N°28


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Cari Amici,

 

Nell'introduzione al cahier su "I Cieli aperti", annunciavo l’intenzione di proporre un catechismo alle cui linee generali facevo cenno. Negli ultimi due anni non ho mai cessato di lavorare a tale catechismo, la cui ampiezza supera certamente le mie possibilità, ma di cui vorrei precisare fin d’ora le intenzioni, e presentare un primo schizzo fra qualche tempo.

Scrivendo quel cahier, mi rendevo conto di essere molto indigesto per i lettori, e di non preoccuparmi molto di farmi capire: avevo appena il tempo e la forza di esprimere le intuizioni che mi abitavano. Oggi non posso più accettare di non essere capito, almeno per colpa mia: mi devo sforzare di essere più chiaro, e soprattutto più chiaramente fedele alla Chiesa. Voglio essere sicuro che, se si rifiutano le mie parole, si rifiutano queste: ipotesi, ahimè, che non si deve mai scartare, specialmente oggi. Voglio dunque manifestare per quanto possibile il radicamento ecclesiale dell'ontologia della vita mistica tratteggiata ne "I Cieli aperti".

Devo dunque dichiarare immediatamente che mi richiamo all’attività, tradizionale nella Chiesa e incoraggiata da Gesù Cristo stesso, che consiste a "trarre dal tesoro Nova e Vetera, cose nuove e cose antiche". Ci sono, ne "I cieli aperti", e ce ne saranno anche in ciò che dirò, delle espressioni nuove, degli sviluppi imprevisti che potranno sembrare sconcertanti, e che dovrò al lettore la carità di spiegare con pazienza. Ma ci sono anche, e c’erano già ne "I cieli aperti", delle verità talmente antiche e tradizionali da sembrare banali – e che sembrano fin troppo tali a parecchie persone che, proprio per questo, non ne vogliono sapere. E devo sottolineare che, fin dai primi passi di ogni mio sforzo di spiegare qualunque cosa, la principale difficoltà consiste nel proclamare queste verità "banali" e più che tradizionali, che furono sempre oggetto del kerigma (proclamazione del Vangelo). Perché queste verità non sono tiepide, hanno quella violenza con cui l'Apocalisse vomita i tiepidi, violenza ripresa da Caterina da Siena, Dottore della Chiesa, e dal Curato d'Ars, pastore ispirato.

La tiepidezza non deve essere confusa con l'infedeltà. La tiepidezza dichiara che "Dio non chiede tanto": non chiederebbe la vita mistica, non manderebbe all’inferno coloro che declinano l'invito al banchetto. L'infedeltà riconosce che Dio chiede questo, e geme verso la misericordia perché non sa rispondere a questa richiesta. Una volta per tutte, voglio piazzarmi tra gli infedeli e i peccatori, e chiedo la grazia di evitare la tiepidezza come l’ho appena definita, perché è l’unico modo di evitare l'inferno.

Ho sempre detto e insegnato, con la parola e gli scritti, che la vita mistica proposta da Gesù non è facoltativa, ma obbligatoria pena l'inferno. Questo gli stessi tradizionalisti non lo dicono a tal punto, e tuttavia è qualcosa che s’impone, se appena ci si dà la pena di aprire il Vangelo e di leggere S. Paolo senza idee preconcette, cercando poi una conferma da parte dei Padri della Chiesa. Dico che questa affermazione non è mia, ma della Chiesa, e che, prima di andare avanti, conviene verificare questo punto, accoglierlo o rifiutarlo. È inutile intrattenermi su qualcos’altro, prima di aver preso posizione su questo.

Bisogna quindi ritornare una volta di più alla discussione bimillenaria sul dogma dell'inferno, ma definendolo in rapporto alla vita mistica concepita come obbligatoria – ciò che rende questo dogma allo stesso tempo più profondo di quanto non avvertano i tradizionalisti, e molto più rivoltante per l'orgoglio dei moderni.

E tuttavia è la verità della Chiesa: se non se ne vuol sapere, bisogna semplicemente lasciarla. Oppure tentare di mostrare che la Chiesa cattolica non insegna questo – malgrado il Vangelo, il Nuovo Testamento, la Lex orandi (Legge della preghiera liturgica), e i Padri della Chiesa: e qui devo avvertire che non sarà facile. D'altronde credo che nessuno ci provi: si preferirà continuare ad andare avanti pian pianino, come se la Chiesa insegnasse in realtà qualcos’altro, o avesse fatto la svolta tanto desiderata da certuni (che mi concederanno che essa insegnava così fino ad ora, ma "noi abbiamo cambiato tutto"). E questo conferma l'Apocalisse, perché il rifiuto della vita mistica è per l’appunto la definizione della tiepidezza.

"Le prostitute e i pubblicani vi passeranno avanti nel Regno dei Cieli", perché, dal profondo della loro miseria, non faranno gli schizzinosi davanti alla vita mistica e al banchetto offerto da Gesù... e fare lo schizzinoso è esattamente la definizione della tiepidezza che porta all’inferno.

 

 

Ecco un brano tratto da Dans cinq heures je verrai Gesù (Fra cinque ore vedrò Gesù), di Jacques Fesch, datato 16 settembre 1957 :

"Mi sento un po’ turbato per la conversazione che stamattina ho avuto con il cappellano. È un uomo dotto, come molti domenicani, ma a forza di meditare troppo giungono a presentare una sintesi di concetti filosofici e religiosi che è lontana dalla semplicità evangelica. Interpretano troppo, e finiscono con gettare il dubbio dappertutto, senza proporre essi stessi nulla di decisivo davvero.

La discussione, in primo luogo, era orientata sull’inferno. Da ciò che ho creduto di capire, esso esiste, certissimo… ma infine… la misericordia del Signore essendo infinita, si può supporre che, a parte i diavoli e alcuni realmente cattivi individui, vi si trovino poche anime perdute per l’eternità!

