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Miei cari Amici,
La trascrizione delle conferenze registrate per dieci anni al magnetofono ci offre una miniera praticamente inesauribile di pubblicazioni possibili. Ho dunque intenzione di proseguire le Conferenze ai Giovani con altri testi.
Presento qui il testo della seconda Conferenza ai Giovani.
Ringrazio ancora tutti quelli che mi aiutano in questo lavoro, in qualunque modo sia, e mi raccomando alle preghiere di tutti.
Nancy, 15 ottobre 1977
Fr. M.D. Molinié, o.p.
CONFERENZE AI GIOVANI (N° 2)
13 ottobre 1968
Ci sono persone a cui diamo spontaneamente fiducia, e altre di cui non ci fidiamo. Il perché, in fondo, non lo sappiamo, dato che questa fiducia e questa sfiducia mettono in gioco tutto il nostro essere: uno psicanalista direbbe che è il nostro inconscio a fidarsi (o meno) dell'inconscio degli altri.
Così, per quanto riguarda Dio, la prima cosa da chiedersi è se spontaneamente, prima di ogni riflessione o discussione, noi gli diamo fiducia oppure no.
Di fatto, nella maggior parte dei casi, lo sospettiamo e mettiamo sotto accusa. In quella zona di noi stessi che non viene mai alla luce, gli rifiutiamo quei diritti elementari che riconosciamo agli altri, e che, soprattutto, rivendichiamo energicamente per noi stessi. Con la scusa che Dio è inaccessibile, non riteniamo indispensabile usargli quel minimo di riguardo cui ha diritto ogni persona.
Se qualcuno ci vuol derubare, gli gridiamo "è mio!", e se quello ci dice "e allora?", la cosa finisce male.
Eppure, quando Dio ci chiede qualche cosa, noi gli rispondiamo: vedremo... Non diremo proprio così, almeno in apparenza, ma facciamo comunque questo ragionamento: "Cosa Gli importa? Se agisco male, posso danneggiare gli altri, la società, me stesso; ma Dio non lo posso certo toccare!".
A partire dal momento in cui si dice a Dio: "Chiuderai un occhio su quello che faccio, tanto non puoi soffrire", e si decide quindi di non perdere tempo con Lui, non Lo si tratta più neanche come un essere umano.
Padre Loew fa notare che in un processo ci sono i testimoni e gli imputati; i primi vengono creduti e trattati con riguardo, dei secondi ci si fida poco e si cerca di coglierli in fallo.
Ora, la maggior parte delle domande che si fanno ai sacerdoti cercano di cogliere in fallo Dio, Gesù Cristo e la Chiesa. Ma, quando è così, è finita, Dio non risponderà e, in fin dei conti, impedirà anche ai sacerdoti di rispondere.
Allora, se vi dico che Dio è buono, non vi chiedo di credermi così sulla parola.
Voi potete essere disorientati, e anche profondamente turbati dal problema del male. Dio accetta senz'altro che gli facciate delle domande al riguardo, anzi lo desidera. Nel Libro di Giobbe rimprovera severamente i suoi amici (quelli di Giobbe) di non volersi rompere il capo e fare delle domande, accontentandosi di ripetere: "Se soffre, è perché ha peccato e tutto va bene". Ma, alla fine (dopo averlo polverizzato...) Dio dà ragione a Giobbe. "Chi è costui che turba il piano divino con dei discorsi privi dintelligenza? Spiegami come faccio un fiore e poi ti risponderò." Ma Dio si compiace di lui perché ha "cercato gemendo", e condanna i suoi amici perché non l'hanno fatto.
Perché? Perché nel profondo e nel parossismo della sua rivolta, l'inconscio di Giobbe aveva fiducia, mentre i suoi amici volevano solo rassicurarsi ad ogni costo, e, dietro alla loro apparente fiducia (frutto di autosuggestione), il loro inconscio non aveva fiducia, e questo perché non amava Dio.
Così Dio non ci rimprovera se gli facciamo delle domande, ma tutto dipende dal tono con cui le facciamo. È il tono che fa la canzone.
Ci sono tanti modi di chiedere perché.
