N°30


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Cari Amici,

Un giorno, a Lourdes, una donna ha avuto l'idea di esibire un cartello: "Signore Gesù, guariscici dall'alcolismo". Non era un’alcolista ma voleva solidarizzare con loro con quella preghiera pubblica, riconoscendo peraltro che quel cartello era moralmente pesante da portare. Le dicevano: "Come, caduta così in basso! è inconcepibile, sono costernato!" Lei rispondeva gravemente, quasi aggressiva: "Può capitare a tutti!"

Questo genio della carità mi ha fatto ricordare gli alcolisti anonimi, che ho conosciuto grazie al libro di Kessel. Sono nati in America. La loro grande idea si situa un po’ nella prospettiva di quel grido: "Signore Gesù, guariscici dall'alcolismo!". Per entrare nell’associazione degli alcolisti anonimi, bisogna conoscere infatti una vera discesa all’inferno: è il prezzo da pagare, il biglietto d’ingresso in qualche modo. Questi uomini e queste donne sono caduti nella trappola dell'alcool, hanno cercato di uscirne, si sono ripresi più volte, hanno creduto di esserne fuori una volta, due volte, dieci volte... ed è stata come una cappa di piombo, una maledizione che si abbatteva su di loro.

In questa disperazione hanno incontrato gli alcolisti anonimi. Uno di loro spiega che cos’è un alcolista, in termini che rientrano nel determinismo o nella predestinazione. Essere alcolisti è un’allergia: si è alcolisti come si è miopi o zoppi: "Anche se non bevete, siete degli alcolisti. Semplicemente, siete alcolisti che non bevono. Gli altri possono bere e ubriacarsi ma non sono alcolisti, è un’altra cosa".

Questo quadro può sembrare fosco, ma c’è del vero. L'alcolista è un paria che, a differenza delle persone normali, non può bere un bicchiere. La trappola che gli si presenta in capo a sei mesi o a un anno, è quella appunto di bere un solo bicchiere... Non se lo può permettere: se ha la disgrazia di toccarlo, cade in una spirale infernale da cui non può più uscire.

Gli alcolisti anonimi questo lo sanno molto bene. La prima cosa che insegnano al neofita, è a non bere per ventiquattro ore, con l'aiuto dei fratelli: "Ti aiuteremo, perché non puoi uscirne da solo!". Questa è una delle loro scoperte fondamentali: non se ne esce da soli, non è possibile, bisogna essere sostenuti da altri, da quei fratelli che hanno una particolarità molto profonda su cui torneremo.

"Se ti viene voglia di bere, se sei in crisi, telefona". Sanno a chi: può essere un barbone, un operaio, un primo ministro o un artista famoso. Viene subito, chiunque sia: è questa la fraternità degli alcolisti anonimi. Se non può venire, dice: "Chiama questo o quest’altro"... qualcuno lo si trova sempre. L'atteggiamento è sempre lo stesso: lasciano tutto per raggiungere il fratello in pericolo, per aiutarlo a passare ventiquattro ore senza bere.

Voi direte "è poco!". Ma, al termine delle ventiquattro ore, li si aiuta a non bere di nuovo per ventiquattro ore, e così di seguito. "Domani berrai, offre la ditta. Ma nel presente, nel concreto, per ventiquattro ore, tu non bevi, a nessun costo". Di giorno in giorno può andare fino alla morte...

C’è già qui una lezione di vita spirituale: tener duro ventiquattro ore davanti alla tentazione. L'immaginazione si dice: "Non potrò tener duro per un anno e neanche per un mese, non è possibile". Ma ventiquattro ore, con l’aiuto dei fratelli, si può. E queste ventiquattro ore sono indefinitamente rinnovabili...

