N°24


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Miei cari Amici,

 

Alcuni di voi hanno forse pensato che le Lettere agli Amici fossero rimpiazzate dalle Conferenze ai Giovani. Il presente messaggio vi proverà che, anche se mi ci sono messo in ritardo, non ho abbandonato l'intenzione di presentarvi la Parola di Dio sotto questa forma.

In consonanza con il mistero dell’Incarnazione celebrato dalla festa di Natale, vi vorrei oggi parlare della Messa e del sacramento dell’Eucarestia.

"Se sapessimo cos’è la Messa, moriremmo..." diceva il Curato d'Ars. Non potendovi dare una scienza così temibile, ciò che spetta allo Spirito Santo, vi vorrei almeno spiegare perché ne moriremmo, e in che modo.

La Messa è un’invenzione divina il cui paradosso consiste precisamente nel metterci di fronte, senza farci morire, alla realtà folgorante a cui alludeva il Curato d'Ars. Mi permetterò dunque di precisare il senso teologico di quella espressione modificandola leggermente: se potessimo contemplare allo scoperto la realtà significata efficacemente dalla Messa, ne moriremmo. Ma la Messa ci è data proprio per evitarci questa morte o meglio per modificarne l'economia, per farne una morte lenta e segreta che invade progressivamente l'anima e il corpo dei fedeli, fino all'esplosione finale a cui si riferiva il santo Curato. Lo scopo della Messa è dunque, allo stesso tempo, di avviarci verso questa esplosione e di preservarcene, così da rispettare l'umile mediocrità della vita quotidiana e la libertà umana, il cui esercizio non è meritorio che in questa mediocrità.

Di questa esplosione ho parlato a lungo in Le Bon Larron et les stigmates, e non è scopo di questa lettera descriverla. Devo però indicare brevemente ciò che è, e soprattutto ciò che non è. Non si tratta del trauma che potrebbe provocare lo spettacolo della Passione riprodotta nei suoi minimi dettagli come in un film in cinemascope. Lo spettacolo del dolore umano, specialmente della tortura, può provocare uno shock mortale: per questo certuni vorrebbero che la Chiesa, invece di mostrarci Gesù Cristo, ci presentasse un rivoluzionario sottoposto a tortura per le sue idee... e anche un qualunque Barabba torturato per un motivo qualsiasi.

È evidente che un tale spettacolo non sarebbe più un oggetto di fede. A farci morire (come hanno ben notato sottolineato i Padri della Chiesa) non è lo spettacolo del suppliziato che i Romani e i Giudei potevano contemplare la sera del Venerdì Santo, ma un mistero inaccessibile allo sguardo umano: la gloria di Cristo in Croce, che è quella dell’Amore misericordioso infinitamente ferito dalla durezza del cuore umano. Ed era questo che divorava il Curato d'Ars e formava l'ossessione della sua vita sacerdotale.

Solo i mistici, insomma, capiscono un po’ cos'è la Messa. Ma vorrei sottolineare appunto l'originalità di questo sacrificio sacramentale, che è precisamente di nutrire e divorare segretamente, con il fuoco della gloria, non solo né innanzi tutto quelli che ci capiscono qualcosa, ma principalmente quelli che non ci capiscono niente. Tutto l'ordine sacramentale è definito da questa economia: il bambino battezzato in tenera età non capisce niente di ciò che gli sta capitando, ed è andare contro il genio dei sacramenti pretendere di non battezzare che persone coscienti. I sacramenti vanno alla ricerca della miseria umana fino alla suo limite estremo che è il sonno, e il sonno del bambino – per condurla progressivamente nella Luce del Tabor, che è anche quella del Golgotha.

