N°29


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Nancy, 22 Marzo 1993

Cari Amici,

La tradizione delle Lettere agli Amici ha subito un’eclissi a partire da quella di Ognissanti del 1989 (su Jacques Fesch). Oltre a queste Lettere ho d'altra parte proposto parecchi messaggi di Natale o di Pasqua, alcuni dei quali molto brevi.

Il messaggio del Natale 1985 ha costituito la Lettera agli Amici N°297; fu seguito, nel Febbraio dell’86, da un "Avis au lecteurs des Cahiers sur la vita spirituale" ("Avvertenza ai lettori dei Cahier sulla vita spirituale") che resta attuale. In quel momento non avevo pubblicato il cahier sui cieli aperti, di lettura molto difficile, che ha scoraggiato molti lettori, ma che ha preparato la redazione del libro "Je choisis tout" ("Scelgo tutto"): senza quel cahier, non sarei mai stato capace di comprendere Teresa, è la chiave di tutto ciò che è contenuto nel libro.

L'Avvertenza ai lettori cerca appunto di segnalare le idee direttrici di quest’ultimo cahier, che allora preparavo: mi permetto d'insistere per offrire questa Avvertenza a coloro che me la chiederanno, è una delle spiegazioni migliori, e più brevi, di ciò che cerco di dire, instancabilmente e difficoltosamente, dal 1972.

Mi sono poi consacrato al cahier, che ha assorbito tutte le mie forze per due anni. Verso la fine del 1989 ho cominciato a vagheggiare un catechismo che non ha mai visto la luce, e che non ha più ragione di essere, dopo che il Santo Padre a dato il suo al mondo. D’altro canto presentivo che questo catechismo sarebbe stato allo stesso tempo quello di cui Teresa avrebbe avuto bisogno, e quello che avrebbe voluto dare ai peccatori per offrire un sostegno alle intuizioni folgoranti della Storia di un’anima. Il Natale del 1989 ho anche proposto un messaggio sulla via d'infanzia, che ha preparato la redazione intensiva di "Scelgo tutto", a partire dal Febbraio ‘90.

Non abbandonavo il sogno di proporre una sorta di catechismo teresiano. Ho tentato di spiegare le mie intenzioni al riguardo in un messaggio per la Pentecoste 1991, che riprende e sviluppa l'Avvertenza ai lettori del 1986. È stato completato a sua volta da un altro messaggio per l'Epifania 1992, in cui cercavo ancora di tratteggiare una grande sintesi teresiana per il nostro tempo.

In parallelo a questi testi, che erano delle specie di Lettere agli Amici, cercavo di riformulare il cahier sui Cieli aperti in alcune "Lettere sull'Orazione" indirizzate a delle future contemplative: queste Lettere volevano dire la stessa cosa del cahier, in termini meno indigesti. Per ragioni tecniche non sono per il momento disponibili, oltre tutto si trovano in un vicolo cieco nonostante una buona partenza: mi sono fermato alla quarta, non riuscendo a esprimermi così semplicemente come mi ero proposto...

È stato allora che Teresa è venuta a darmi una spintarella invitandomi a scrutare la Storia di un’anima, come anche gli Ultimi Colloqui (per non parlare delle confidenze di Celina o di Maria della Trinità), per riscoprirvi il nerbo di ciò che volevo dire, e che riguarda la Gloria.

Tutti i testi che ho appena ricordato rappresentano in qualche modo l'equivalente delle Lettere agli Amici, di cui ho sospeso l’invio durante quegli anni. Riprendo oggi questa tradizione, facendo notare che in un certo senso non si è interrotta, ha solo preso un’altra forma.

Quello che penso di dire oggi sarà molto breve: ho riunito due messaggi a cui non davo molta importanza - sono spesso messaggi come questi che esprimono meglio, o meno peggio, ciò che dispero talmente di dire... e che non sarà detto e cantato che nel Regno dei Cieli.