D’altra parte, sulla questione del peccato sembrano considerare soprattutto l’orientamento generale della vita, che si riassume in positivo o in negativo. Che vi siano degli alti e bassi in un’esistenza, è secondario, purché la vita sia diretta verso il bene. Evidentemente, non si può dire che ciò sia falso, solamente che questa idea lascia in bocca una indefinibile insipidezza, e si ha un po’ voglia di dire: a che pro? È incoraggiare la tiepidezza.

Da qualche tempo c’è una specie di apatia che s’è impossessata del clero e che fa crogiolare in una sorta di tran tran improduttivo. Quando si legge la vita dei santi, non c’è né pressappoco né tiepidezza. I loro atti, le loro parole, i loro pensieri sono nettamente stagliati, e quando dicono bianco non vuol dire che a rigore ci si potrebbe ammettere un po’ di nero.

La virtù è una, indivisibile ed eterna. Ciò che piaceva al buon Dio al tempo di san Francesco d’Assisi continua certamente a piacergli al giorno d’oggi, malgrado tutta l’evoluzione scientifica, psichiatrica, eccetera. L’inferno io lo vedo ben colorato, con dei demoni e tanto fuoco. Mi è indispensabile [pensarlo così], perciò non mi si venga a togliermelo. D’altronde sono ben tranquillo. Il Vangelo è pieno di allusioni a questo soggetto. Se si devono interpretare anche le parole di Cristo, tanto vale farsi buddisti.

E poi ho ancora in mente le parole della Vergine a Fatima: « Pregate per i peccatori; troppe anime vanno all’inferno perché nessuno prega per esse », e la descrizione della vista dell’inferno avuta dai pastorelli. Ecco una cosa chiara, almeno! Maria parla sì, dell’infinita misericordia di Dio, ma domanda pure che ciascuno reciti un rosario al giorno, ciò che evidentemente necessita ben altra cosa. A Lourdes pure: « Pregate per i peccatori ».

Se l’inferno non è che una specie di spauracchio, non comprendo più le sofferenze di Cristo, la comunione dei santi, e il Vangelo non ha detto la verità, se così fosse. Proprio al contrario, in tutte le sue parole Gesù non si stanca di affermare che il mondo è perduto. « Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia » (san Giovanni) [Gv 15,19].

E poi, basta constatare le conseguenze del peccato quaggiù, per comprenderne la gravità. Se noi, che siamo deboli, dobbiamo subire tali sofferenze, che dire delle anime immortali che contemplano ogni cosa senza alcun velo?!

E poi, il Cielo, le cui meraviglie sono ineffabili, non può esistere se non perché c’è un inferno a meglio sottolinearne il contrasto. Quanto la gioia abbonda nel Paradiso, altrettanto il dolore regna nell’inferno".

Questo testo del 1957 (!) non ha bisogno di commenti... I testi sacri sono così limpidi che bisogna fare delle prodezze per far dir loro qualcosa di diverso dalle convinzioni di Jacques Fesch. Certo queste prodezze sono state fatte, ma questo non torna a onore dello spirito umano. Chiunque legga il Vangelo, il Nuovo Testamento, i Padri della Chiesa e i grandi Dottori proposti dal Magistero alla fiducia dei fedeli, senza idee preconcette e con un minimo di buona fede, sarà costretto ad ammettere:

che agli occhi della Chiesa cattolica, all’unisono con la Bibbia, noi tutti corriamo il rischio supremo della morte eterna, dove ci sarà pianto e stridore di denti;

che solo la misericordia può e vuole salvarci da questa morte eterna, e che l’ha provato mandando suo Figlio nel mondo a questo solo scopo, la situazione essendo abbastanza grave perché ritenesse di doversi lasciar crocifiggere.

Questo ultimo punto, che S. Paolo chiama la follia della Croce, deve darci da riflettere, come i Padri non hanno mancato di fare. Che la nostra Salvezza sia operata dalla Croce, è perfettamente inintelligibile senza la grazia: non solo i non credenti, ma i seguaci delle altre religioni, mostrano bene che questa verità, come dice Paolo, "è una follia per coloro che si perdono", che vi trovano "un odore di morte".

Ma "per quelli che si salvano", questa stessa predicazione manifesta chiaramente che la situazione è grave: perché il Figlio di Dio non si manifesterebbe, non diventerebbe, come Paolo e gli Apostoli (1 Cor 4, 9), spettacolo al mondo (credenti e non credenti), se non volesse manifestare a quale prezzo è stata pagata la nostra Salvezza. Egli avrebbe potuto salvarci in segreto, anche se per delle ragioni misteriose doveva soffrire. Ma non ha voluto soltanto soffrire e morire: ha voluto praticare riguardo a questo avvenimento ciò che degli scettici blasfemi chiamerebbero un esibizionismo di cattivo gusto - e l'ostensione della Croce, il "Verbum Crucis" (Predicazione della Croce), diventa per loro un odore di morte.

Se è così, la Chiesa insegna ai suoi figli come contemplare un tale spettacolo allo stesso tempo nel timore e nella fiducia. Nel timore, perché "non ci si prende gioco di Dio", e specialmente di un Dio crocifisso. Nella fiducia, perché ha fatto questo per salvarci e non per perderci. Solo che non possiamo essere salvati che entrando nella sua intenzione misericordiosa: non c’è salvezza al di fuori di questa intenzione, e dell’atteggiamento che ne riceve i frutti. All’interno di questo atteggiamento, e in virtù della sua stessa natura, siamo invitati alla fiducia cieca e senza limiti che Teresa di Gesù Bambino ha saputo cantare all’aurora del nostro secolo disperato, ma tanto più presuntuoso quanto più è disperato.