C'è il perché astioso che accusa più che domandare, e c'è il perché segretamente umile delle "bestemmie" di Giobbe.
C'è il perché pieno di stupore del bambino, che vuol saper, per esempio, come fa il sole a sorgere (e domande così fan sempre piacere ai genitori, anche quando non sanno cosa rispondere ed è in fondo il perché degli scienziati quando sono veramente tali... e cioè dei contemplativi):
"Non avevo ancora cinque anni e già cominciavo ad evitare i compagni della mia età e ad andarmene nel bosco, a vagare per la campagna, a passare delle ore sui rialzi dei campi, assorto nella meditazione. Esiste Dio? Ha una moglie, dei figli? Che cosa mangia, che cosa beve? Da dove viene, chi sono i suoi genitori? Perché è Dio proprio lui e non un altro? Perché io non sono Dio? Che cosa sono io? Perché io cammino, chino la testa, parlo, mangio, bevo, siedo, dormo? Perché gli alberi, le erbe, i fiori non possono fare altrettanto? Il fenomeno che più di tutti produceva in me una fortissima impressione era il sole e, durante la notte, le stelle! Non riuscivo a capire come il sole potesse muoversi.
Cerano dei giorni in cui ero affascinato a tal punto dal sole, che la sera, andando a letto, pensavo: "Ecco, domani mattina appena alzato devo andare assolutamente là, dove sorge il sole; dovrò soltanto prendere un pezzo di pane e stare attento che non mi veda la mamma". E non meno del sole mi interessavano le stelle. Non riuscivo assolutamente a capire perché mai apparissero soltanto di notte. Che cosa sono le stelle? Vivono come le persone oppure sono lampade accese? In modo particolare mi attraeva la Via Lattea. Una volta sentii dire da un ragazzino mio compagno che un maestro, il quale alloggiava in casa sua, aveva raccontato ai suoi genitori che il sole era molto più grande della terra e che anche le stelle erano della medesima grandezza della nostra terra, e fra di loro ce nerano anche di più grandi del sole, sembravano così piccole solo perché si trovavano molto, molto in alto, lontano da noi. Il racconto di questo bambino mi colpì a tal punto che non chiusi occhio tutta la notte per la violenta impressione ricevuta, e il mattino presto, appena si levò il sole, andai a trovare quel maestro. Egli mi ricevette e quando venne a sapere il motivo della mia visita cominciò subito a parlarmi della terra, del sole, delle stelle e di altre cose del genere.
Io ricordo, come fosse ora, come lo ascoltavo trattenendo il respiro, ma di quando in quando singhiozzavo con lacrime di gioia e di entusiasmo. Mi pareva che si spiegasse davanti a me un quadro appassionante che mai avevo visto prima di allora.
Lo ascoltai a lungo. Quando ebbe terminato la sua descrizione della natura e mi ebbe chiesto di chi ero figlio e quanti anni avevo, io, ancora sotto limpressione dei suoi racconti, tornai al mio orto, là dove cresceva la canapa, mi addentrai profondamente nel campo di canapa e, caduto in ginocchio, cominciai a pregare Dio".
(Archimandrita Spiridone, Le mie missioni in Siberia, Gribaudi, pp. 15-16).
Un vero scienziato è un bambino pieno di pazienza. Imbastisce delle ipotesi e se non funzionano, ricomincia da capo, non critica la realtà, critica la sua ipotesi; si dimentica, si cancella, le sue domande alla Natura non sono domande da geloso ma da innamorato.
C'è poi il perché degli scettici come Pilato, che non attendono neanche una risposta... Di tutte le domande che potete farvi, non ce n'è una su cui non abbia riflettuto per anni, con violenza e con passione. Se ci metterete la stessa violenza e la stessa passione, sarà facile metterci anche un po di fiducia e di umiltà... e allora cercherò di rispondere. Ma guai a quelli che prendono tutto alla leggera e fanno domande come Pilato, o per sbarazzarsi di Dio. Rispetto il loro vero desiderio non rispondendo: il Curato d'Ars non lo mandava a dire a quelli che volevano "discutere" con lui.
