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Nancy, 30 Aprile 1968
Cari Amici,
Questa lettera arriva con molto ritardo. Avevo deciso, e anche promesso, di darle la priorità su ogni altro lavoro. Circostanze materiali hanno deciso altrimenti: ho dovuto preferirle il ciclostilato sul Peccato originale. Spero di potermi rifare nei mesi seguenti, scrivendovi due, o forse tre, lettere.
I
Vita spirituale
Oggi parleremo della contrizione e del peccato. Non vedeteci lossessione di un autore immerso in questo argomento dal ciclostilato che preparavo: mi sembra impossibile parlare correttamente di Cristo, della Vergine Maria, dell'Eucarestia e beninteso della confessione (argomento pratico per eccellenza) senza parlare prima del peccato (e dopo aver accennato, parlando della preghiera, alla nostra intimità con Dio).
La rivelazione si potrebbe insomma riassumere in tre punti:
1. Dio ci chiama allintimità trinitaria.
2. L'uomo ha perduto questintimità a causa del peccato.
3. Cristo ce la restituisce mediante il sacrificio della Croce.
Riguardo al peccato, la difficoltà mi sembra la seguente: da una parte ci sono delle trasgressioni in rapporto a leggi molto precise dallaltra cè il peccato "in profondità" a cui alludono certi predicatori (fra i quali anchio). Ora, queste sono due visioni del peccato talmente lontane che sembrano appartenere a due pianeti diversi.
Per quanto riguardo la prima la psicologia dei cristiani oscilla tra timori scrupolosi più o meno patologici e unindifferenza pressoché totale. Molto spesso accusano in confessione trasgressioni di questo tipo (la più tipica, fino a poco tempo fa, era quella di mangiare carne il venerdì) senza considerarle veramente come dei peccati. Hanno semplicemente coscienza di non essere "in regola"... e di mettercisi confessandosi. Questa coscienza non è priva di un certo disagio, ma questo disagio non è il frutto di una morale sana, perché è perfettamente compatibile con la certezza più o meno implicita (e talora oggettivamente fondata) che una tale trasgressione è praticamente impossibile da evitare sia per ragioni psicologiche (non ci si sente responsabili), sia per ragioni materiali. È così che alcuni si accusano di avere perso la Messa, quando era loro dovere manifesto perderla, per curare un malato o assolvere un compito urgente: e questaccusa si trova mescolata ad altre in cui la stessa omissione viene dalla negligenza. Tutto questo non fa una grande differenza ai loro occhi, lessenziale della colpa consistendo nellessere materialmente fuori regola.
Per quanto riguarda il peccato in profondità, i più non capiscono assolutamente che cosa questo vuol dire. Anche quelli che fanno uno sforzo per capirlo cercano di trasferire in questo campo oscuro e inafferrabile il disagio che provano di fronte alle loro trasgressioni materiali: talora ci riescono fin troppo bene, e piombano in angosce degne di un Kafka spesso non ci riescono e rimangono, nei confronti di questo peccato, in una sorta di stupore
Non sorprende che questo insieme di reazioni elementari, terribilmente favorite dal giansenismo, abbia provocato ai giorni nostri una reazione di rigetto verso ogni senso di colpa. Il che sarebbe eccellente, se i cristiani avessero imparato a provare di fronte al peccato il senso che suggerisce il Vangelo, e che lo Spirito Santo vorrebbe farci provare: la contrizione.
La contrizione esige una luce soprannaturale che non è alla nostra portata, anche se la Trinità abita in noi in virtù della grazia santificante a maggior ragione se siamo separati da Dio da ciò che si chiama peccato mortale. Bisogna di conseguenza chiedere questa luce, e chiederla con insistenza, se non nei termini, almeno nello spirito della vecchia preghiera della sera della mia infanzia: "Sorgente eterna di luce, Spirito Santo, dissipate le tenebre che mi nascondono la bruttezza e la malizia del peccato...". È particolarmente funesto cercare di procurarsi da soli questa luce, o piuttosto coltivare al suo posto quel surrogato che è il senso di colpa. Non è meno funesto, daltra parte, dopo aver rigettato a buon diritto il senso irrazionale di colpa, non cercare più questa luce, e credersi così dispensati, per andare a Dio, dallo sconvolgimento liberatorio della contrizione.