Al di fuori di questa atteggiamento noi ci sottraiamo all’intenzione misericordiosa di Dio, e di conseguenza la nostra perdizione diventa infallibile. Ora questa intenzione è quella di sposarci (Desponsi enim vos... Vi ho promessi a un unico sposo, 2 Cor 11, 2) secondo gli splendori dell’unione mistica, interminabilmente cantati dai Padri della Chiesa a partire dal Nuovo Testamento e dalle parabole del Vangelo – a partire anche dall’Eucarestia che opera ciò che figura... e cioè appunto l’unione mistica.

Se si raccoglie tutto questo in una visione onesta, si deve ben concludere che la scelta dei cristiani non può che essere fra l'Eucarestia e la morte eterna, in altre parole fra l'unione mistica e l'inferno. La fiducia che ci è proposta e richiesta riposa su questa verità, lungi dall’evacuarla. La fiducia che s'appoggia invece su un’attenuazione, un offuscamento, una diminuzione di questa verità, questa fiducia non riposa sulla Parola di Cristo ma sulla sabbia, e crollerà nel momento della prova... che è nello stesso tempo l’ora della visita dello Sposo, atteso contemporaneamente dalle vergini sagge e dalle vergini stolte.

Tutto quello che si può dire per offuscare questa Luce bruciante e angolare è letteratura, e letteratura cattiva, denunciata instancabilmente come tale dai Padri della Chiesa (per esempio Gregorio Magno nel suo Commento al Cantico), e come destinata a sviare le anime e condurle lontano dalla via della Salvezza, dunque alla perdizione. Perché, alla fine, o tutto questo è vero, e non lo è a metà, oppure è falso, e non bisogna più appellarsi a una Chiesa che avrebbe così costantemente, da duemila anni, proposto una dottrina di cui non se ne vuole più sapere.

 

Allora bisogna avere il coraggio di dire che la Chiesa si è sbagliata (come certuni non esitano a fare). Ma se la Chiesa si è sbagliata non è infallibile; se non è infallibile, non è divina; se non è divina, la predicazione di Paolo è falsa. Quanto a quella di Gesù Cristo se ne farà ciò che si vuole, ma certamente non ciò che Paolo e gli Apostoli ci propongono quando dicono: "lo Spirito Santo e noi vi annunciamo il mistero di Cristo".

Sento il bisogno di insistere su questo prima di proseguire, perché mi vedo obbligato a temere che parecchi spiriti benevoli (di quelli che ho chiamato Amici in questi venticinque anni che mando loro dei messaggi) si ritengano sinceramente d'accordo con le linee generali suesposte, pur lasciando persistere, nel profondo più o meno cosciente del loro istinto pastorale, la speranza che l’unione mistica di cui parlano i Padri non sia assolutamente necessaria per la Salvezza.

Ho intitolato i miei cahier "Teologia della vita spirituale", ma questa vita spirituale è percepita come facoltativa da numerosi sacerdoti che si definiscono ciononostante nella tradizione. Se dico che il gesto di Pranzini che abbraccia il Crocefisso prima di morire è uno slancio mistico, mi si dirà senz’altro che questa affermazione è fin troppo facile, e che posso ben considerare la vita mistica come necessaria, se il minimo atto di fede e di pentimento merita di definirsi tale. Solo che bisogna vedere le cose da più vicino. Se Pranzini fosse sopravvissuto alla sua conversione, non avrebbe mai accettato (a meno di tradirsi e di tradire Dio, ed è appunto questo il peccato dei tiepidi vomitati dall'Apocalisse) un cristianesimo che non fosse mistico: Jacques Fesch ne è la prova.

Se me lo si concede, ma si continua a sognare una Salvezza meno bruciante del fuoco che è stato portato sulla terra, si mescolano due cose, secondo la tipica incoerenza della psicologia umana: da una parte la speranza che tutti i peccatori si convertano, speranza teologale perfettamente fondata sulla Parola di Dio, e assolutamente intima alla coscienza della Chiesa – dall’altra la speranza che un Cristianesimo più tiepido possa essere comunque salvato... speranza che non è più affatto teologale, perché non geme verso una conversione ottenuta con gran fatica dal Sangue di Cristo, ma al contrario s'immagina, nelle nebbie della nostra pigrizia, che i tiepidi possano essere salvati senza doversi convertire da un peccato più terribile, forse, di quello di Pranzini.

In virtù di questo gradevole miscuglio, si potrà pensare che esagero se presento la vita spirituale come necessaria per la Salvezza. Ora essa è necessaria come è necessaria la conversione – ciò che non impedisce di sperarla per i peggiori peccatori e, se si vuole, per i peggiori tiepidi, a condizione di non benedire la loro tiepidezza, lasciandole passare la dogana che ci separa dal Cielo (non più di quanto in tutta onestà le persone buone di cui parlo non vorrebbero lasciar passare il peccato). Il peccato non entra in Cielo, ma non ci entra neanche la tiepidezza (oso anzi dire, in nome dell'Apocalisse, che ci entra ancor meno...). Non dico altro quando presento la vita mistica come necessaria per la Salvezza.

È su questo che chiedo ai miei amici di "sedersi al tavolo e calcolare la spesa", prima di dirsi d’accordo e di leggere il seguito – in particolare il modo con cui vorrei spiegare il cahier sui cieli aperti. Perché costa caro vomitare la tiepidezza, la nostra propria tiepidezza (ne so qualcosa a proposito della mia, che vorrebbe ad ogni istante rassicurarsi a minor prezzo, partendo da una dottrina meno rude, più accomodante, più diplomatica... ma che non è, ahimè, quella della Chiesa, lo so fin troppo, e ne gemo come peccatore: se non si vuole gemere con me, è meglio non accompagnarmi oltre).

