfalla e volare verso la gloria. Questo passaggio è inevitabile, è inerente al mistero della metamorfosi e della beatitudine che Dio ci propone.

È precisamente il rifiuto di questa metamorfosi e della sua legge umiliante che ha introdotto il peccato nel mondo. Con il peccato la morte eterna ha esteso il suo impero, e il cuore di Dio è afflitto da questa morte eterna, ferito da un dolore che noi non possiamo comprendere, perché non è il dolore di Dio, ma il dolore stesso dei reprobi "assaporato" da Dio più profondamente di quanto non potranno mai fare i reprobi stessi, sviluppando in seno all’Amore una sorta di ferita infinita che dipende unicamente dal fatto che Egli ama ostinatamente quegli ostinati - ferita di un Amore inalterabile che, a tale titolo, è nello stesso tempo la beatitudine dell’Amore, e non comporta, a parlare propriamente, nessuna sofferenza nel senso che diamo a questa parola... ma Dio stesso non ne ha trovato un'altra per indicare questa ferita, né altro spettacolo che quello di Gesù per farcela contemplare.

Così, nell'ora della sua metamorfosi, Gesù porta le stigmate della ferita di Dio e crolla per la seconda volta in un annientamento che è nello stesso tempo quello dell’inferno e quello della gloria : non è più niente, neanche un uomo, neanche capace di mettere un piede dopo l'altro - e non è più niente perché è la Pasqua, il passaggio verso la gloria che, non essendo ancora la Resurrezione, per il momento non è niente.

 

Ottava Stazione : GESù "CONSOLA" LE DONNE DI GERUSALEMME

 

Strana consolazione, che minaccia queste donne e i loro figli di un castigo ancor peggiore : "Se trattano così il legno verde, che ne sarà del legno secco ?". Se si rifiuta di credere all'inferno, si accolgono queste parole con una disinvoltura e una leggerezza che ricadono su Dio stesso, di cui S. Paolo ha però detto che non ci può prendere gioco. Svuotando il dogma dell’inferno, si svuotano non solo queste parole, e un gran numero di altre altrettanto precise nel Vangelo, ma lo spettacolo stesso della Croce di Cristo, che perde allora ogni senso. Fare la Via Crucis in queste condizioni è schierarsi, nella migliore delle ipotesi, dalla parte degli apostoli offuscati pronti a rinnegare il loro Maestro e della folla incredula – nella peggiore, dalla parte di coloro che vogliono sbarazzarsi di Gesù. Ogni uomo che si sbarazza di Gesù con delle parole e una teologia di suo gusto è pronto a sbarazzarsene con degli atti, e atti di persecutore. Lo dico senza giudicare nessuno, perché di ogni persecutore Dio può fare, come di Saulo, un vaso di elezione : parlo solo dello spirito che anima le teologie moderne, senza che sia un’ingiuria dir loro quel che Gesù diceva agli Apostoli : "Voi non sapete di che spirito siete".

Non è per dei motivi leggeri che si rifiuta l'inferno. Leggeri intellettualmente, lo sono : ma affettivamente sono pesanti di una ribellione implacabile contro la Verità di Dio e la Verità dell’amore. Chi si abbandona a questa ribellione cerca di sbarazzarsi di Gesù Cristo ad ogni costo, e diventa presto vero dire di lui quello che i santi dicono del peccato mortale : che rinnovano la Passione crocifiggendo di nuovo Gesù Cristo. Questo è vero di ogni peccato mortale, ma lo è particolarmente di questa rivolta contro la fede, e contro la Luce che ci smaschera come peccatori. Il mondo ha preferito le tenebre alla Luce perché le sue opere sono malvagie e non vuole che siano svelate come tali. Allora, voi che mi guardate senza credere all'inferno, non piangete su di me ma su voi e i vostri figli : perché, se si tratta così il legno verde, che ne sarà del legno secco ?