Bisogna quindi chiedere questa luce alla Chiesa e allo Spirito Santo, allo Spirito Santo e alla Chiesa non alluno senza l'altra: è l'insegnamento esteriore della Chiesa che, ricevuto con fede e umiltà, spianerà nel nostro cuore la via all'illuminazione lacerante dello Spirito Santo. Un tale atteggiamento è molto meritorio da parte nostra, precisamente perché offre efficacemente le tenebre del nostro cuore alla lacerazione che infliggerà loro la Luce divina, lacerazione molto più dolorosa di tutti gli scrupoli e i sensi di colpa, amarezza molto più amara, ma il cui frutto intimo è la liberazione inenarrabile della beatitudine delle lacrime. Questo è il motivo profondo per il quale si incontra così raramente, tra i fedeli e anche tra i sacerdoti, una vera intelligenza del peccato. Come per la psicanalisi, infatti, bisogna "passarci" per poterne parlare... e tutto il nostro essere indietreggia di fronte a questo battesimo necessario. Il senso del peccato è il risultato di una vera iniziazione, tanto onerosa quanto le iniziazioni cruente delle religioni pagane.
Coloro che non hanno subito questiniziazione parlano inevitabilmente del peccato o troppo alla leggera o troppo duramente... spesso le due cose insieme. Alcuni benedicono tutto, negli altri e nella loro vita. Se sono animati da una bontà profonda (anche abbastanza naturale), benedicono tutto negli altri più che nella loro vita... e non scaglierò contro di loro la pietra, anzi (perché li ritengo migliori di me) ma manca alla loro pastorale l'iniziazione insostituibile di cui sto parlando.
Altri tendono a condannare tutto, negli altri certamente, ma anche in loro stessi: esigenti e implacabili, danno alla virtù cristiana quel volto cupo che fornisce agli empi il loro alibi più comodo. Mi ci vorrebbe più spazio per esplorare tutte le sfumature di queste psicologie cristiane mutilate, che non sospettano nemmeno che il senso del peccato sia un segreto tanto prezioso e misterioso quanto il senso di Dio. Eppure è il significato essenziale del grido permanente di Caterina da Siena: "Conoscere se stessi, conoscere Dio, è tutto qui". È la stessa luce, assolutamente trascendente ad ogni pensiero semplicemente umano e ad ogni contorsione complicata per "sentirsi" colpevoli, che ci rivela luno e l'altro: è lo stesso tesoro, la stessa sapienza, lo stesso Regno. E coloro che oggi pretendono di andare a Dio senza conoscere la beatitudine della contrizione, sarebbero pericolosamente insolenti, se non fossero soprattutto incoscienti... ma questa incoscienza stessa diventa colpevole nella misura in cui ci si rifiuta di uscirne per lasciarsi lacerare dalla luce.
Non possiamo provocare questa luce (in realtà possiamo solo provocare delle contraffazioni), ma possiamo resisterle molto efficacemente sia resistendo all'insegnamento della Chiesa, sia non offrendoci nella preghiera all'invasione intima dello Spirito Santo.
Mi scuso di non dare subito delle direttive precise a chi non ha coscienza di avere ricevuto questa luce e questiniziazione. È a questo che intendo arrivare, ma bisogna guardare la contrizione al suo apice prima di chiedersi come ci si possa orientare verso di essa.
Da quando Cristo è venuto sulla terra, sembra proprio che non si possa scoprire la profondità del peccato che scoprendo la Sua persona, e viceversa. Due esempi impressionanti sono particolarmente significativi a questo riguardo: le lacrime di Pietro e quelle di Maria Maddalena.