Approfittiamo allora, se siete d’accordo, di questo minuto di disattenzione durante il quale ho proferito parole senza importanza, quasi alla leggera, semplice eco della Parola di Dio così come l’ho ricevuta, senza volere inventare niente o aggiungere ad essa checchessia. Un predicatore evita difficilmente l'impressione di ripetersi. I discepoli di san Giovanni glielo rimproveravano, e Gesù Cristo stesso non ha mai smesso di cantare la sua ossessione per il Regno dei Cieli, ed è cantando sempre la stessa cosa che la Chiesa ha creato i molteplici splendori della Liturgia...

Nancy, Festa dell’Annunciazione 1993

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

Il 19mo secolo è stato quello delle speranze messianiche e prometeiche, il 20mo secolo quello dei castighi e della disperazione. Dopo l'Olocausto e l'Arcipelago Gulag, davanti ai milioni di bambini che muoiono di fame, o sono condannati ai lavori forzati dal capitalismo selvaggio, davanti alle atrocità che si perpetuano, i fanatismi che si sbranano, le vittime dell’Aids, si ha ancora il diritto e non è indecente porre la questione della felicità?

E tuttavia Arthur Rimbaud, profeta di questo demenziale 20mo secolo, ha cantato "la magique étude du bonheur, che nul n'élude" ("il magico studio della felicità che nessuno elude"). Non si crede più alla felicità, ma si crede alla magia: magia dei ciarlatani e magia degli artisti, che portò Rimbaud a passare una "Stagione all’inferno". Il sesso, l'alcool, la droga, il rock, dispensano ai disperati delle ore di sogno, dei momenti di estasi, degli istanti in cui si vola sotto l’effetto della droga e dei giorni in cui si "sballa".

Più che della poesia, Rimbaud aveva bisogno di camminare: ha fatto parecchie fughe nella sua infanzia, ha continuato da adulto, era la sua unica droga e la sua sola felicità, e quando si è visto condannato all’immobilità a Marsiglia, si è veramente disperato: "sono troppo infelice". Ha sopportato delle sofferenze fisiche incredibili finché ha potuto camminare: non ha sopportato di fermarsi. Ha ritrovato sul letto di morte il dono poetico della sua infanzia, trasfigurato, ha detto la sorella, più bello che mai... forse ha ritrovato Dio - ma fu attraverso la porta stretta di una vera disperazione umana.

Un altro camminatore è stato Charles de Foucault. Ha conosciuto l’ebbrezza del piacere: le feste folli, il foie gras, le donne di facili costumi… del piacere non gli interessava che l'ebbrezza e non si curava del piacere stesso, divorato com’era da un fuoco interiore. Dopo il piacere ha conosciuto le marce attraverso le montagne del Marocco, ha scoperto l'adorazione, ha tremato davanti a qualcosa che superava la sua disperazione.

La nostra unica chance di trovare la felicità è infatti l'adorazione: quelli che adorano non sono necessariamente felici, un cupo orgoglio li può accecare ancora a lungo, ma hanno una chance – quelli che non adorano non ne hanno alcuna. Chi vuol salvare quaggiù la sua felicità la perderà, ma chi la perde a favore dell’infinito la ritroverà centuplicata fin da quaggiù (sono le beatitudini) e riceverà la vita eterna, che è la Beatitudine.

In questo tempo di disperazione e di indicibile miseria le beatitudini sono la sola risposta a chi si adonta, come fosse un’indecenza, della ricerca della felicità: le beatitudini sono l’assicurazione pazzesca, fatta ai "dannati della terra", che essi sono in verità beati, i soli beati, in questa valle di lacrime e di orrore. I miliardi di vittime che popolano il pianeta non hanno che una sola cosa da fare, o piuttosto da non fare: cancellare, con la libertà di una rivolta sempre possibile, la beatitudine inaudita che è loro offerta su un piatto d’argento.

Il vero problema incombe su coloro che non sono immediatamente tali vittime, e che hanno il tempo, il pericoloso tempo, di dedicarsi al "magico studio della felicità che nessuno elude"... salvo precisamente quelli che piangono e sono perseguitati, quelli che hanno fame e sete, i poveri e i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace, che non hanno nient’altro da fare che gemere senza perdere ogni speranza, perché il Regno dei Cieli gli appartiene.

