N°3


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Nancy, 15 Agosto 1968

 

Miei cari Amici,

come vi avevo promesso, oggi vi parlerò della confessione, o meglio del sacramento della Penitenza. Solo la prossima volta potrò parlarvi della enciclica Humanae Vitae, capirete perché alla fine della lettera.

Da qualche anno ha visto la luce un’abbondante letteratura sulla confessione. Ne riterrò soprattutto la distinzione di tre tipi di confessione:

a) Quella del convertito, sia che provenga dall’incredulità (malgrado abbia ricevuto il battesimo), sia che abbia abbandonato i sacramenti da parecchi anni;

b) Quella del praticante che ritiene di aver commesso una colpa sufficientemente grave da comportare, forse, la perdita dell'amicizia divina – ciò che lo obbliga a riconciliarsi con Dio prima di fare la comunione;

c) La confessione, detta di devozione, di chi potrebbe comunicarsi anche senza, ma desidera ricevere l'assoluzione, a intervalli più o meno regolari, per essere purificato dalle sue colpe veniali.

 

I

Bisogna capire bene che la confessione per eccellenza è quella del primo tipo: solo in essa si trova manifestato in tutta la sua pienezza il significato profondo del sacramento della Penitenza. Questo non vuol dire, anzi, che le altre due siano prive di interesse (la seconda è anche obbligatoria): ma il loro significato non può essere afferrato che a partire dalla prima, e come una partecipazione allo spirito di quella. In altri termini, per confessarsi "bene" bisogna avvicinarsi il più possibile alla mentalità di un convertito, e questo non attraverso contorsioni psicologiche, ma cercando di comprendere in verità su quale punto, e in che senso, abbiamo bisogno, anche noi, di convertirci.

Il perfetto convertito è colui che ha il cuore spezzato dalla contrizione di cui ho parlato nella lettera precedente. Avevo detto in quell’occasione che questa contrizione richiede una vera iniziazione al di fuori della quale ogni contrizione è necessariamente imperfetta. Anche se si tratta di un grande peccatore o di un incredulo coriaceo che ritorna a Dio dopo molti anni, la sua contrizione resterà molto imperfetta finché non avrà fatto l’esperienza di Maria Maddalena o del Buon Ladrone.

Il ruolo del sacramento della Penitenza è precisamente quello di rendere perfetta la contrizione, ma bisogna capire bene come. Ciò che spezza il cuore, in ultima analisi, è una manifestazione dell’amore di Dio che si verifica non fuori, ma dentro, attraverso l’invasione nel nostro cuore del fuoco divorante della carità. Questo fuoco si scontra con l’indurimento più o meno cosciente provocato in noi dal peccato (come una specie di cisti), e spezza il carapace prodotto da anni di indurimento. Questa rottura violenta sotto la pressione dell’amore costituisce esattamente la contrizione perfetta, la quale provoca normalmente (e si capisce perché) la beatitudine delle lacrime.

Non appena un cuore umano è abitato dalla carità, si può dire che è minacciato dalla contrizione perfetta, anche durante i lunghi anni in cui questa carità resta il più piccolo di tutti i semi e di conseguenza non può ancora frantumare la crosta o il carapace del nostro cuore indurito. In questa situazione la nostra contrizione rimane imperfetta, ma è animata, se siamo fedeli, da un desiderio sempre più profondo della contrizione perfetta, sotto la pressione della carità che cerca di "uscire" dalla prigione che il nostro cuore di pietra rappresenta per lei – esattamente come un pulcino cerca di uscire dall’uovo o come un ascesso cerca di scoppiare: preme sulle pareti, il che corrisponde esattamente all’espressione di S. Paolo "Caritas Dei urget nos", la carità di Dio ci pressa.