L'Eucarestia suppone che si sappia discernere il corpo di Cristo, perché si situa in una tappa più avanzata di questa pedagogia: il battesimo è la porta della vita eterna, l'Eucarestia il nutrimento che la fa crescere in noi. Piaccia a Dio del resto che questo discernimento non sia indebolito o distrutto proprio dalla conoscenza che si vuol dare ai cristiani in occasione dei sacramenti. Il corpo di Cristo non è sull'altare come un mazzo di chiavi è sul tavolo: lo si dice basandosi su Tommaso d'Aquino, e vi risparmio queste sottigliezze, buone per dei tecnici, e buone anche a soffocare l'essenziale nel cuore dei semplici e dei pastori. Il corpo di Cristo ha un bell’essere glorioso, e la sua presenza sull'altare non locale ma sacramentale: non è meno vero che è un corpo, e che la presenza eucaristica non si confonde con quella di Dio dovunque. Se non vado a prendere il mio mazzo di chiavi nel cassetto, non aprirò la porta. Se non vado a mangiare il corpo di Cristo là dov’è, e cioè nella Messa (sacramento ben localizzato, come il sacerdote che la celebra) non troverò la porta della vita eterna che è il Buon Pastore.

Non spetta a me spiegare qui come questo Buon Pastore raggiunga le pecore che ignorano questo mistero, ma sottolineo il grave dovere, per quelle che hanno ricevuto questa conoscenza, di presentarsi all’appuntamento che è loro dato per mangiare il corpo di Cristo e bere il suo Sangue... il che suppone la presenza reale di questo Corpo e di questo Sangue, distinta da ogni presenza morale e anche dalla presenza d'immensità.

Non si tratta solo, nell’Eucarestia, della vita trinitaria: si tratta, nella Messa, di contemplare con la fede la carne di Cristo crocifissa dal peccato e glorificata dal fuoco della misericordia infinita – e alla comunione, di mangiare questa carne e bere questo sangue per essere divorati a nostra volta dalla gloria corporea di Cristo, riflesso e canale della gloria spirituale, ma distinta da questa gloria puramente divina.

In altre parole la Messa è un mistero escatologico, e non soltanto soprannaturale. Il dono della grazia santificante fatto (per esempio) ai giusti dell’Antico Testamento era un mistero soprannaturale, non escatologico. Ma quando Cristo dice: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà la vita eterna", Egli proclama il mondo futuro e lo inaugura nell’Ultima Cena.

Quando saremo tutti resuscitati, ci sarà tra il nostro corpo e quello di Cristo un’intimità di gloria che sarà il riflesso corporeo della vita trinitaria. Perché questo mistero sia inaugurato sulla terra, non basta che Gesù risusciti: un corpo non glorificato come quello degli Apostoli poteva contemplare e toccare il suo corpo glorioso, poteva al suo contatto andare in estasi come San Paolo... non poteva mangiarlo. Ora Gesù Cristo ha detto: "Il mio corpo è vero cibo e il mio sangue vera bevanda". Non vedo perché una verità su cui insiste con tanta forza dovrebbe essere provvisoria e dipendente dall’economia dei sacramenti. Ciò che è provvisorio è il segno del pane e del vino attraverso il quale Egli offre questo cibo a dei corpi non glorificati, incapaci di riceverla normalmente. Ma il mistero designato da questa parola è eterno: lungi dal cessare alla resurrezione dei corpi, comincerà solo allora a conoscere la sua pienezza e a manifestare la sua gloria.

È dunque rigorosamente vero dire che il mistero della nutrizione sussisterà anche dopo la resurrezione dei corpi, che mangeremo la carne di Cristo pur essendo immersi nel suo sangue e inebriati da lui... e che ciò sarà a immagine della circumincessione trinitaria, passando per la Visione faccia a faccia e il fuoco della carità, che sono la gloria dell’anima. Gesù è la vigna nel suo corpo, e i nostri corpi risorti saranno i tralci: una sola vita circolerà tra lui e noi, quella del Corpo mistico – che non è una semplice metafora.