Se dunque, avendo calcolato la spesa e deciso di acconsentire, si vogliono seguire queste riflessioni, allora scopriremo insieme che la dottrina della Chiesa pone numerosi problemi, insieme appassionanti e difficili. Di questi problemi alcuni sono stati delucidati dalla tradizione latina (fino al Vaticano II incluso), ma altri sono stati lasciati da parte, o restano in cantiere. Ho voluto affrontare questi problemi nel cahier sui cieli aperti, e negli altri. L’ho fatto in modo maldestro (soprattutto ne "I cieli aperti", che sono una sorta di punta avanzata o di spirale che s’inoltra il più lontano possibile nella contemplazione dei misteri più vertiginosi della fede cristiana). Vorrei riprendere questo sforzo di nuovo, con più misericordia per il lettore, con la preoccupazione di mostrare meglio il radicamento nella tradizione di certe speculazioni, specialmente le più difficili. Ma ripeto che il prezzo da pagare, è l'adesione agli abissi e alle scogliere proposti dalla grande Tradizione "soggettiva" della Chiesa (come dice Padre Congar, vedi più avanti).

 

I

Fra queste questioni figura in primo piano una migliore definizione del cambiamento apportato da Gesù Cristo alla condizione umana. Se Gesù è il Salvatore e il Redentore, lo è dalla sera della caduta, la Redenzione ha un effetto retroattivo, e le sue grazie furono offerte subito ai nostri Progenitori "in previsione dei meriti di Cristo". Rimane che gli uomini sono vissuti per parecchi secoli "nell'ombra della morte", in una situazione in cui Cieli restavano chiusi – anche per i Giusti che ricevevano la Salvezza senza andare in Cielo dopo la morte, perché il Cielo non esisteva ancora.

Gesù Cristo ha aperto le porte dello Sheol, ha in qualche modo "costituito" il Cielo, a partire dalla sua Risurrezione e della sua Ascensione al Padre, associandovi ben presto la Madonna, il Buon Ladrone e tutti i martiri... con gli Angeli (secondo la grande Liturgia descritta dall’Apocalisse). Ma in quale modo ha modificato la condizione umana fin da quaggiù, cosicché la vita dei cristiani sia radicalmente qualcos’altro, una novità assoluta in rapporto alla psicologia da esuli dell’inno alla fede della Lettera agli Ebrei?

Gli scritti di S. Paolo e quelli dei Padri della Chiesa sono un canto di trionfo ininterrotto riguardo a questa vita straordinaria che possono vivere i cristiani (se non sono tiepidi, e si lasciano dinamizzare dalla "potenza della Resurrezione"). In cosa consiste esattamente questa novità, che si realizza già sulla terra e nell'oscurità della fede, e stabilisce i credenti nella comunione dei santi con la Chiesa dei beati... e che mi ha permesso di intitolare il mio ultimo cahier "Je vois les cieux ouverts" ("Io vedo i cieli aperti"), secondo la parola di Stefano che tuttavia non vedeva Dio faccia a faccia?

Questo è l’argomento in cui mi sono buttato, troppo velocemente forse, sicuro di sentirmi in comunione con il fremito continuo dei santi, dei martiri, dei Dottori della Chiesa. Ma è un argomento difficile e riconosco che bisogna ritornarci, più lentamente forse, con più cautela senz’altro, ma per arrivare se possibile a più follia ancora... perché ciò che Proust diceva del sogno è più vero ancora della follia della Croce: "Ciò che ci guarirà dalla follia, non è meno follia, ma più follia... tutta la follia".

"La totalità dei fedeli non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» mostra l'universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio, il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte". (Lumen Gentium, 12).

Padre Congar sottolinea a ragione che il "sensus fidei" così caratterizzato dal Concilio si trasmette attraverso ciò che egli chiama la "Tradizione soggettiva" e che, da parte mia, chiamerei volentieri coscienza collettiva della Chiesa militante. Dato che c’è una Comunione dei santi, che collega la Chiesa militante alla Chiesa trionfante, l'insieme dei fedeli è immerso in una coscienza collettiva che accoglie e protegge la diversità di ognuno (il nome nuovo scritto sulla pietruzza bianca dell’Apocalisse, il canto unico intonato da ogni beato), ma che respinge anche tutti gli errori e anche le limitatezze dovute alla cecità o al peccato. Perché, se ci sono peccatori nella Chiesa militante, non c’è traccia di peccato nella Sposa immacolata di Gesù Cristo, come dice Journet: la coscienza collettiva della Chiesa militante scarta infallibilmente ogni zona d'ombra, ogni traccia d'errore e ogni diminuzione della verità.

Con Padre Congar, riconosco che questa coscienza collettiva, o Tradizione soggettiva, ingloba e supera allo stesso tempo tanto il Magistero a cui vuol esser docile, che la stessa Scrittura, che essa riceve come Parola di Dio, ma di cui ha definito il canone a partire dalla tradizione apostolica, realizzazione eminente del sensus fidei che permetteva agli Apostoli di dire "lo Spirito Santo e noi" (privilegio unico). La coscienza collettiva della Chiesa fa sempre riferimento agli Apostoli, quella degli Apostoli fa riferimento direttamente a Dio, più precisamente allo Spirito Santo. Lo stesso Verbo Incarnato è loro svelato dallo Spirito Santo, o nella luce dello Spirito Santo: "Se ho conosciuto Cristo secondo la carne, non lo conosco più che secondo lo Spirito...". Ed è secondo questa conoscenza, che non viene orizzontalmente dal Cristo ma verticalmente dallo Spirito Santo, che parlano Paolo e gli Apostoli. È essa che permette loro di dire quali sono i libri ispirati e quali non lo sono – ciò che mostra bene che questa coscienza o illuminazione soggettiva supera la Scrittura determinandola.

 


II

Il XX° secolo è stato per eccellenza il secolo della diffidenza e del sospetto, specialmente riguardo alla vita mistica. Ma è stato allo stesso tempo, e forse proprio a causa di questo, il secolo in cui il Magistero ha sentito il bisogno di assegnare il titolo di Dottore della Chiesa ad autori che non parlano che di vita mistica: San Giovanni della Croce, Teresa d'Avila, Caterina da Siena... forse un domani Teresa di Gesù Bambino. Ed è tanto più degno di nota se si pensa che, prima, il titolo di Dottore sembrava piuttosto riservato a teologi e ai moralisti.