Nel caso di un’anima in stato di grazia, questa pressione viene da dentro e non da fuori, essa si esercita come una forza di ringiovanimento sui tessuti sclerotizzati del nostro cuore invecchiato dal peccato. Sempre in questo senso bisogna interpretare la parola dell’Apocalisse: "Ecco, sto alla porta e busso" – non da fuori, ma da dentro, come chi è prigioniero di una nave che ha fatto naufragio bussa alle pareti della stessa perché lo facciano uscire. Questa uscita si compirà con un’immensa lacerazione, che sarà nello stesso tempo una immensa liberazione. Questa è la contrizione perfetta.

Se si tratta invece di un cuore non abitato dalla carità, tutti i richiami e tutte le pressioni che ho appena ricordato si verificano fuori e non dentro (il che peraltro è molto meno doloroso). È l’effetto di tutte le grazie dette "attuali", di tutte le sollecitazioni dello Spirito Santo che invitano un’anima a convertirsi… ed è qui che interviene il ruolo decisivo del sacramento della Penitenza. Anche in questo caso, infatti, i richiami di Dio trovano una complicità importante all’interno, dovuta al carattere battesimale, non cancellato dal peccato. Se il peccatore non fa’ troppo l’orecchio da mercante (ciò che costituirebbe un secondo indurimento, molto più libero e grave del primo), questi richiami genereranno un desiderio di conversione, ancora inefficace, ma che può tuttavia lavorare molto profondamente il cuore di questo battezzato. Anche questo desiderio merita di essere chiamato contrizione imperfetta, ma è chiaro che un abisso la separa dalla contrizione (ancora imperfetta) animata dalla carità, di cui parlavamo poc’anzi.

Nonostante quest’abisso, le due contrizioni imperfette hanno questo in comune: tendono entrambe verso una liberazione che sono incapaci di promuovere. In tutti e due i casi, il passaggio del confine è assicurato dai sacramenti, ma nel primo (contrizione imperfetta abitata), è l’Eucarestia che scatenerà alla fine la beatitudine delle lacrime - nel secondo (desiderio di riconciliarsi con Dio), è normalmente il sacramento della Penitenza che restituisce l’amicizia divina al peccatore incapace di convertirsi veramente da se stesso. In altre parole, è il Sangue di Cristo che, attraverso il sacramento della Penitenza, introduce segretamente nel più profondo dell’anima del peccatore la carità che gli manca e che i suoi desideri (anche soprannaturali) sono incapaci di procurargli. Perché si tratta per lui di passare da uno stato di curvità e di ripiegamento su di sé a uno stato di oblazione - e finché la carità non viene a illuminare il suo cuore come il sole illumina una prigione, anche i desideri più elevati (provenienti ad esempio dalla speranza teologale) restano incapaci di raddrizzarlo e di staccarlo da se stesso. Ecco perché Cristo dice a questi peccatori: Venite a Me nella persona dei miei sacerdoti, lavatevi nel mio Sangue, e ritroverete la giovinezza e cioè la spontaneità sovrabbondante della carità.

Per ben comprendere questa dottrina fondamentale, non bisogna mai dimenticare che:

1) Questa restituzione della carità avviene normalmente a modo di germe, e cioè in un modo molto simile alla fecondazione di un organismo femminile, secondo il paragone costante del Vangelo. È dunque all’inizio il più piccolo di tutti i semi e, non più dell’inoculazione di un virus o della fecondazione di un organismo, non produce nell’immediato nessun effetto sensibile. La psicologia del convertito resta animata apparentemente dallo stesso desiderio di prima, desiderio di una contrizione perfetta che non si produce. Man mano che la carità cresce, questo desiderio sembrerà anche più dolorosamente inefficace di prima: ma è proprio questa sofferenza che tradisce nel cuore la presenza della carità. Il solo cambiamento è che il desiderio di amare Dio si esercita ormai all’interno, e questo cambiamento è psicologicamente impercettibile all’inizio. Quando diventa percepibile, è molto più per aggravare la sofferenza che per calmarla.