Se si capisce questo, si potrà anche capire ciò che l'Eucarestia ci offre di assolutamente straordinario: il potere di mangiare il corpo di Cristo prima della nostra resurrezione... quando questa manducazione è un privilegio stretto dei corpi gloriosi, ed è per questo che la definisco un mistero escatologico. Il nostro corpo di miseria viene dunque iniziato, attraverso l'Eucarestia, al suo destino eterno e portato già verso la Resurrezione secondo l'ineffabile economia dei sacramenti, che rispetta i limiti e il ritmo della nostra miseria.

Precisiamo ancora un punto capitale. L'Apocalisse ci insegna che la sembianza eterna di Cristo sarà quella di un Agnello immolato: è in questo senso che la Passione stessa è eterna – nel suo splendore, non nel suo dolore. Le stigmate dell’Agnello accrescono, dice San Tommaso, la bellezza del corpo di Cristo nella misura in cui sono ferite d'amore che riflettono la ferita infinita dell’amore misericordioso, di cui sono allo stesso tempo il frutto e il segno.

La manducazione eterna del Corpo e del Sangue di Gesù sarà dunque la manducazione di una vittima – l’Agnello immolato, in apparenza dai carnefici ma in realtà dalla misericordia, di cui i carnefici sono strumenti: "Non sono i chiodi che mi han tenuto fisso sulla Croce, diceva Gesù a Caterina da Siena, ma l'Amore..."

Ciò che sarà vero eternamente nello splendore dei Corpi gloriosi è vero fin d’ora attraverso la povertà dei segni sacramentali. La carne che mangiamo e il sangue che beviamo sono la carne e il sangue di una vittima bruciata dal fuoco divino: la prima vittima d'olocausto dell’amore misericordioso, secondo l'intuizione geniale di Teresa di Gesù Bambino. Mangiando questa vittima e bevendo il suo sangue, siamo bruciati a nostra volta a mo’ di contagio – ed è in questo modo che diventiamo impercettibilmente anche noi, se siamo fedeli, vittime dell’Amore misericordioso.

Vedete bene allora perché è essenziale alla Messa essere un sacrificio, sacramentale ma reale – e non il semplice memoriale della Passione. Questo sacramento ci mette alla presenza del sacrificio della Croce: non solo dell’evento del Venerdì Santo quindi, ma dell’olocausto di cui questo evento cruento non è che la "preparazione liturgica" (la Parasceve dei Giudei) e che fu consumato dall’accettazione divina: il fuoco disceso dal Cielo il mattino di Pasqua.

È essenziale che l'Eucarestia ci dia da bere e da mangiare, non soltanto il Corpo e il Sangue di Cristo, anche glorificati, ma la vittima di questo olocausto. È importante che riceviamo questa vittima come cibo, perché ci bruci a sua volta con il fuoco che la consumava lentamente nei giorni della sua vita mortale, fino alla consumazione folgorante della Pasqua: "Quando mi mangi, fa dire a Gesù Sant’Agostino, non sei tu Mi assimili, sono Io che assimilo te al mio stato di vittima". Non ci sarebbe Eucarestia se non ci fosse la Messa, o se la Messa non fosse un vero sacrificio che rende efficacemente presente l'immolazione eterna dell’Agnello sotto l’azione del fuoco divorante dell’amore misericordioso. Mangiando questa vittima giorno dopo giorno e bevendo il suo sangue, siamo invasi dall’interno da quell'incendio progressivo e discreto che ho chiamato in Le Bon Larron "glorificazione lenta da parte del dolore di Dio".

Vedete allora che il mistero della Messa è in fondo il mistero della Pasqua adattato alla notte della fede e alla povertà silenziosa del mistero del Natale. In apparenza esso non produce cambiamenti nella nostra vita quotidiana... in apparenza. Ma in segreto cambia tutto, alla maniera di una malattia mortale di cui si porta il germe... una malattia che non porta alla morte, ma alla gloria di Dio, e gli occhi della fede ci sono dati per accontentarci di questo senza cercare altro, il che è tutta l'ascesi cristiana.