Questo punto manifesta chiaramente come la coscienza collettiva della Chiesa sia decisamente mistica. Essa non ha mai accettato l’errore, vecchio quanto il Cristianesimo, che tende a rimandare nell'aldilà l'irruzione del soprannaturale, riservando a un’élite più o meno carismatica l’esperienza delle cose divine (pati divina, "soffrire" le realtà divine). Ed accetta ancor di meno l'errore tipicamente moderno che consiste nel voler secolarizzare il Regno dei Cieli.

Bisogna anche riconoscere che la Chiesa è decisamente "contadina": essa ha una filosofia perfettamente realista, e anche ferocemente realista quando si tratta per esempio del Cielo e dell'inferno. Gli occhi rivolti al Cielo, i piedi ben piantati per terra, il cuore dilaniato tra i due (è il mistero stesso della Croce): ecco il suo Credo da duemila anni.

A causa delle tenebre del cuore umano (che, assieme ad altri danni, hanno diffuso il sospetto nei confronti della vita mistica), è molto difficile ascoltare "ciò che lo Spirito dice alle Chiese", e ciò che la Chiesa dice ai fedeli. Ci vuole uno sforzo costante, sostenuto da una vita di orazione e di carità attiva, con una grande sete della Sorgente (niente teologia sana senza lo stato di grazia e i doni dello Spirito Santo, lo spirito d'infanzia, etc...): lavoro immenso che va oltre le capacità di ciascuno... così dobbiamo coniugare i nostri sforzi per raggiungere sempre più esplicitamente la coscienza della Chiesa (contribuendo così a svilupparla, a far evolvere non solo il dogma, ma la dottrina cristiana in tutta la sua ampiezza, con l'integrazione delle intuizioni più elevate fino ai lavori intellettuali più profani).

Ma se bisogna fare tutto questo per raggiungere la Chiesa, questa è allora un’élite? No. La Chiesa non è un’élite nel senso umano del termine, essa desidera offrire ai semplici un insegnamento accessibile a tutti: dovrebbe essere facile riceverlo. Ma essa richiede la rettitudine e la purificazione del cuore, e questo è molto esigente: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio" – lo vedranno in Cielo, ma lo vedranno anche sulla terra nell'oscurità della fede, raggiungendo appunto la coscienza della Chiesa.

Solo che sono dei puri di cuore, e su questo punto la Chiesa effettivamente è sempre stata elitaria, rivolgendosi ai peccatori senz’altro, ma richiedendo una conversione radicale al di fuori della quale non s’intendono, o s’intendono male, i suoi insegnamenti: "stupidità" soprannaturale, "accecamento del cuore", eresie formali e materiali pullulano per impedire ai più di accedere a questa coscienza collettiva. In questo senso, molti teologi ed esegeti moderni sono più lontani dalla dottrina della Chiesa di Teresa di Gesù Bambino. Gli stessi tomisti, nella misura in cui si lasciano imbarcare nei meandri della scolastica, non ne sono necessariamente l’eco più fedele...

Rimane una questione: essendo il cuore sufficientemente purificato o almeno raddrizzato (intenzione retta, anche se non è pura), come possono sperare i semplici di raggiungere la dottrina della Chiesa in tutte le sottigliezze che essa comporta (in S. Paolo per esempio, che lo stesso Pietro dichiarava oscuro)? La risposta è seria. I semplici non hanno altro modo di raggiungere la coscienza della Chiesa se non ricevendo un buon catechismo e ascoltando buone omelie. Questa è la respirazione normale del popolo cristiano. Bisogna ascoltare spesso dei pastori che insegnano al modo del Curato d'Ars. Non bisogna mai smettere di farlo. Questo è il cammino normale e praticamente esclusivo per accedere alla dottrina della Chiesa. Se non ci sono più buone omelie, e frequenti, buone catechesi, e diffuse, la strada è chiusa come i valichi di montagna in inverno. A questo non c’è rimedio, e la situazione dei fedeli si mette a somigliare a quella dei membri della Chiesa invisibile, che solo lo Spirito Santo illumina attraverso il mistero della Croce, al di là delle tradizioni deviate o della loro intelligenza debolmente sviluppata.

Qui ritroviamo ciò che ho sempre affermato circa la possibilità per Dio d'iniziare chiunque alla follia della Croce, attraverso la sua propria morte e le sue sofferenze (purché non dica di no), senza nessun insegnamento esplicito da parte degli uomini. Questo mi ha sempre affascinato a tal punto che ho potuto un po’ scordare che la Chiesa chiede di più, e cioè un pieno sviluppo umano, una civiltà, una morale, tutti gli equivalenti per la Chiesa di ciò che Nazareth fu per Gesù. Ma questo suppone anche un insegnamento corretto e fedele, come quello di cui si nutriva la Santa Famiglia. Al di fuori di un tale insegnamento, e per coloro che ascoltano ad esempio Calvino, Loisy, Renan, i modernisti o i fideisti (e non parlo dei marxisti, dei materialisti, degli scettici e dei relativisti), il miracolo trascendente della follia della Croce è ancora più inaudito che per i pagani o i semplici di cuore delle grandi tradizioni balbettanti tipo quella dell’India. È così, e non ci si può far niente se non pregare.

Riassumendo, niente di più facile che accedere alla coscienza della Chiesa con un minimo d'insegnamento umano e di contatto con buoni sacerdoti. Ma nell’Occidente attuale, è forse più difficile che in Russia, più miracoloso, più straordinario (so bene che ci sono i carismatici, ma sono appunto "straordinari"). E coloro che sapranno ascoltare la "sana dottrina" dovranno inoltre ricevere una grazia teresiana eccezionale... sì, è difficile oggi raggiungere la dottrina della Chiesa.