2) Non abbiamo nessuna possibilità di conoscere il momento esatto in cui si compie l’infusione della carità. Non è infatti perché questa infusione è legata al sacramento della Penitenza che si compie automaticamente nel momento preciso dell’assoluzione. Essa si compie, in realtà, da una parte non appena il peccatore ha realmente l’intenzione di confessarsi, dall’altra quando egli non oppone nessun ostacolo all’efficacia del sacramento.

Il penitente può quindi essere convertito ben prima di ricevere l'assoluzione – ciò che, beninteso, non lo dispensa dal riceverla, prima di tutto perché non ha nessuna garanzia al riguardo, e poi perché questa conversione rimane procurata dal sacramento della Penitenza, che egli desidera, e un desiderio efficace deve essere eseguito. Può anche essere convertito dopo un certo tempo, anche lungo dalla ricezione del sacramento, se continua malgrado il suo desiderio a porre ostacoli all'invasione della grazia (per esempio non decidendosi a fare un certo sacrificio: ma se malgrado tutto si accosta al sacramento in buona fede, il travaglio interiore che lo ha portato alla confessione continuerà a esercitarsi in modo ancora più potente e otterrà da lui il consenso necessario abbattendo il muro che si opponeva all'invasione della carità).

II

Consideriamo adesso, al lato opposto del nostro ventaglio, la confessione "di devozione". Nella misura in cui comprendiamo la necessità di una frantumazione del nostro cuore di pietra sotto la pressione crescente della carità, non è difficile adottare ad ogni confessione l’atteggiamento di un convertito, perché, in verità, la situazione è la stessa (ho appena spiegato perché). Noi abbiamo bisogno di una liberazione che non è ancora acquisita, lo Spirito Santo geme in noi con gemiti inesprimibili e noi ci avviciniamo sempre di più ai dolori del parto, che si possono anche chiamare, con i Greci, i dolori della seconda nascita o della Risurrezione: l'ora di agonia e di beatitudine in cui daremo alla luce il nostro volto eterno.

Quest’ora può sopraggiungere al momento della morte – o dopo, se non siamo stati abbastanza fedeli e fiduciosi da consentire che l'opera della nostra redenzione si consumasse sulla terra (e allora si compirà nel Purgatorio) – ma può sopraggiungere anche prima, se siamo stati invece abbastanza poveri e assetati da consentire all'amore di Dio di consumarci rapidamente.

Mi si dispenserà di parlare qui delle particolarità psicologiche che si riscontrano nei singoli santi, cioè in coloro che danno alla luce fin da quaggiù il loro volto eterno. Per noi che aspettiamo l'ora della nostra liberazione, la confessione non deve essere nient’altro, in fin dei conti, che la proclamazione di quest’attesa. Non avendo il cuore definitivamente spezzato, soffriamo di non averlo, soffriamo di essere in prigione e di non permettere all'amore trinitario di respirare normalmente in noi. Questa sofferenza è tanto più preziosa e sacra in quanto non è prima di tutto la nostra, ma quella dello Spirito Santo che soffoca nel nostro cuore di pietra. Perciò è normale che cresca man mano che ci avviciniamo al termine: il piccolo seme del Regno, prendendo sempre più posto, manifesta sempre di più l'oppressione e la persecuzione che subisce.

È altrettanto normale, viceversa, che all'inizio della nostra vita spirituale questa sofferenza sia ancora molto discreta, se non impercettibile, dando spazio a tutto il chiasso che fa la nostra psicologia umana (soddisfatta o tormentata, non importa). Questo gemito indicibile è simile, come dice Marcel Proust, alle campane dei conventi, il cui canto si perde, di giorno, nel rumore della città, e che riprendono a suonare nel silenzio della sera. Di conseguenza, forse per molti anni, dovremo accusarci soprattutto di non provare sufficientemente questa sofferenza, di non averne abbastanza fame e sete.