Pietro conosceva Gesù, o piuttosto credeva di conoscerLo. Ma lesperienza del rinnegamento gli rivela un nuovo volto di Cristo, scoperto quando Gesù lo guarda dopo il canto del gallo: in quello sguardo, Pietro riceve nello stesso tempo la rivelazione del Cuore di Cristo e quella del suo peccato. Comprende che il suo tradimento non risale a quel mattino, e che esso non ha mai cessato di far soffrire Cristo per tutta la durata della loro vita comune. Fin dallinizio Pietro ha perseguitato un certo volto di Gesù : questo è il suo peccato, non lunico a stretto rigore, ma il solo che Dio voglia veramente vedergli piangere, essendo gli altri, agli occhi di Dio (che non si ferma allaspetto esteriore, ma scruta i cuori), o trascurabili, o conseguenze di questo peccato fondamentale. Pietro non può comprendere questo peccato finché non intravede il volto dellAmore infinito che egli perseguita ma non può scoprire questo volto senza scoprire nello stesso tempo che lo perseguita: il peccato di Pietro consistendo precisamente nellignorare per sua colpa il volto più profondo e più prezioso del suo Maestro. Impossibile scoprire questo volto senza scoprire nello stesso tempo che egli, nel profondo del suo cuore, lo respingeva, che non voleva abbassarsi fino a quel punto per perdervisi nelladorazione, come il discepolo che Gesù amava, e che posava il capo sul Suo petto
Maria Maddalena conosceva il suo peccato, o piuttosto credeva di conoscerlo. Forse era passata, nei suoi confronti, da rimorsi più o meno lancinanti a unindifferenza più o meno insolente. Nel suo intimo sapeva di fare il male, già abitata non da un semplice disagio, ma dalla pena inconscia (o cosciente) di sentirsi lontana da Dio. Ma non era ancora la contrizione: solo scoprendo Gesù riceve la rivelazione di Colui a cui fa male.
Scoprendo il suo peccato, Pietro ha scoperto un nuovo volto di Cristo: scoprendo Gesù, Maria Maddalena scopre un nuovo volto del suo peccato, lo vede in unaltra luce, che è precisamente quella della contrizione. E in questa luce la scoperta del suo peccato ha molto meno importanza della scoperta di Cristo: nelle lacrime che versa, la gioia prevale nettamente sullamarezza (diversamente, forse, da quelle di Pietro). Il peccato cessa di essere per lei una prigione da cui non riesce ad uscire: annegato nella scoperta di Cristo diventa il trampolino che le dà lo stesso slancio di Giovanni per tuffarsi nel Suo Cuore: colui al quale è stato perdonato di più, ama di più
Questi due esempi ci mostrano chiaramente quello che ci manca per entrare nella beatitudine della contrizione. Forse commettiamo dei peccati molto evidenti come Maria Maddalena, forse, al contrario, tentiamo come Pietro di seguire Gesù Cristo. Più probabilmente siamo in una via di mezzo, desiderosi di servire Dio, ma senza aver ancora lasciato tutto per seguirLo (i religiosi lhanno fatto esteriormente, ma interiormente è sempre da rifare). Il tormento di donarsi di più e quello di uscire dal peccato non sono poi tanto diversi. Luno e laltro sono buoni e possono alimentare ciò che la Chiesa chiama attrizione o contrizione imperfetta (ci tornerò). Ma quello che vorrei dire oggi è che la contrizione è veramente unaltra cosa, frutto di un dono magnifico che Dio ci fa precisamente nel sacramento della Penitenza (ma bisognerebbe cercarvelo! anche su questo tornerò). Quello che ci manca per avere il cuore spezzato non è levidenza dei nostri peccati (si può averla o non averla, è lo stesso), non è neanche il desiderio di donarsi a Dio o di amarLo di più, è la rivelazione lacerante (normalmente offerta agli uomini attraverso lo spettacolo di Cristo in Croce) dellAmore infinito che Dio ha per noi e della crudeltà senza nome della nostra indifferenza nei suoi confronti. In questa luce, il solo fatto di piangere, che è sufficiente per vincere la nostra indifferenza, ci dà immediatamente la gioia di consolare "quel Cuore che ha tanto amato gli uomini" e di sapere che il nostro peccato cioè la nostra crudeltà è già annegato nella Misericordia infinita.
Ma come provocare in noi un tale sconvolgimento? Più o meno scrupolosi, più o meno leggeri, sentiamo bene che in ogni modo non viviamo sotto la luce di questamore. Quando la Chiesa ce ne parla, vogliamo che ci indichi il mezzo per arrivarci. In mancanza di ciò, con la sensazione più o meno dolorosa della nostra impotenza, decidiamo che bisogna pur farne a meno per vivere, visto che non ci è dato.