III

Bisogna proclamare con i santi che la gioia offerta da Gesù Cristo è sempre la Gioia del Cielo: "Il Regno dei Cieli è tra voi". Tutto perde senso e diventa insulso non appena si attenua il contrasto tra la situazione del genere umano prima e dopo di Lui: prima di Gesù o al di fuori di Gesù (finché s’ignora la Buona Novella), niente Cielo – ma nel migliore dei casi speranza (forse ardente) di un Cielo futuro. Con Gesù il Cielo è lì, in seno dell’inferno se si vuole (gli orrori di questo mondo), ma è presente in mezzo a noi attraverso di Lui. Fuori di Gesù o prima di Lui il Cielo non è presente, anche se la carità lo può sperare e desiderare.

La Chiesa ha ricevuto una conoscenza del Cielo più precisa di ogni altra tradizione religiosa, è facile verificarlo. Essa vi aggiunge la Comunione dei santi, che è un dogma del Simbolo degli Apostoli, e che suppone l'unione con la Chiesa trionfante: la Comunione dei santi è la comunione col Cielo, come mostra la Solennità di Tutti i Santi. Niente di simile nell'Antico Testamento.

Queste cose dovrebbero essere facile metterle al sicuro ben saldamente, tanto sono lampanti non appena si guarda vivere la Chiesa e si legge il Nuovo Testamento, il Magistero, i Padri della Chiesa, etc... (e non parlo dei mistici). Ma esse si scontrano oggi con una formidabile resistenza, perché implicano una credenza nell’inferno tanto ferma quanto quella nel Cielo. La vita è seria perché bisogna scegliere tra il Cielo e l'inferno attraverso Gesù Cristo e in occasione di Gesù Cristo ("Beati coloro per cui non sarò occasione di scandalo"). I benefici della civiltà cristiana, come quelli di una buona educazione con il pieno sviluppo umano che consente, e la speranza di un regresso delle forze del male, non hanno altro interesse che quello di portare gli uomini in Cielo, diceva il Curato d'Ars – e siccome si va in Cielo prolungando il mistero di Cristo, c’è un minimo d'inferno e di peccato di cui non bisogna sognare la scomparsa, perché sarebbe uscire dal piano di Dio e dal Verbum crucis (la Predicazione della Croce).

Secondo punto più delicato, perché meno facilmente evidente, anche per degli spiriti onesti. Gesù Cristo è morto realmente, ma morendo ha vinto la morte. Non l’ha vinta solo alla Resurrezione, l'ha vinta per il modo stesso in cui è morto: il Cielo presente in Lui ha trionfato della morte sulla Croce – il Cielo, o la Gloria, ha fatto della sua morte una morte al peccato, una "morte al peccato una volta per tutte". Ecco perché la Chiesa contempla il Cristo in Croce, non per dolorismo ma perché Cristo in Croce è già la Vittoria pasquale che esplode nella Resurrezione.

Ne deriva ciò che ho detto a sazietà: Gesù Cristo è morto d'amore, di Gloria e di olocausto. Ha così vinto la morte il cui pungiglione è il peccato (il morso al tallone). Ma prima di fare queste precisazioni che effettivamente s'impongono, bisogna sottolineare quanto la Chiesa sa che la stessa morte di Gesù è una Vittoria (Fulget crucis misterium, il mistero della Croce è folgorante), anche se non sa come prima di aver riflettuto – da qui l'importanza della teologia come strumento della fides quaerens intellectum (la fede che cerca di comprendere ciò che Dio ha detto).

Ma si tratta di capire ciò che si crede prima di tutto in una "intuizione di fede" (perché la Parola di Dio è Luce): morendo Gesù Cristo ha vinto la morte, ed è il primo ad averlo fatto. I Giusti dell'Antico Testamento erano vinti dalla morte a causa del peccato originale (anche se era una sconfitta provvisoria con la speranza di un rivolgimento futuro: la speranza messianica). Solo Gesù e i cristiani non sono vinti dalla morte, anche se ne subiscono il morso (dico i cristiani che sono santi, perché bisogna subire la morte dell’uomo vecchio affinché la nostra morte sia una vittoria e una prima Resurrezione, vedi Jacques Fesch).

Gesù Cristo è venuto a portare la Salvezza pagando il debito dei nostri peccati e meritando le grazie offerte dalla sera della caduta. Questo è assodato, ma i teologi e gli esegeti non hanno mai precisato con chiarezza ciò che Gesù Cristo è venuto a portare di nuovo, aprendo le porte del Regno. È su questo che ho voluto insistere ne "I cieli aperti". Gesù Cristo ha in qualche modo due volti, quello del Redentore che ci salva dall'inferno, e quello del Risorto che ci apre il Cielo ("messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione", Rm 4, 25).

La tradizione latina ha visto soprattutto il Redentore (senza mai negare l’altro aspetto). Ma questo secondo aspetto solo i mistici lo hanno veramente contemplato, quando la contemplazione cristiana più elementare dovrebbe cominciare da esso. Gesù Cristo è prima di tutto colui che ci apre il Cielo, prima ancora di essere colui che ci salva dall’inferno e del peccato: perché l'inferno e il peccato si definiscono in rapporto al Cielo, e non l'inverso. E se non desideriamo il Cielo attraverso il volto di Cristo, non comprenderemo più niente, almeno come lo comprende la Chiesa. La Tradizione soggettiva della Chiesa parte dal Cielo, per scoprire il timore dell'inferno e riscoprire Gesù Cristo come Salvatore.

È questa la presentazione da cui si deve partire, basandosi sui Padri, il Nuovo Testamento, etc... (sempre questo quintetto : Bibbia, Lex orandi, Magistero, Padri della Chiesa, Santi e mistici).