Nell'ipotesi che non abbiamo colpe gravi e precise sulla coscienza (esamineremo subito questo caso), non penso che sia necessario agli occhi di Dio accusare altro nella confessione. Mi rendo conto, dicendo ciò, di andare contro tutto un insegnamento come a numerose abitudini, per cui mi sembra necessario dare qualche spiegazione.

Ciò che conta nel sacramento della Penitenza, come negli altri, è l'azione di Cristo, non la nostra. Quando una madre lava il figlio lo mette nell'acqua e si occupa di tutto: non chiede al bambino altra attività se non quella di lasciarsi fare, di "prestarsi" alle sue operazioni – ciò che i teologi chiamano non mettere ostacoli all'azione del sacramento. Quando si tratta di curare una ferita, l'attività del paziente consiste semplicemente nel mostrare la ferita, nello spogliarsi quanto basta perché il medico possa agire: ma non è necessario che il paziente la guardi, è anzi preferibile che non lo faccia, il che può anche essere impossibile se è fuori della portata del suo sguardo.

Così è per la nostra miseria più profonda, che solo Dio può vedere a suo agio, e che sfugge sempre, più o meno, al nostro sguardo. Ma è certo che possiamo prendere l'abitudine di mostrare questa miseria, di esporla senza vergogna allo sguardo di Dio o, al contrario, di nasconderla più o meno. Il candore con cui la offriamo allo sguardo di Cristo si esprime nell’accusa della confessione.

Quando delle colpe precise e gravi pesano sulla nostra coscienza, è evidente che il candore di cui parlo implica la confessione esplicita e non meno precisa di queste colpe. Ma nel caso che prendo qui in esame, quello del grigiore quotidiano e monotono della nostra mediocrità, il candore molto semplice e quasi muto con cui offriamo questo grigiore allo sguardo e al Sangue di Cristo, ha molta più di importanza di ogni confessione precisa.

Se ci si lascia ipnotizzare da questa o da quella colpa particolare, si rischia anche di snaturare completamente il senso del sacramento della Penitenza e di sostituire un'opera umana all'opera divina. Può essere utile e talora necessario dedicarsi a un esame di coscienza o a una revisione di vita, individualmente o collettivamente. In questo caso bisogna evidentemente essere precisi, individuare i nostri difetti, le nostre buone tendenze e quelle cattive, i mezzi per sviluppare le une e correggere le altre, e prendere di conseguenza le risoluzioni che si impongono. Ma tutto ciò, che lo si faccia o no con l’aiuto di un sacerdote, appartiene alla direzione spirituale, non al sacramento della Penitenza come tale. Nella pratica le due cose possono essere legate, ma è importante distinguerle, per unirle o separarle con agio quando le circostanze lo richiedono (non ci si può sempre confessare, ad esempio, al proprio direttore - e si può chiedere un consiglio, anche a un sacerdote, senza confessarsi). Ribadisco, dunque, che sul piano del sacramento della Penitenza (e nel caso in cui non ci sia una colpa grave) non è richiesto nessun esame di coscienza né confessione di una colpa di dettaglio.

Dico una colpa di dettaglio e non una colpa precisa, perché so bene che ci deve essere materia per l'assoluzione, come dicono i teologi. La "materia" in questione deve essere un peccato preciso, che, se non è mortale, dovrà essere veniale (direbbe il Signor de la Palisse). Un peccato, sì - ma un peccato di dettaglio, no. Perché i peccati più gravi che commettiamo (all'infuori dei peccati mortali) sono i peccati permanenti, molto più che i peccati svariati che si limitano a "monetizzare" e a manifestare in un determinato momento questi peccati permanenti. La confessione più perfetta è quella che accusa questi peccati di dettaglio come l'espressione del peccato permanente che in ogni modo li supera, e di cui si deve soffrire in primo luogo. È quindi perfettamente normale che di tanto in tanto, anzi sempre di più, i peccati di dettaglio perdano rilievo nella nostra coscienza per lasciar posto alla sofferenza sempre più semplice di essere un peccatore, cioè un cuore di pietra che perseguita l'amore con il suo orgoglio e la sua durezza.