In verità il nostro cuore di pietra non accetta veramente di dover fondare la vita cristiana su un dono che nessuno sforzo umano può riuscire a procurare. Proprio in questo consiste la nostra crudeltà, quella che fa soffrire il Cuore di Cristo. Se accettiamo almeno di rinnegare questa crudeltà, potremo essere accessibili a un insegnamento che ci spiegherà non come arrivare alla contrizione, ma come prepararci a riceverla. Un tale cambiamento è già una grande conversione e, di conseguenza, un inizio di contrizione: questa è in fondo la contrizione imperfetta che il sacramento della Penitenza, a poco a poco, trasformerà in contrizione perfetta (diciamo piuttosto in contrizione vera: un cuore non è "perfettamente" spezzato, lo è o non lo è; ma se accetta di comprendere che è un dono di Dio, un dono decisivo al di fuori del quale è nelle tenebre, e orienta tutta la sua vita per prepararsi a ricevere un tale dono, è già in cammino verso la contrizione ed è questo che si chiama, in modo abbastanza infelice, contrizione imperfetta).
Non vorrei che queste righe dessero limpressione che io ritenga trascurabile il senso morale, con i rimorsi che suscita quando commettiamo una colpa. Ma è certo che questo senso morale attraversa al giorno doggi una crisi notevole.
- Ragione di più, si dirà, per difenderlo e richiamarne le esigenze.
- Senzaltro. Ma lestinzione del senso morale nellOccidente mi sembra legata ineluttabilmente alla scomparsa progressiva di ogni certezza filosofica. Una morale che non si appoggia su una sapienza rischia molto facilmente di ridursi a una serie di imperativi sociali o psicologici.
Daltra parte, e questo è lessenziale, resta vero che il senso morale non può bastare a fondare la contrizione anche se è perfettamente sano e fondato su una retta filosofia. Forse avete fatto, nel corso della vostra vita, degli sforzi notevoli e meritori per restare fedeli a una piccola luce - o a una grande - senza la quale avreste potuto fare naufragio. Lungi da me lidea di ritenere questo poca cosa. Una tale fedeltà prepara alla venuta di Cristo, come la predicazione di Giovanni Battista. È nella linea di questa fedeltà, non al di fuori di essa (in una specie di misticismo più o meno amorale), che incontrerete Cristo.
Ma questincontro trasfigura profondamente la nostra coscienza. Molti cristiani riconoscono di non avere il senso del peccato; questo non vuol dire che non hanno alcun senso del dovere, né alcun dispiacere per le loro infedeltà o debolezze. Semplicemente non raccordano questo senso morale con la nozione di peccato di cui parla la Chiesa, o il Vangelo, né con ciò che essa evoca di temibile in rapporto a Dio nella prospettiva giudeo-cristiana. Fanno fatica a capire la differenza tra peccato veniale e peccato mortale, e non riescono proprio a capire in che modo i loro cedimenti potrebbero crocifiggere Gesù Cristo.
E sono loro, alla fine, che hanno ragione, perché tutte queste nozioni appartengono a un altro mondo che quello della coscienza morale un mondo che non abolisce, ripeto, la coscienza morale, e che si pone sulla sua stessa linea ma che la supera infinitamente.
Ho discusso a lungo ne "La lotta di Giacobbe" () una tendenza che era allora molto diffusa: siccome la contrizione, come anche lamore di Cristo, prolunga il senso morale, cominciamo collo sviluppare questo, e non accediamo a queste regioni superiori che dopo aver messo nella nostra vita quanto basta di ordine e di pulizia per esserne degni. Non tornerò su questa discussione, faccio solo notare, di passaggio, che, per essere coerenti con questatteggiamento, bisognerebbe astenersi a lungo da ogni vita sacramentale. Il sacramento della Penitenza non esige la contrizione, poiché è suo compito darcela, ma esige almeno che la si desideri (ciò che si chiama contrizione imperfetta) e, di conseguenza, che se ne abbia una qualche nozione. Il senso morale e i rimorsi più nobili (per non parlare di quelli più morbosi) non possono assolutamente sostituire, per una ricezione fruttuosa di questo sacramento, il presentimento e il desiderio della contrizione perfetta.