Gli altri... ah ! gli altri, e cioè voi ed io, quelli che hanno la ricchezza del tempo, della cultura, di un minimo di salute, come sono in pericolo!. "è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Regno dei Cieli": questi ricchi siamo noi, è la prima cosa da sapere e da dire in merito alla felicità. In altre parole, siamo partiti male. Per fortuna che si tratta di arrivare e non di partire: l'operaio dell’ultima ora riceve quanto i primi, il Buon Ladrone è salvato in extremis, chi vuole camminare al seguito di Cristo deve calcolare la spesa per evitare di partir bene ma di non perseverare.

Il magico studio della felicità, per i ricchi, è quello della rinuncia da cui i miserabili sono appunto dispensati. L'amore chiede tutto, ma la misericordia pazienta con la situazione pietosa dei ricchi: il minimo bicchiere d’acqua non resterà senza ricompensa, il più piccolo gesto gratuito porta giù sulla strada del Cielo, anche se l'amore che si accontenta di una goccia d’acqua finisce sempre per divorare tutto.

Ma la rinuncia più crudele richiesta ai ricchi, è appunto quella della sicurezza promessa ai poveri. Ecco perché ho sempre detto che la prima cosa richiesta da Gesù Cristo ai ricchi che siamo, è il coraggio d'aver paura: paura dell’inferno, paura del Purgatorio, paura dell’illusione, paura dell’orgoglio, paura delle tenebre, paura di ferire il cuore di Dio.

Se questa paura diventa morbosa e ossessiva fino a generare il martirio degli scrupoli conosciuto da Teresa, allora smettiamo di colpo di essere ricchi per diventare di quei poveri a cui il Regno è promesso senza condizioni. Ma non abbiamo il diritto di gettarci nella miseria e nella malattia: dobbiamo aver paura con calma, direi anche gioiosamente, perché è la condizione della fiducia straordinaria cantata da Teresa e offerta da Maria fin dall’inizio – questa fiducia va più lontano, è più bella di quella dei poveri: è la fiducia dei ricchi che hanno paura della loro ricchezza, ma che si gettano nella misericordia perché "ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio", e godono di cantarlo in un Alleluia eterno.

Ben pochi, ahimè, accettano di aver paura in questo modo, nella calma e nella gioia. I più vogliono delle assicurazioni, vogliono essere tranquillizzati, vogliono il burro ed i soldi del burro: la ricchezza dei sazi e la sicurezza dei poveri.

Ebbene no, non si può avere tutto, il meglio e il peggio. La sicurezza dei poveri è meno bella, in fin dei conti, meno regale e meno esplosiva dell’insicurezza tremante dei ricchi, che lavorano, gemendo, tutta la vita per divenire alla fine, a forza di lacrime, degli operai dell’ultima ora, e che vogliono in questa corsa appassionata, folle, verso la Beatitudine attraverso le beatitudini, raggiungere il Buon Ladrone, per sentire un giorno con lui: "Questa sera sarai con me in Paradiso".

Allora esplode in loro il Magnificat della Beata Vergine Maria: "Ha guardato l'umiltà della sua serva". Il Magnificat è un inno all’umiltà, come c’è un inno alla carità nella Prima ai Corinti, e un inno alla fede nella Lettera agli Ebrei - l'umiltà dei ricchi che hanno saputo trovare la porta stretta:

L'umiltà non è una saggezza, è una follia.

Non è una debolezza, è una forza terribile.

Non è una prostrazione, è una Resurrezione, la gioia del nulla che esplode nell’infinito, la gioia del ribelle che si dissolve nella dolcezza di Dio.

L'umiltà non è una dolcezza, è una violenza, la più implacabile di tutte le violenze, capace di divorare quella dei potenti. Non è acqua, è fuoco: l'umiltà, in fondo, è Dio... è anche il solo punto in comune fra la creatura e Dio.

Queste verità sono fondamentalmente trinitarie: ogni Persona divina non è che Relazione all’altra, la sua umiltà infinita dissolve implacabilmente ciò che noi chiamiamo affermazione della propria personalità. Ma bisogna soprattutto sperimentarle come Dostoesvkij, Teresa di Gesù Bambino, S. Giovanni della Croce : "Così in basso, così in basso mi abbassai..."