 

Obiezione 1: In mancanza di peccati di dettaglio, non bisogna almeno accusare mancanze precise o tendenze precise variabili caso per caso, e mostrare con degli esempi concreti come esse si incarnano?

- Risposta: Ripeto che una tale confessione può essere eccellente come espressione di un peccato permanente più profondo di queste stesse tendenze, e che poi si riduce sempre a opprimere il figlio di Dio deposto in noi dal battesimo. Abbiamo il cuore duro, questa durezza si radica nell'orgoglio, fa di noi degli uomini di poca fede, di poca speranza e di poco amore. Questa è la confessione per eccellenza, quella verso cui dobbiamo tendere man mano che ci semplifichiamo.

 

Obiezione 2: Non si rischia di fare di questa confessione una confessione standard che ci dispensa da una presa di coscienza reale di ciò che confessiamo? Perché questa durezza di cuore si manifesta, ripetiamolo, attraverso atti precisi. La confessione non serve a niente se non è l’occasione per noi di accusarci di tali atti. Quanti sono ciechi, per esempio, nei confronti di un’ingiustizia sociale o anche familiare, o di un'indifferenza inammissibile verso la situazione dolorosa del loro prossimo, e si accontentano di confessare che mancano di amore, senza cercare per niente di fare luce su queste gravi mancanze.

- Risposta: Condivido a tal punto la severità contenuta in quest’obiezione nei confronti di un atteggiamento del genere, che la riservo per lo studio dei peccati gravi che dobbiamo accusare in confessione e nei confronti dei quali possiamo infatti essere ciechi. Ma per il momento faccio l’ipotesi di una coscienza non gravata da tali peccati (ma possiamo mai esserne certi? ancora una domanda che esaminerò fra poco, ma che non rientra nella nostra attuale prospettiva).

Detto questo, se tali ingiustizie sono veniali, dobbiamo certamente cercare di prenderne coscienza - e attraverso di esse della durezza del nostro cuore. Quindi non si tratta quindi assolutamente di proporre una confessione standard, ma di invitare, al contrario, ad una lealtà sempre più grande che, sotto lo sguardo di Dio, condurrà immancabilmente alla semplificazione di cui sto parlando.

 

Obiezione 3: "La Legge e la Grazia" riporta un testo di Newman secondo cui, agli occhi della Chiesa cattolica, tutte le sofferenze del mondo sono meno gravi di un solo peccato veniale deliberato. Non è dunque necessario ricercare con cura tutti i nostri peccati veniali, visto che ognuno di essi ha una tale gravità?

- Risposta: La deliberazione richiesta perché ci sia questa gravità rischia di essere molto grande, più grande perfino che per un peccato mortale: essendo la materia del peccato veniale leggera per definizione, è proprio perché l'uomo non ci mette tutto il suo cuore che questo peccato è veniale.

La maggior parte dei nostri peccati veniali di dettaglio sono dunque molto poco deliberati, o se lo sono, lo sono in virtù di una tendenza permanente deliberatamente accettata: si prende il partito, una volta per tutte, di non resistere a certe tentazioni in materia leggera. Se una tale accettazione fosse pienamente deliberata, ed escludesse ogni dispiacere nei confronti dei disordini che essa provoca, mi sembra che rasenterebbe ben presto il peccato mortale, perché si avvicinerebbe pericolosamente al disprezzo della volontà divina.