Il senso del peccato implica senza dubbio il senso della colpa (ed è meglio, certo, che una tale coscienza sia retta e fondata su una vera sapienza), ma implica anche la rivelazione dellamore di Cristo ferito dalla nostra indifferenza, nel modo in cui ogni grande amore è ferito dallincoscienza di colui che ne è oggetto. La Chiesa ci insegna questa verità, basta crederci per averne la rivelazione. Ma perché questa certezza arrivi a spezzare il nostro cuore, e a strappargli le lacrime come Mosè faceva scaturire lacqua dalla roccia, bisogna che se ne incarichi lo Spirito Santo. E non cè contrizione imperfetta senza un desiderio sempre più lancinante che lo Spirito Santo se ne incarichi per risvegliarci dal sonno: "Signore, fa che io veda "
La prossima volta tornerò su questa contrizione imperfetta e sulla pratica del sacramento della Penitenza.
II
I problemi della Chiesa attuale
Anche tra i lettori di queste lettere, ho potuto riscontrare la tensione che si esercita a tutti i livelli allinterno della Chiesa di Francia, ma specialmente tra i sacerdoti.
La maggior parte di voi, devo dire, è parsa tuttavia rincuorata di trovare in queste pagine la duplice nota di sofferenza e di serenità che mi pare debba effettivamente imporsi in questo campo. Non vorrei dare l'impressione di mettermi al di sopra delle parti e della mischia, in una zona trascendente dove peraltro nessuno ti segue. È per questo che ci tengo a testimoniare la mia sofferenza di fronte alla situazione attuale. Alcuni di voi si rifiutano di condividere questa sofferenza. L'apertura agli uomini, proclamata dal Concilio Vaticano II, sembra loro che debba alimentare una gioia senza riserve. Beninteso, riconosceranno che nella pratica ci possono essere degli "eccessi", ma non sono per loro che incidenti che non devono incrinare la nostra fiducia nel soffio di Pentecoste che anima la Chiesa a partire dal Concilio...
Senza pretendere ancora una volta di pormi al di sopra della mischia, ci tengo a dire che capisco e anche condivido quello che provano. A rischio di allarmare, e forse di alienarmi, coloro che sono preoccupati e persino sconvolti dallevoluzione della Chiesa, devo confessare che mi sono rallegrato in tutto candore per ogni Costituzione del Concilio, man mano che veniva promulgata.
Ma ho paura che i miei contraddittori (quelli che chiamerò "gli ottimisti") mi facciano difficilmente fiducia già su questo punto - o almeno alcuni di loro ai quali attribuisco più importanza, perché rappresentano abbastanza bene la legione di coloro che non leggeranno mai queste lettere e che, se anche le leggessero, si accontenterebbero di scartarle con un semplice gesto della mano. Ho l'impressione che queste persone siano diventate allergiche alla minima manifestazione di qualsiasi inquietudine sul piano dottrinale. Un teologo mi ha detto con franchezza: "In tutte le affermazioni attuali, anche in quelle a prima vista più aberranti, c'è qualche cosa di profondo e di autentico che bisogna saper ascoltare, senza preoccuparsi troppo della formulazione maldestra che eventualmente riveste questintuizione". In nome di questo principio e adagiati in questatteggiamento, si arriva presto a considerare ogni scrupolo dottrinale o dogmatico come frutto di una mentalità triste e retrograda. Ecco perché temo di non poter essere creduto quando affermo di essermi rallegrato per l'apertura agli uomini presentita da Giovanni XXIII, e realizzata dal Vaticano II. Il solo test oggi accettato per individuare quelli che condividono veramente questa gioia, è che non si deve peraltro provare nessuna sofferenza grave e nessuna inquietudine per tutto quello che accade.