Che la Madonna e San Giuseppe ci plasmino un cuore di carne adatto a comprendere queste cose per credere in esse, e credervi abbastanza fermamente da essere portati nella spirale bruciante della loro dolcezza.

Natale 1977

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

 

Chiedo scusa a tutti coloro a cui non ho potuto scrivere individualmente: possano gradire questa lettera come risposta ai loro auguri, di cui li ringrazio vivamente porgendo anche i miei.

 

 

INFORMAZIONI

Al di là delle dispute tra coloro che corrompono la fede e coloro che vi si aggrappano senza andare più lontano di una pietà tradizionale, c’è una sete di Dio che si fonda sulla vera fede e al tempo stesso la supera, perché tende all'unione trasformante e alla Visione faccia a faccia attraverso la Nube della non-conoscenza. Non è orgoglio e neppure una finezza intellettuale poiché non si tratta di conoscenza ma di non-conoscenza, e questa sorgente è nascosta ai sapienti e agli intelligenti. Non è egoismo spirituale, poiché noi non abbiamo niente da offrire agli altri, specialmente ai disperati e ai ribelli che sono la grande miseria dell’Occidente, se non beviamo alla fonte. Ora questa sete è raramente saziata oggi, ed è ad essa che desidero rispondere per quanto è in mio potere... potere incontestabilmente accresciuto dalle registrazioni.

Ho fatto un altro sforzo nel campo degli scritti, facendo raccogliere, con il titolo di Conferenze ai Giovani, le lezioni di catechismo ad essi impartite tra il 1968 e il 1973, di cui metto peraltro a disposizione la registrazione. I sottoscrittori che si sono interessati a questo lavoro sono stati più numerosi di quello che mi aspettavo: li ringrazio particolarmente. Per contro sono rimasto piuttosto deluso dal numero infimo di persone che hanno approfittato dell’offerta gratuita di queste conferenze: mi permetto quindi d'insistere perché non abbiate falsi pudori a farlo (vi verranno chieste solo le spese postali).

Segnalo che la seconda consegna avrà un ritardo di circa quindici giorni, dovuto all’uscita della presente Lettera agli Amici.

 

 

I Lorenesi beneficiano di una piccola rivista, purtroppo solo mensile, che raccomando per la sua qualità dottrinale e di cui mi permetto di sottoporvi un piccolo saggio, che non ha bisogno di commenti (Horizons lorrains, 6 rue Giovanni Viriot, 88000 EPINAL) :

 

DIARIO DI UN PICCOLO UOMO

1° maggio: Per amore, i miei genitori, mi hanno chiamato alla vita.

15 maggio: Compaiono le mie prime arterie e il mio corpo si forma molto rapidamente.

19 maggio: Ho già una bocca.

21 maggio: Il mio cuore comincia a battere. Chi potrà mettere in dubbio che vivo?

22 maggio: Non capisco perché la mamma si fa tanti problemi.

28 maggio: Le mie braccia e le mie gambe cominciano a crescere. Mi stendo e mi stiro.

8 giugno: Nelle mie mani crescono delle piccole dita. Che bello! Presto, grazie ad esse , potrò afferrare le cose.

16 giugno: Solo oggi la mamma ha saputo che ci sono. Mi ha fatto tanto piacere.

20 giugno: Ora è certo: sono una bambina.

24 giugno: Tutti i miei organi si disegnano. Posso sentire il dolore.

6 luglio: Ho dei capelli e delle sopracciglia: sono graziosa.

8 luglio: I miei occhi sono finiti da tempo, anche se le mie palpebre sono ancora chiuse. Ma presto potrò vedere tutto: il mondo così bello e così grande e soprattutto la mia cara mamma che mi tiene nel suo grembo.

19 luglio: Il mio cuore batte alla grande. Mi sento così protetta e così felice.

20 luglio: Oggi la mamma mi ha fatto morire.

(Horizons lorrains, n°7, 7-11-77)

 

N°24


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