 

Nona Stazione : GESù CADE PER LA TERZA VOLTA

 

C'è qualcosa di monotono in questa ripetizione, che spesso mette in difficoltà il predicatore che si chiede che cosa potrà dire ad ogni caduta. Ma questa ripetizione è inerente alla condizione umana che Gesù ha voluto assumere integralmente. Nessuna sofferenza è degna di questo nome se non si chiede quanto potrà durare, e, dopo molte speranze "di vederne la fine" (come dicevano i contadini francesi durante l'occupazione), se non si sente invasa da una disperazione più profonda ad ogni ricaduta, con l'impressione di precipitare in un abisso senza fondo. Il tempo, la ripetizione e la monotonia sono essenziali al modo umano di soffrire : "Non finirà mai ?". Chi non ha mai pronunciato queste parole dal profondo della sua miseria non sa niente.

La rivolta dell’uomo consiste appunto nel dire : "Basta così, ho sofferto abbastanza, non ne posso più". E ripeto che non c’è vera sofferenza senza la tentazione di ribellarsi contro queste ricadute incessanti : ma l'uomo che non è mai stato tentato, che cosa sa ? La grande prova della nostra vita è, in fondo, la sete di Dio, sofferenza beata, ma che diventa pericolosa quando genera l'impressione che questa sete non sarà mai saziata. Come dice Teresa d'Avila, l'anima rischia di scoraggiarsi e di abbandonare la partita proprio quando non è che a due passi dalla sorgente. È nel momento, infatti, in cui stiamo per essere liberati, in cui l'ascesso che ci tormenta sta per scoppiare, in cui la nostra febbre sta per cadere nella dolcezza di Dio; è in questo momento, forse, che l’afflizione e una certa disperazione raggiungono il loro punto culminante : lo si potrebbe chiamare, questo momento, il momento della terza caduta, quello che dà l'impressione di condannarci a una serie di cadute interminabili... quando invece non è che l’ultima.

 

Decima Stazione : GESù è SPOGLIATO DELLE SUE VESTI E ABBEVERATO CON FIELE E ACETO

 

Beatitudine della nudità, che è quella dei poveri - beatitudine della fame e della sete, che è quella dei santi. Non si entra nella gloria senza conoscere il momento critico (di cui parlavo nella seconda caduta) in cui non si ha più niente, in cui non si è più niente se non sete. Legge di ogni creatura abbastanza pesante da comportare un rischio di rivolta che è il rischio stesso del peccato.

Ma chi è fedele e sa dire Fiat capisce come aveva torto, nell'ora della tentazione, di sospettare Dio di essere dispensato da una tale nudità e da una tale sete. A partire dal momento in cui si rimette alla decisione della creatura, Dio è spogliato delle sue vesti, e cioè della sua potenza, perché deve restare disarmato davanti all’eventuale rifiuto della libertà creata. E proprio per questo ha sete, una sete indicibile della risposta positiva che solo la nostra libertà può dargli (sostenuta dalla grazia certo, ma alla fine è la creatura che dice sì, non solo la grazia). La sete di Gesù sulla Croce rifrange nella sua carne la sete infinita che Dio ha della felicità degli stessi reprobi : sete che si abbia sete di Lui, come si è spesso detto. E il fatto che Gesù si lasci spogliare delle sue vesti manifesta l'incredibile timidezza divina verso di noi – timidezza incomprensibile, e che non deve mai farci dimenticare la teologia pur tuttavia indiscutibile dell’onnipotenza e della predestinazione.

 

Undicesima Stazione : GESù è INCHIODATO SULLA CROCE

 

Arriviamo all'ora del parossismo delle sofferenze di Gesù, tanto nella sua anima che nel suo corpo. L'Agonia del Getsemani prosegue fino all'istante in cui Gesù spira. Lungi dal placarsi con la realizzazione degli avvenimenti che teme, essa piomba con una velocità accelerata a quel livello di profondità dove, oltrepassando ogni misura umana, non meriterà più di chiamarsi sofferenza ma Gioia – sfociando nell'Amore infinito di cui rifrange il dolore, per rifrangere ormai la gloria e la beatitudine di questo stesso dolore: e questo è la Resurrezione.