Di conseguenza, nella misura in cui soffriamo sinceramente di non essere più perfetti e cerchiamo lealmente di fare meglio (e anche di vederci più chiaro), noi evitiamo la deliberazione presa in considerazione da Newman. I nostri peccati veniali diventano il frutto, molto più che la causa, della nostra condizione miserabile – la sola causa profonda restando la durezza del nostro cuore, che detestiamo sempre di più man mano che ne prendiamo coscienza. È normale che la confessione rifletta questa semplificazione legata alla profondità, analoga a quella degli uomini di genio al termine della loro vita. Bisogna soltanto vigilare che le nostre confessioni siano un riflesso fedele della nostra anima, che non ritardino questa semplificazione rimanendo impigliate nell’esterno del bicchiere e del piatto, e che non tentino neppure di anticiparla, imitandola pigramente con l’aiuto di una confessione standard.

 

Obiezione 4: Non tutti i sacerdoti accettano lo stile di confessione che propongo. Come ci si deve comportare in questo caso?

- Risposta: Certo, bisogna cercare di incarnare la confessione del peccato permanente nella confessione di un peccato particolare o di una tendenza particolare, facendo appello all'occorrenza ai peccati della vita passata. Bisogna accettare allora che ci sia una certa sfasatura tra ciò che diciamo a Cristo attraverso il sacerdote, e ciò che diciamo al sacerdote stesso: ma questa sfasatura deve sempre subordinare ciò che diciamo al sacerdote in quanto uomo a ciò che diciamo a Cristo. Noi forniamo delle precisazioni che non sarebbe necessario fornire a un sacerdote più comprensivo: ma queste precisazioni si riferiscono sempre alla confessione fondamentale della nostra durezza di cuore. Se invece incontriamo un confessore più comprensivo, dobbiamo cercare di fargli sentire ciò di cui soffriamo veramente nella nostra vita: se siamo fedeli allo Spirito Santo, sarà necessariamente, e sempre di più, di resistere alla dolcezza di Dio che abita in noi e chiede di aprirGli la porta (come si chiedeva una volta ai portinai).

Ci sarebbe da parlare degli scrupolosi, ma non potrò farlo che dopo aver preso in considerazione la confessione dei praticanti in stato di peccato mortale... o che temono con ragione di esserlo.

III

Per riflettere come si conviene su quest’ultimo caso, bisogna farsi prima di tutto un'idea corretta del peccato mortale – il che non è facile. Mi ricordo di una catechista che insegnava a distinguere tra il furto di un'arancia e la rottura di un vetro: il primo atto sarebbe un peccato veniale, perché un'arancia non costa molto; il secondo, invece, un peccato mortale, per il valore del vetro... concezione che rischia di far dipendere il peccato mortale dalle fluttuazioni della Borsa.

Basti questa semplice osservazione per scusarmi di non trattare a fondo tutte queste questioni: non potrò farlo che dopo il testo sulla Redenzione, in un testo ulteriore. Per il momento diciamo a grandi linee che il peccato mortale è un atto con il quale adottiamo un idolo, e cioè amiamo al di sopra di ogni cosa un bene diverso dal Dio della grazia. Il fine ultimo della nostra vita ne risulta allora cambiato, poiché subordiniamo tutto a quest’idolo e non più al Bene divino. Questo cambiamento di rotta è puramente spirituale, dunque invisibile in se stesso: non possiamo osservarlo che indirettamente attraverso i suoi effetti – mai, di conseguenza con una certezza assoluta (del tipo due più due fa quattro).

Tuttavia si può spesso avere a questo proposito una certezza praticamente totale. Non appena un uomo acconsente, infatti, a provocare con i suoi atti dei disordini gravi (crimini, tradimenti, ipocrisia malevola e duratura, ingiustizia flagrante che procura agli altri gravi danni ecc.) si può indurre da questi atti esteriori, che hanno una "materia grave", che l'autore di queste azioni ha cessato volontariamente di sottostare alla legge divina. Ma si tratta di un’osservazione indiretta: non abbiamo l'evidenza immediata del moto spirituale intimo in cui consiste esattamente il peccato mortale... non di più quando si tratta di noi che di quando si tratta degli altri.

