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Miei cari Amici,
Quando la sventura si abbatte su di noi, opera una semplificazione straordinaria: il Bene e il Male, la rivolta e l'umiltà, l'amore e lodio, Abele e Caino, il buono e il cattivo ladrone, luomo vecchio e luomo nuovo, si separano immediatamente nel nostro cuore, che diventa larena di un conflitto implacabile... quello che Gesù è venuto a portare sulla terra. Dico che è una semplificazione straordinaria malgrado la fitta nube di tenebre e di complicazioni con cui il peccato avvolge questo combattimento: l'opposizione delle tenebre alla luce diventa più assoluta, e quindi più semplice, della loro ambigua complicità nei periodi che definiamo felici.
Questo non vuol dire che la Chiesa auspichi dei disastri. Essa è al contrario estremamente cosciente del pericolo corso dalle anime in virtù di questa stessa semplificazione: la battaglia diventa più evidente, ma non per questo è vinta. Matteo ci dice (27, 44) che i due ladroni insultavano Gesù a una sola voce, prima che Luca ci riveli la conversione di quello buono. Quali che siano i pericoli dellambigua connivenza di cui parlavo, solo Dio ha il diritto di porvi termine e di mettere le anime con le spalle al muro imponendo loro questa prova.
Nel corso delle sue apparizioni (ufficialmente riconosciute o meno) la Madonna minaccia il mondo di uno o più castighi, invitandoci peraltro a fare di tutto per evitarli. Una tale minaccia mi sembra già come il segno di una seria regressione del popolo cristiano in rapporto agli insegnamenti di Cristo: Questi ci invita a temere l'inferno, e la Madonna non esita a ricordarlo ai pastorelli di Fatima (come ad altri più di recente). Ma, a favore del mondo, Ella ci riporta ai tempi di Giona che annuncia la distruzione di Ninive: a Fatima ha affidato ai Papi il compito di farsi eco di questa profezia secondo la loro saggezza e la loro prudenza.
Si capisce meglio, così, come il mistero della Croce costituisca allo stesso tempo il Giudizio del mondo e la suprema Misericordia offerta ad esso. È un giudizio per coloro che si perdono gettandosi nella rivolta del cattivo ladrone... ed è la suprema Misericordia per coloro che riconoscono (non senza lotta) di aver meritato la dannazione eterna: la sventura temporale diventa per loro la via di Damasco, o più profondamente la via presa da Gesù Cristo per strappare la pecorella smarrita alla dannazione eterna.
Le sciagure individuali o collettive non sono dunque ancora il mistero della Croce: possono diventarlo o meno a seconda dellesito della lotta inaugurata da queste prove.
Così noi non possiamo evitare la Croce (è il sacramento della nostra salvezza): ma possiamo evitare la sventura e i disastri che non sono ancora la Croce, e non lo diventeranno che attraverso il fuoco di un combattimento più angelico che umano. La Madonna lo lascia intendere, con la Chiesa e tutti i profeti, invitandoci a fare penitenza per evitarle.
Ma che significa questo, se la Croce è inevitabile? Temo molto che certe esortazioni alla penitenza (in particolare negli ambienti tradizionalisti) cerchino in realtà di schivare la Croce col pretesto di evitare il castigo.
Che cosè infatti la conversione, se non la semplificazione straordinaria di cui parlavo allinizio, che ci fa paura più della sofferenza e della morte? Molti si danno a penitenze eccezionali (per non parlare degli esercizi meno onerosi) nella speranza inconscia di sfuggire a questa semplificazione terribile.
Ma come accogliere, voi direte, una tale semplificazione senza dover subire i disastri che la provocano? È proprio questo il problema, è questo ciò a cui Giovanni Battista invitava le folle ("Preparate la via del Signore")... ma rimproverando ad esse di farlo in uno spirito di calcolo abbastanza ridicolo ("Chi vi ha insegnato a sfuggire allira imminente?").
Il solo modo di evitare i disastri è di avere un altro scopo che quello di evitarli, uno scopo più desiderabile di quello di vedersi risparmiato da essi: e cioè questa semplificazione stessa, desiderata non per timore ma per amore.
Se si vuole che sventure troppo grandi non diventino necessarie per introdurci nellAmore (con il rischio d'altronde di introdurci nellinferno), bisogna chiedere con insistenza che l'Amore operi, lui solo, la stessa semplificazione della sventura. In altre parole, per usare unespressione colorita, se si vuole evitare che la sventura si abbatta su di noi, bisogna chiedere che l'Amore, "abbattendosi" sul nostro cuore, vi faccia uno sconquasso, e questo sconquasso è precisamente la suprema beatitudine, il condensato di tutte le beatitudini, l'unzione invisibile che trasfigura la Croce e la cui stessa dolcezza diviene un tormento più bruciante, più inesorabile e più mortale di tutte le sventure.
Se si vuole sfuggire alle malattie che la Madonna desidera risparmiarci, bisogna tuffarsi, dallalto della Croce, o dal profondo della nostra miseria e della nostra paura, in quella "malattia che non porta alla morte" che è l'Amore, in quanto inaugura un combattimento più implacabile e una semplificazione più totale della morte. Gettandosi così nellAmore, si anticipano in qualche modo gli sconvolgimenti e la "rifusione" che, lo si voglia o no, la morte ci imporrà.
Cè dunque un solo ostacolo al compiersi nella nostra anima di questo meraviglioso combattimento tra la vita e la morte che si chiama mistero pasquale: l'ostinazione subdola con cui ci intestardiamo a "ignorare" la semplicità dellopposizione tra la Luce e le tenebre... l'indurimento ovattato che si camuffa nel chiaroscuro delle ambiguità, al punto da diventare inaccessibile a ogni terapia, e alla fine allo stesso Salvatore.
La Madonna ha orrore di questa tiepidezza e di queste mezze tinte appassionnatamente coltivate: la Chiesa la vede in questo "più terribile di un esercito schierato in battaglia". Sarebbe ben vano rivolgersi a Lei perché ci dispensi dalla lotta o rispetti i nostri compromessi. Se si ha paura della sventura, ci si getti nellAmore. Se si ha paura dellamore, ci si getti nella Vergine Maria: la sua è la pazienza di una Madre, ma, se piange volentieri le nostre viltà, non le benedirà mai.
Capire questo è la grazia di Pasqua, che chiedo per noi tutti, benedicendovi.
Fr. M.D. Molinié, o.p.
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