In quest’ora di parossismo, le parole di Gesù devono essere accolte come aperture sull'infinito particolarmente preziose, aperture vertiginose su quell'abisso di misericordia che è il dolore di Dio.

"Non sanno quello che fanno... Ecco tua Madre... Questa sera sarai con Me in Paradiso... Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato ?... Ho sete... Tutto è compiuto... Padre, nelle tue mani affido il mio spirito"... e infine il grido, questo grido che risuona fino alla fine del mondo nel cuore di coloro che hanno orecchi per intendere - grido di dolore della misericordia che vuole salvare gli uomini e non ci riesce... ma che salva comunque coloro che si lasciano toccare, sconvolgere, convertire in una parola, da Gesù che grida che ci vuole salvare, e che lo può fare, se la nostra resistenza non prevale, e se Gli diamo tutte le nostre rivolte.

 

Dodicesima Stazione : GESù MUORE SULLA CROCE

 

In questo preciso istante scoppia la vittoria pasquale, l'Agonia si trasforma in gloria e in gioia, l'inferno è vinto dal dolore stesso di Dio, dalla debolezza di Dio... in altre parole dalla Misericordia.

A partire da questo momento S. Leone chiede ai cristiani di non affliggersi più davanti allo spettacolo della Croce, ma di gioire. La conclusione normale della Via Crucis dovrebbe essere la proclamazione del dogma fondamentale della nostra fede : Cristo è risorto, Alleluia ! Non c’è una quindicesima Stazione che lo dica, perché in verità questa Luce è intimamente presente a tutte le Stazioni, è essa che dà loro un senso e giustifica la contemplazione della Chiesa delle sofferenze di Gesù, senza per ciò cadere nel dolorismo, o nella depressione dei discepoli di Emmaus. La Resurrezione deve essere presente ad ogni passo di questa Via dolorosa, ed è per questo che ho detto che, al di là delle sofferenze umane di Gesù, dovevamo lasciarci condurre dalla Chiesa verso la contemplazione del dolore di Dio, che è nello stesso tempo Resurrezione.

Ma la morte di Gesù è veramente l'istante critico, la cerniera che collega il dolore alla Gioia, la morte alla gloria, l'ignominia della disfatta alla vittoria eterna. È davanti a questa morte che la fede della Chiesa trova la forza, già dal Venerdì Santo, di cantare con Maria il Magnificat e, di rivolgere alla Croce quello sguardo di giubilo completamente folle (nel senso paolino) che esplode attraverso gli inni quasi deliranti del Pange lingua e del Vexilla Regis :

 

Super crucis trophaeo

Dic triumphum nobilem :

Qualiter Redemptor orbis

Immolatus vicerit

 

R/. Dulce lignum, dulces clavos, dulce pondus sustinet

 

Spina, clavi, lancea

Mite corpus perforarunt,

Unda manat, et cruor :

Terra, pontus, astra, mundus,

Quo lavantur flumine

 

Flecte ramos arbor alta,

Tensa laxa viscera,

Et rigor lentescat ille,

Quem dedit nativitas :

Et superni membra Regis

Tende miti stipite

 

Crux fidelis, inter omnes

Arbor una nobilis :

Nulla silva talem profert,

Fronde, flore, germine.

 

 

E infine :

 

Vexilla Regis prodeunt :

Fulget Crucis misterium,

Qua vita morteem pertulit,

Et morte vitam protulit.

 

Arbor decora et fulgida,

Ornata Regis purpura,

Electa digno stipite

Tam sancta membra tangere.

 

Beata, cujus brachiis

Pretium pependit saeculi,

Statera facta corporis,

Tulitque praedam tartari.

O Crux, ave, spes unica...