C’è una cattiva violenza che si svilisce e si denigra, e che viene dal demonio: "Sono un essere ignobile, non valgo niente, sono una nullità, un fallito, sono un rifiuto, un essere immondo", etc, etc. tutte formule demoniache che fanno la caricatura dell'umiltà.

La prima formula dell’umiltà, prima di Dostoevskij, l’ho trovata in un romanzo da quattro soldi: "Non si vive veramente, se non quando si prova una sensazione di dissolvimento, per cui ci sembra di non essere più noi stessi, ma di essere interamente versati in un altro".

La scuola migliore sono forse i romanzi rosa che raccontano la stupidità di amare, di vivere per un altro, nel modo delle prostitute che hanno cuore...

Dimenticarsi non per virtù ma per ebbrezza, perché si è gustata la droga dell’amore: Gesù, Maria, Maria Maddalena, la lavanda dei piedi, Nazareth, le follie dei santi non fanno che fruttificarla.

Non c’è un cammino per arrivarci: o si ha questa ebbrezza o non la si ha. Ma quando la si ha, e più la si ha, più si è terrificati dall'orrore di essere abitati anche dall'orgoglio, dalla durezza di cuore e dal demonio, che perseguitano instancabilmente questa umiltà. Allora comincia il combattimento spirituale, le strategie, la saggezza degli Antichi, i consigli della Chiesa, le tradizioni monastiche, l'ascesi quotidiana, etc, etc.

Al termine di questo periplo c’è un oceano di lacrime, che è nello stesso tempo l'Oceano di Dio. Ma all’inizio bisogna almeno piangere una prima volta, come Zampanò alla fine de La Strada.

Non conosco ricetta per i parvenir: "Non è questione di sforzi né di correre, ma che Dio s'intenerisca" (Rm 9, 16). "Perché in questo sta l'amore (dice San Giovanni): non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ci ha dato il suo Figlio" (1Gv 4, 10). Dio dà a ciascuno la Beatitudine anche prima che abbia potuto solo desiderarla o concepirla: non si sceglie di far parte dei perseguitati, di coloro che muoiono di fame e si ritrovano nel cuore delle beatitudini che portano alla Beatitudine. Non si sceglie di piangere: o si piange o non si piange, con lacrime che, troppo umane forse in principio, diventano presto l'inizio della beatitudine delle lacrime. Non si sceglie di essere miti, umili, etc...

Ma si possono rifiutare tutti questi doni, si può rifiutare di essere perseguitati, di aver fame, di piangere, di essere mite: ci si può indurire. è questo il potere terribile della libertà, che faceva così paura a Dostoevskij che il Grande Inquisitore vuole preservare gli uomini da una dignità così temibile, e propone con tutti i tiranni di farne degli alienati, lobotomizzarli, farne degli schiavi.

È vero che questo dono regale ha qualcosa di terribile, perché Dio non rifiuta mai la grazia: siamo noi che, nove volte su dieci, rifiutiamo di accoglierla. C’è qui di che farci paura e darci voglia di diventare degli schiavi, di unirci ai porci soddisfatti per evitare i travagli dei Socrate tormentati.

Ma Dostoevskij ignora il segreto suggerito da Teresa di Gesù Bambino: invece di respingere questa libertà che ci fa, a ragione, così paura, doniamola... gettiamola nell’Oceano della Misericordia. E la misericordia ci dirà (è la grande Rivelazione cristiana che non comprendiamo mai abbastanza): "Sì, tu mi respingi nove volte su dieci, e per questo piango lacrime di sangue, per questo muoio sulla Croce. Ma purché soltanto, purché almeno, una sola volta, una sola piccola volta, tu lasci parlare il tuo cuore! Un secondo di dolcezza, un secondo di disattenzione sfuggito dalla prigione di questo cuore indurito in cui il demonio ti tiene rinchiuso... questo istante basterà alla mia misericordia per riversarvisi e inondarti nella mia tenerezza!

Un secondo di disattenzione, un secondo in cui il nostro orgoglio abbassa la guardia, in cui dimentica di indurirsi - e tutto il Sangue di Cristo ci inghiottirà nella sua Gloria: chiediamolo senza tregua, questo secondo di disattenzione, per noi e per tutti gli altri, con la Chiesa e con Maria, "adesso e nell’ora della nostra morte".

N°29


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