Così si può dire tranquillamente che la coscienza della Chiesa si confonde con quella dei santi: non si deve aver paura di non pensare che a loro, anche dottrinalmente. I progredienti più fedeli non appartengono alla Chiesa che a metà, dice Journet: hanno ancora una zona d'ombra, non è considerando loro che comprenderemo la Chiesa ma contemplando i santi. La Tradizione soggettiva sono i santi, i quali sono appunto in perfetta comunione con la Chiesa trionfante e purgante: tutti i santi si comprendono tra di loro.

Ne derivano delle definizioni singolari. Per esempio: il Magistero è ciò che i santi riconoscono come tale. Conoscono il Magistero e le sue definizioni dottrinali (anche se non sanno i dogmi a memoria, e ancor meno la teologia) meglio del Magistero stesso (nella misura in cui i suoi membri non sono santi): è la docilità dei santi verso il Magistero che ci svela cos’è il Magistero nella Tradizione soggettiva, secondo le dimensioni illimitate che nessun dogma espliciterà mai interamente. Solo i santi sanno cosa sono i santi, e solo essi conoscono il ruolo del Magistero meglio ripeto dello stesso Magistero.

Come navigare tra i Concili, i Padri della Chiesa, i teologi – le encicliche che sembrano contraddirsi, l'opposizione apparente tra il Vaticano II e i Concili anteriori, la pretesa debolezza di certi testi conciliari... tutto questo, ancora una volta, i santi lo sanno molto meglio di quelli che si sfiancano a definirlo (voi ed io se non ci stiamo attenti). La dottrina della Chiesa è qui: diciamo che è qui che è più facile da vedere, che si manifesta nel modo più eclatante ai nostri occhi cisposi, "levavi oculos meos ad montes", ho alzato gli occhi verso i monti... e questi monti soni i santi.

Di conseguenza dobbiamo lavorare su due piani che paragono a quelli di una nave (immagine tradizionale della Chiesa). Ci sono le stive e le macchine... e c’è il ponte da cui si vede il mare. Aggredire gli errori, le deviazioni e le tossine ("pugiles fidei", campioni della fede), tutto questo appartiene alla nostra cucina di teologi, e non interessa i fedeli come Teresa di Gesù Bambino (benché ci chieda con forza di farlo).

Ma ci chiede anche di darle i frutti senza infliggerle il lavoro tecnico che ci incombe. Bisogna che questa infrastruttura delle stive e delle macchine produca dei frutti sul ponte che contempla il mare, ed è la predicazione che dobbiamo offrire a Teresa di Gesù Bambino, predicazione di cui sentirà che si collega effettivamente alla Chiesa per la musica e il profumo della comunione dei santi, ma che si collega anche al lavoro delle stive per la precisione teologica. L’obbiettivo di una buona predicazione è ogni anima che noi possiamo e dobbiamo tranquillamente supporre essere santa, e che ha tanto più bisogno di nutrimento quanto più rischia davvero di essere santa.

Ma soprattutto non bisogna sostenere l'inverso e cioè che le anime avrebbero bisogno di nutrimento perché languiscono. Bisogna curare i malati e i peccatori, certo, poiché Gesù è venuto per loro. Ma di ciò che diamo ai malati e ai peccatori (di cui del resto facciamo parte), le anime sante e le anime sane ne hanno ancora più bisogno, perché appartengono alla Chiesa, e la Chiesa è militante per definizione, e non si può combattere senza munizioni.

In quanto teologi noi apparteniamo al genio, e i santi ci chiedono di costruire dei ponti senza annoiarli con spiegazioni circa il modo di costruirli (è quello che ho fatto ne "I cieli aperti": chiedo perdono!). La predicazione comunica i frutti di questo lavoro che collega tra di essi gli articoli di fede, sempre più chiaramente man mano che i secoli passano. Maria aveva la fiducia di Teresa più di Teresa, ma Teresa ha ricevuto una coscienza più esplicita della fiducia di Maria: questo è il progresso della dottrina della Chiesa nel corso della Storia.

Per parlare sul ponte e non nelle stive, bisogna sempre riferirsi a ciò che appare come lampante nella Chiesa: è evidente in modo lampante che Gesù Cristo ha cambiato la condizione umana, portando qualcosa che non esiste al di fuori del Vangelo esplicitamente predicato. Questo qualcosa di nuovo è l'apertura delle Porte del Regno: e questo riguarda la vita eterna, ma riguarda anche la vita di quaggiù sotto l'aspetto delle Beatitudini. Le Beatitudini e la follia della Croce sono la versione terrestre del Regno. È talmente evidente, ripeto, che non si deve cadere nel tranello di discuterne con quelli che secolarizzano il Regno dei Cieli e che di conseguenza, secondo ogni evidenza, vogliono strapparlo al mondo delle Beatitudini e della follia della Croce.

Presentato così come il sale delle Beatitudini che non deve perdere sapore, come l'acqua viva data a chi ha sete, come il fuoco portato sulla terra ("ogni creature deve essere salata con il fuoco"), o la perla preziosa... il Regno dei cieli è occasione di una prova di fede di cui la Chiesa è sempre stata consapevole: la predicazione del Vangelo è un "odore di morte per coloro che si perdono".

Questa prova è anteriore a tutte quelle che attendono i cristiani attraverso le tribolazioni e le tentazioni della carne. Seguendo S. Paolo, la Chiesa è sempre stata consapevole che la prova della fede precede tutte le altre e che è molto più grave: essa non impegna soltanto un’adesione nominale a Gesù Cristo, ma una filosofia della vita che è quella della Luce o quella delle tenebre, a seconda che si tratti della Sapienza della Croce (e della sua follia), o della sapienza di questo mondo (e della sua follia).