Se il peccato mortale ha per oggetto disordini anch’essi spirituali, come la bestemmia o il rifiuto di amare Dio, o il rifiuto di sperare, o il rifiuto di amare veramente il prossimo, l'osservazione è ancora più difficile. Può anche accadere, in seguito ad ignoranza, o a turbe psichiche più o meno gravi che viziano il giudizio morale, o semplicemente a un grande squilibrio nervoso, che ci sia una notevole sfasatura tra l'atto esteriore e il moto invisibile dell'anima. È particolarmente probabile in certi suicidi, ma può accadere anche in molte altre occasioni. Non si è dunque quasi mai completamente certi di essere in stato di grazia, o di non esserlo... il che non esclude, però, il presentimento profondo, che viene dello Spirito Santo, di essere figli di Dio – o, al contrario, la quasi certezza (relativamente calma, se è oggettiva) di aver rotto con l'amicizia divina. Nel primo caso ci si comunicherà senza inquietudine, e se ci si confessa, sarà nello spirito che ho già analizzato (quello della confessione di devozione). Nel secondo caso, invece, una quasi-evidenza interiore ci proibirà di accostarci all'Eucarestia senza confessione.

Rimangono i casi intermedi, nei quali peccati di materia più o meno grave non riescono a darci l'evidenza pratica di aver perso o meno l'amicizia divina. In un campo così mobile, non saprei dare delle direttive assolute. Propongo tuttavia due principi (complementari l’uno all'altro) ad uso di coloro che hanno veramente fame e sete della giustizia soprannaturale (vedi i sette punti):

1) Non appena abbiamo il fondato timore di aver peccato in materia grave, non bisogna cercare di sapere, con l'introspezione, se abbiamo perso lo stato di grazia. Bisogna rimettersi alla giustizia e alla misericordia di Dio, e di conseguenza confessarsi il più presto possibile – non per scrupolo, ma per umiltà, per proclamare che non vogliamo giustificarci da soli, ma che vogliamo essere giustificati dal Sangue di Cristo.

2) Non appena abbiamo l'intenzione ferma e retta di confessarci il più presto possibile, dobbiamo confidare di ritrovare subito lo stato di grazia. Di conseguenza, se c'è un ostacolo serio (fisico o morale) che ci impedisce di ricevere immediatamente il sacramento della Penitenza, non dobbiamo esitare a comunicarci (quest’ultimo punto non è valido che nella misura in cui l'asse abituale della nostra vita è l'amore di Dio sopra ogni cosa).

Mi è difficile dire di più per il momento. Sono consapevole che l'atteggiamento proposto in queste pagine è estremamente soprannaturale e, di conseguenza, esigente. Richiede una luce abbastanza grande, non solo per essere praticato, ma anche per essere compreso (è, del resto, molto difficile non praticarlo quando lo si comprende). Nonostante tutto, rimango persuaso che quest’atteggiamento sia accessibile ai peccatori, in particolare a quelli che il gergo dei teologi chiama "abitudinari"..., coloro, cioè, che sono schiavi di un qualche vizio, pur avendo il desiderio efficace e permanente di amare Dio. Tali penitenti sono la croce dei confessori: è nel loro caso, infatti, che regna la più grande oscurità, e di conseguenza il più grande dubbio, sullo stato interiore della loro anima. È estremamente difficile, e in certi casi praticamente impossibile, capire se, nelle profondità della loro libertà, tali peccatori abbiano preso il partito di non resistere (o resistere molto poco) alle loro tentazioni, pur avendo la certezza intima e segreta di ubbidire così alla loro volontà propria piuttosto che a quella di Dio – o se, invece, essa accusi con tutte le sue forze le colpe che non riesce a evitare e di cui soffre profondamente, non per scrupolo, ma veramente per amore di Dio – o se, infine, la loro intelligenza è convinta in tutta lealtà che le loro colpe non siano poi così gravi.