 

Tredicesima Stazione : IL CORPO DI GESù è TOLTO DALLA CROCE

 

La Resurrezione tuttavia non scoppia subito. Come una lunga sospensione separa la Natività dall’Epifania che porterà Gesù verso l'epifania suprema della sua gloria sulla Croce, così una certa sospensione separa la vittoria pasquale dalla sua manifestazione nel momento della Resurrezione.

È sorprendente che la contemplazione della Chiesa si porti di preferenza, durante il vuoto liturgico del Sabato Santo, su quello che fu il corpo di Gesù - e che in buona filosofia non è neanche più un corpo umano – piuttosto che sulla sua anima, che tuttavia non resta inattiva, visto che discende nello Sheol ad aprire le porte del Regno dei Cieli (primo frutto della vittoria pasquale), dogma garantito dal Simbolo degli Apostoli. Come se la contemplazione della Chiesa si lasciasse andare alle reazioni più umane di fronte alla morte, piuttosto che alla prospettiva di fede ricordata or ora.

Questa prospettiva di fede è infatti indissociable dalla verità dell’Incarnazione, e della morte integralmente umana di Gesù. È essenziale rendere culto ai morti, più esattamente onorarne le spoglie mortali e pregare per la loro anima. Il culto delle reliquie, la conservazione miracolosa di certe spoglie confermano questo istinto della religione naturale : le spoglie mortali non sono più un corpo, ma conservano una duplice misteriosa relazione con il corpo che furono, e con quello che saranno al momento della Resurrezione.

In Gesù Cristo questa verità universale si trova confermata e rafforzata al di là di ogni misura dal permanere dell’unione ipostatica, verità di fede proclamata dalla contemplazione stessa della Chiesa e di Maria. La quale ha seguito l'uso comune e l'istinto religioso del cuore umano, che è di collegarsi con l'anima dei defunti rendendo onore alle loro spoglie... onore che qui fu quello dell’adorazione in senso stretto. Ella ha pianto su queste spoglie come ogni donna e ogni madre avrebbe fatto, attestando e prolungando così la verità dell’Incarnazione.

Dobbiamo d’altronde riconoscere che queste lacrime sono di ordine molto più umano e naturale del dolore stigmatizzante della Compassione. Esse manifestano che Maria resta una donna sensibile a tutto ciò che merita di essere sentito : ma la gloria di Colui che è già virtualmente risorto non la crocifigge più dolorosamente, la inonda della Pace regale che sarà ormai la sua parte fino all'Assunzione - e che impregnava tangibilmente l'ufficio delle "Tenebre" del Sabato Santo, al tempo in cui veniva ancora celebrato. Non solo Maria non piange come quelli che sono senza speranza, ma in verità le sue lacrime sono già immerse nella gioia che esploderà il mattino di Pasqua.

 

Quattordicesima Stazione : IL CORPO di GESù è DEPOSTO NEL SEPOLCRO

Ultima tappa del periplo di Gesù sulla terra, preparazione prossima del mistero di Pasqua, le spoglie mortali di Gesù sono deposte nel luogo preciso da cui partiranno i Vangeli della Resurrezione e la Proclamazione di fede che farà sempre appello al sepolcro vuoto come a una testimonianza essenziale. Non c’è più niente da dire qui : bisognava che Gesù fosse perché Maria Maddalena potesse esclamare : "Non è più qui!", e domandare: "Dove l’hai messo ?".

Lo sguardo della Chiesa in quest’ultima Stazione si volge dunque verso i Vangeli della Resurrezione, che ruotano anch’essi attorno al sepolcro vuoto. L'anima di Gesù è vittoriosa, ma la Chiesa vede e canta le cose secondo la Rivelazione che Dio le fa : al di là di questa umile constatazione: "Gesù è sepolto", la Chiesa contempla già l’abbagliamento e lo stupore delle guardie, i discepoli che scoprono che il sepolcro è vuoto, e la gloria di Gesù che regna definitivamente sul mondo...

 

N°18


[Lettere agli Amici N°18] [Home Page] [Lettere Agli Amici]