Scegliere fra queste due strade, l'una molto larga e l'altra stretta, è una prova ancor prima di impegnarsi in essa e di conoscerne delle altre. Certo bisogna calcolare la spesa, ma non si tratta di sapere come supereremo le tentazioni future. Si tratta semplicemente (ed è enorme) di verificare che non c’è errore sul fine perseguito e la Luce che ci attira: è quella del Regno dei Cieli, ne accettiamo la natura profonda, con l'esigenza che essa implica di umiltà, di povertà, di spirito d'infanzia, senza del quale nessuno può entrare nel Regno... quali che siano gli incidenti di percorso? questa prova è al di là degli incidenti, essa concerne la natura intima di ciò che noi desideriamo di più, la parola ultima di ciò che fa il sale della vita: essere ricco e saggio secondo il mondo, o povero e folle, per gustare l'acqua viva e ricevere la perla preziosa. È su questo che si gioca la nostra eternità, e la Chiesa è sempre stata consapevole che è una prova formidabile, la chiave di tutte le altre. Ancora una volta è una evidenza lampante, da non discutere...

Se lo si ammette, si comprende anche che agli occhi della Chiesa, ciò che si oppone alla scelta buona della porta stretta e ci avvia sul cammino della perdizione, non è una debolezza ma una rivolta – anche se è inconscia, e si accontenta in apparenza di non abbandonare le ricchezze.

Questa rivolta è l’anima di tutte le eresie, ed è essa che la Chiesa combatte con violenza attraverso di esse. Essa ha assunto un volto nuovo e più radicale a partire dal Rinascimento, più subdolo a partire del modernismo, e tremendamente pauroso da quando è riuscita ad addormentare le "sentinelle d'Israele", appoggiandosi a torto sul Vaticano II (che peraltro alcuni condannano, facendosi così complici involontari della sua utilizzazione fraudolenta per spegnere nei fedeli il senso della scelta tra le Beatitudini e l'inferno).

Grazie a questa manovra, il lupo della rivolta si traveste da agnello, e pretende che la Buona Novella non imponga la prova della scelta angolare tra la Luce e le tenebre, l'orgoglio e l'umiltà, la boria di una umanità che si vuole "adulta", e il tremore di una natura umana peccatrice che si vuole salvata dallo spirito d'infanzia.

Quando si leggono i Padri della Chiesa o i santi, si ha l’evidenza che la situazione attuale provocherebbe in loro un dolore inorridito, diverso forse da quello dei tradizionalisti, ma anche ben diverso dalla reazione addormentata e molle delle vedette. Questo dolore resta l’eredità di numerose anime del popolo cristiano (Jacques Fesch ne è la prova), ed è a queste anime che vorrei parlare.

Dalla Regola pastorale di Gregorio Magno:

"Che il pastore apra gli occhi per sapere se deve tacere o parlare. Spesso i pastori ciechi, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò che dovrebbero dire, e secondo la parola di Cristo non si occupano più della custodia del gregge, perché sono mercenari che fuggono all'arrivo del lupo.

Il Signore li disapprova per bocca del Profeta, che dice: "Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare" (Isaia 56, 10), e si lamenta dicendo: "Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore" (Ezechiele 13, 5)...

Aver paura di dire la verità, è voltare le spalle al nemico. Invece il pastore che si batte per difendere il gregge costruisce un baluardo contro i nemici. Ecco perché, al popolo che ricadeva nell’infedeltà fu detto: "I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità per cambiare la tua sorte" (Lamentazioni 2, 14).

La Parola di Dio li condanna, perché essi lusingano i colpevoli promettendo loro una sicurezza ingannevole, guardandosi bene dal far loro il minimo rimprovero. Se il sacerdote non adempie il ministero della Predicazione, diventa una tromba muta. Ecco perché lo Spirito Santo discese sugli Apostoli sotto forma di lingue di fuoco, facendo di essi i ministri della Parola".

Non so che ne fosse delle prime eresie (che furono molto gravi), che genere di rivolta potessero implicare. Non so in quale misura questa rivolta fosse all’opera già ai tempi del Rinascimento e di conseguenza della Riforma (ma lo temo). Dico soltanto che ci sono dei gradi nell’audacia ed efficacia della rivolta, che il modernismo va già molto più lontano di Lutero, e la demitologizzazione di Bultmann o la teologia della morte di Dio più lontano del modernismo. In questa linea, la rivolta attuale va più lontano ancora, nel senso che riesce a penetrare nella Chiesa, colpendo d'incapacità letargica le sentinelle che dovrebbero reagire contro di essa.

Il modo insidioso di appoggiarsi al Vaticano II tagliandolo fuori dalla Tradizione è un’esemplificazione evidente dell'efficacia di questa rivolta, molto meglio camuffata della teologia della morte di Dio e dunque più efficace: essa addormenta le vedette, e, come aveva sentito Paolo VI, permette al "fumo di satana" di penetrare nella Chiesa.

Tutto questo, ripeto, è evidente e fuori discussione se si hanno occhi per vedere. Ma i fedeli sono intontiti da discussioni che li trascinano nelle stive dove non si vede più nulla. Restare sul ponte di queste evidenze lampanti non si può fare tranquillamente che se si calcola la spesa - e la spesa, è accettare risolutamente che gli orgogliosi vanno all’inferno, se non si convertono a tempo per riprendere la via stretta che conduce alla Salvezza.

Se si accetta questo punto risolutamente e senza barare, se si accetta che questa conversione ci dia immediatamente il gusto del Cielo, e che il gusto del Cielo esige questa conversione, allora il resto diventa relativamente facile da capire, in particolare la natura della prova provocata dalla presenza bruciante di Gesù Cristo: essa assomiglia a quella degli Angeli, come a quella dei Progenitori e spiega la comparsa del Male nel mondo (per quanto la si possa comprendere nell’oscurità della fede).

Ma se si lascia questo filo conduttore, che è in effetti una via stretta per il nostro orgoglio e per le nostre tenebre, allora ci si perde nella stiva, e nella falsa saggezza dei sapienti e degli intelligenti...

Festa di Tutti i Santi 1989

Fr. M.D. Molinié, o.p.

N°28


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