In un tale vespaio, ripeto che non vedo altra soluzione che l'umiltà totale e la fiducia totale: non scusarsi da se stessi, rimettersi alla misericordia di Dio così come alla scienza di Dio che sa in quale misura siamo colpevoli... e soprattutto chiedere la grazia di un desiderio sempre più ardente di non peccare più, anche se, apparentemente, questo desiderio rimarrà a lungo inefficace: è la parabola del piccolo piede che Teresa del Bambino Gesù alzava instancabilmente per salire la scala della perfezione... pur sapendo molto bene che da sola non sarebbe riuscita a salire il primo gradino, e questo forse per lunghi anni – fino al giorno in cui Dio stesso ci fa salire in un istante non un gradino ma tutta la scala.

Quest’atteggiamento di una straordinaria purezza teologale è certamente accessibile alle creature più miserabili, prigioniere dell'eredità o delle loro abitudini passate. Ecco il paradosso che lo rende tanto più difficile da comprendere, in quanto non esige niente ed esige tutto: non esige che siamo dei santi, ed esige lo stesso genere d’amore che i santi offrono a Dio, è assolutamente incompatibile con la benché minima tiepidezza come pure con le numerose eresie spirituali che nutrono più o meno l’orgoglio (pelagianesimo, giansenismo, quietismo, ecc.). È anche incompatibile con gli scrupoli, salvo nella misura in cui gli scrupoli stessi diventano una specie di vizio detestato dalla volontà e da essa sopportato pazientemente, come ogni altro vizio contro cui bisogna lottare senza mai scoraggiarsi.

È in questa luce che si può comprendere la misericordia del Curato d’Ars nei confronti della peccatrice patentata che una dama devota aveva condotto tutta tremante al suo confessionale... e la severità dello stesso Curato d’Ars nei confronti della suddetta dama – comportamento sconcertante che pure richiama la parola di Cristo: i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno dei Cieli. Lewis spiega molto bene questo paradosso, che in realtà non è tale.

Ma devo ammettere che si tratta di una grande luce, difficilmente accessibile ai giusti come ai peccatori, e rispetto alla quale bisogna "diffidare delle imitazioni". Tuttavia nella misura in cui persone esigenti cercano lealmente una soluzione vera ai loro problemi, quella che propongo qui è tanto più inevitabile, quanto più opprimenti e ingarbugliati sono i problemi in questione. Penso in particolare che il problema della contraccezione, che solleva in questo momento un tale polverone, resta insolubile finché gli sposi non accetteranno di considerarsi seriamente come peccatori e abitudinari... rifiuto che mi sembra gravemente farisaico, e che chiude loro la porta alla misericordia infinita che Dio vorrebbe riversare su di loro. Mi manca lo spazio per sviluppare come si dovrebbe questo argomento scottante, che sarà beninteso l’oggetto della mia prossima lettera... il che mi dispensa per oggi di affrontare i problemi della Chiesa, essendo quello della contraccezione uno di essi, e dei più gravi.

Ci tengo però a dire subito che capisco la perplessità, lo sconcerto e anche la sofferenza provocata in alcuni di voi dall'enciclica Humanae Vitae. I problemi che solleva sono infatti così gravi che ci invitano, anzi ci costringono, se non vogliamo in pratica abbandonare la Chiesa e di conseguenza Cristo, a cercare di comprendere l'atteggiamento singolarmente puro, umile e liberatore che ho appena tratteggiato. In ogni modo, per ogni essere umano, deve venire il giorno in cui sarà questo o la rivolta eterna. È meglio allora allenarsi il più presto possibile a prostrarsi senza condizioni alla tenerezza incomprensibile e lacerante di Dio.

Ed è a questo che chiedo alla Madonna di portarci tutti.

Fr. M.D. Molinié, o.p.

N°3


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