Ora è un fatto che i Seminari "si raggruppano", cioè si svuotano lentamente, ma inesorabilmente (e del resto non poi così lentamente). È un fatto che un numero crescente di sacerdoti e di religiosi mette in questione l'assoluto e il carattere definitivo del proprio impegno (specialmente per quanto riguarda il celibato). È un fatto che i seminaristi non sopportano più di ascoltare una dottrina che giustificherebbe il dono esclusivo a Gesù Cristo, per il solo amore di Gesù Cristo, di tutte le loro forze e di tutto il loro cuore. È un fatto che a questo slancio mistico e veramente folle (della follia della Croce) che costituiva agli occhi della Chiesa "antica" lessenza stessa della vocazione religiosa o sacerdotale, si vuole sostituire l'amore degli uomini come se fosse il solo criterio del nostro amore per Dio il che è verissimo se sintende per amore degli uomini il desiderio divorante di dare loro la follia di Cristo, ma significa tuttaltro se si tratta al contrario di scacciare dal nostro amore ogni attrattiva esercitata dal Cielo proprio in quanto non è di questo mondo: al di là di ogni discussione, l'atteggiamento di questi sacerdoti e seminaristi in rapporto al matrimonio è di gran lunga sufficiente a mostrare che non solo non vogliono amare più Dio nello stesso modo di un tempo, ma che tendono a condannare questa "antica" maniera di amare Cristo rinunciando al matrimonio - perché questa rinuncia li taglierebbe fuori, secondo loro, dalle realtà umane, in nome di un sogno mistico più o meno sospettato di infantilismo.
Dire che una tale evoluzione non esiste in Francia, è veramente chiudere gli occhi su ciò che accade, o esserne informati molto male. Dire che tutto questo non è grave e che non giustifica alcuna sofferenza né alcun serio timore, significa essere ciechi sulla posta spirituale in gioco e sul significato profondo del Vangelo. Ed è su questo che verte il dibattito dottrinale: dire che tutto questo non è grave, è ai miei occhi la più grave delle cecità, quella perdita di sapore del sale del Vangelo di cui Gesù Cristo stesso ha detto che è senza rimedio .
Ribadisco che di fronte a tutto ciò dobbiamo conservare la nostra serenità - che l'infallibilità della Chiesa è data tanto al popolo in credendo quanto alla Chiesa che insegna in docendo: e che oggi è il popolo, per lo meno in Francia, a sembrare più profondamente assistito dallo Spirito Santo per resistere alle "favole" che soffiano a raffica un po' dovunque. Ma dico anche che queste favole esistono e che di per sé sono mortali per la fede.
Devo anche riconoscere che, nel popolo cristiano, bisogna mettere da parte "l'intelligentsia", il mondo colto avvicinato dalla propria istruzione a quello dei chierici e perciò anche più vulnerabile ai veleni che travagliano costoro. Naturalmente parlo a grandi linee, senza ignorare le numerose e notevoli eccezioni che però mi fanno leffetto di un piccolo resto, di fronte alla preponderanza quantitativa dei "sapienti e degli intelligenti". È a questo piccolo resto che parlo soprattutto, chiedendogli di non farsi illusioni su ciò che accade, ma neanche sullefficacia di ogni lotta che non sia puramente spirituale: pregare, predicare in ogni occasione, opportuna o non opportuna, oralmente e per iscritto, ma sempre nella dolcezza e nella serenità di Cristo, nell'atteggiamento della lavanda dei piedi, anche e soprattutto nei confronti di coloro che si smarriscono e che rimangono spesso tempio dello Spirito Santo, mentre noi siamo dei peccatori.
Segnalo, per concludere, che nel clamore delle discussioni attuali, un ritiro spirituale è praticamente diventato lunico modo per ascoltare seriamente la Parola di Dio e mettersi di fronte a Lui. Piuttosto che abbandonarsi a discussioni interminabili, è meglio orientarsi verso tali ritiri... dopo avere verificato la loro qualità provandola di persona.
Non so se questa parte della lettera sarà ben capita. In ogni modo ci vuole lo Spirito Santo, ma in particolare per capire che non mi preoccupo della dottrina e della tradizione per se stesse. Ho torto o ho ragione di ritenere la follia dell'amore di Cristo in pericolo fra i sacerdoti e i cristiani colti. Ma è di questo che si tratta, e attribuisco al resto, a destra o a sinistra, lo stesso peso che gli attribuiva S. Paolo: se non è spazzatura, è per lo meno un ingombro (detrimentum) perché passa, la scena di questo mondo...
Fr. M.D. Molinié, o.p.
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