Dunque ci sono domande che sono bestemmie, e ci sono "bestemmie" che sono adorazione. C'è il perché dei bambini in collera. C'è la domanda di Maria: "Come avverrà questo?". C'è il perché di Cristo in croce: "Mio Dio, perché mi hai abbandonato?" e la risposta... è la Risurrezione.
Qual è dunque il tono delle nostre domande a Dio, alla Chiesa e ai sacerdoti?
In Occidente, è un'accusa continua; i Mussulmani sono molto meno arroganti di noi, forse proprio perché ne sanno meno: Dio ci ha dato troppo e noi siamo bambini viziati.
Dunque, primo punto: attenzione al modo con cui facciamo le nostre domande.
Secondo punto: siamo capaci di ascoltare la risposta? Di ascoltarla, dico, non di costruirla. Nella via larga e spaziosa si cerca Dio come un tecnico cerca la soluzione d'un problema. Ma se si fa così si fallirà sempre: Dio non è una cosa, ma qualcuno che bisogna accogliere. Per scoprire il segreto di un amico non ho altro da fare che ascoltarlo, soprattutto se intuisco che ha da dirmi delle cose importanti.
Bergman dice che i sacerdoti parlano molto e che Dio non parla mai. Io dico, invece, che Dio parla sempre e i più (sacerdoti compresi) non lo ascoltano mai: si fabbricano un Dio a loro immagine e somiglianza, e quando vedono che la cosa non funziona, si fabbricano qualcos'altro, un'altra illusione, finché non cadono nello scoraggiamento.
Immaginate un uomo di genio, nel campo della musica o della pittura. Tutti lo invitano, per ascoltare le sue opere o contemplarle. Fatto questo tutti si mettono a parlare e a dire la loro, ed è una gran Babele. L'artista, intanto, se ne sta in disparte e non apre bocca. Finalmente ha pietà della loro stupidaggine e alza la mano per chiedere la parola. A questo punto, normalmente, tutti dovrebbero tacere, se no dovrà tornare a sedere e aspettare un altro momento.
Se la sua opera è veramente geniale, è anche inesauribile: per spiegarla dovrà impiegare non delle ore o degli anni... ma dei secoli! E finché non si è ascoltato tutto, non si ha il diritto di giudicare.
La Parola di Dio, la Bibbia, è così. Se vi mettete a discutere a ogni versetto, non saprete mai non solo ciò che Dio ha voluto dire, ma semplicemente ciò che ha detto. Non si deve mai interrompere chi parla... Se mettete Dio sotto processo, Egli vi risponderà, come al popolo d'Israele: "Sono io che vintento un processo: siete in grado di capire ciò che voglio dirvi? Vi siete messi nell'atteggiamento giusto?".
Ho già detto, in Prisonniers de l'infini, che l'Anna di "Signor Dio, questa è Anna", una bambina di sei anni, aveva capito questo più dei sapienti e degli intelligenti. Ciò che è difficile da trovare non sono le vere risposte, ma le vere domande: quelle che non richiedono che una risposta... infinitamente semplice.
Bisogna dunque imparare a lasciarsi guidare. E per andare a Dio ci sono tre guide (e io non sono nessuna delle tre).
La prima è la Natura, che dobbiamo imparare a guardare come l'Archimandrita Spiridone. La seconda è la Bibbia, la parola inesauribile di Dio. La terza, e la più importante, è lo Spirito Santo, il solo che possa darci un cuore che comprenda le prime due.
La Natura e la Bibbia sono sotto i nostri occhi, lo Spirito Santo si nasconde dietro o nel più intimo.
Io vi parlo in nome di Dio, e Lui ascolta in voi. Io faccio il banditore, come nelle fiere di paese: "Venghino, Signori, abbiamo delle prime, abbiamo delle terze, vedrete che roba, sensazionale! mai visto!...". Ma solo quelli che pagheranno il prezzo per entrare (qui bisogna calcolare la spesa) sapranno ciò che cè dietro il tendone, all'interno del tabernacolo. E se il loro cuore non è puro, faranno come Pompeo quando penetrò nel Santo dei Santi del Tempio di Gerusalemme: non troveranno niente...
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