Ma l’avventura comincia quando l’alcolista accetta, all’estremo della sua disperazione, di entrare nell’associazione. La prima cosa che fa è ascoltare le altrui testimonianze, e dare la sua: "Mi presento, sono un alcolista". Può essere chiunque, dall’alto al basso della scala sociale. Questa confessione molto semplice ha un potere di liberazione straordinario, è questo che fonda la fraternità. Sono degli alcolisti e dei disperati che non hanno paura di dirlo, anche se non hanno bevuto un bicchiere da dieci anni: "Sono un alcolista che da dieci anni, e per ventiquattr’ore sempre rinnovabili, non ha bevuto: ma sono un alcolista".

Sanno che questo vuol dire essere virtualmente un relitto da raccogliere sul marciapiede in preda al delirium tremens, un avanzo che non ha più volto umano (Sono verme, non uomo), hanno sperimentato questa decadenza e accettano di dirlo: "Ecco ciò che sono. Primo Ministro o artista di genio, è un’apparenza: in realtà sono un alcolista, è la mia definizione".

Questa confessione è un detonatore straordinario e costituisce la base di una fraternità, la massoneria di quelli che non hanno paura di dirlo umilmente, poveramente, con l'audacia e la violenza del cartello di cui parlavo all’inizio. Tra alcolisti che si riconoscono tali, ci si ama con l'amore particolare dei primi cristiani... ed effettivamente si convertono quasi tutti.

È allo stesso tempo molto bello, molto impressionante e molto temibile. Perché, per fare questa confessione, bisogna passare per qualcosa che assomiglia un po’ alla notte oscura di San Giovanni della Croce: "Ho toccato il fondo della disperazione, della follia e quasi della morte... e ho trovato una liberazione, una fraternità, una gioia e un "guardate come si amano". Ma il prezzo è alto.

Ora c’è qualcosa, agli occhi della Chiesa cattolica, di molto più grave dell'alcolismo: l'orgoglio. Perché non possiamo presentarci gli uni agli altri dicendo: "Sono orgoglioso – o: sono peccatore (è lo stesso) - aiutatemi a non esserlo per ventiquattro ore"? Che cosa ci impedisce di farlo?

Immaginiamo un cartello da esibire a Lourdes: "Signore Gesù, liberami dall'orgoglio". Non sarebbe pesante da portare; tutti approverebbero: "Che umiltà !". Avrebbero ammirazione, invece dello spavento e della commiserazione che si ha di fronte a un cartello con su scritto: "Sono un alcolista". Non fa per niente lo stesso effetto, perché si trova normale essere orgogliosi: tutti sono orgogliosi!

È vero, tutti sono orgogliosi, ma questo non vuol dire che sia normale, è qui che siamo ciechi. Che la confessione dell’orgoglio possa essere così poco onerosa, mentre quella dell'alcolismo è così terribile, non è affatto normale. Allo stesso modo, se una donna dice "Sono una prostituta" è una vergogna, anche se si comporta bene. L'orgoglio invece non è grave: teoricamente è grave, praticamente no, perché non è vergognoso! L'orgoglioso non si vergogna di dire: "Sono orgoglioso".

La dottrina della Chiesa è però molto chiara. L'alcolismo è una malattia che porta alla morte, essa comporta certamente un decadimento psichico, ma non uccide che il corpo. L'orgoglio invece è la morte dell'anima, che di per sé è eterna. Allora faccio la domanda: perché la sua confessione non fa lo stesso effetto? Perché ci si può permettere di dire: "Sono orgoglioso", senza che sia drammatico? Perché non è umiliante e allora ce ne infischiamo.

Questo si chiama: il mistero delle tenebre. Il vantaggio degli alcolisti sugli orgogliosi è di essere usciti dalle tenebre, per lo meno per quanto riguarda l'alcool: sono nella disperazione, non sono nelle tenebre. Sanno cosa vuol dire l’alcool, la follia e la morte che li attende al varco: l'orgoglioso non lo sa. Mortalmente o venialmente orgoglioso non lo sa, è nelle tenebre.

Solo una discesa all’inferno può farci uscire dalle tenebre che presentano l'orgoglio come banale e non poi così grave. La preghiera della sera della mia infanzia diceva: "Fonte eterna di Luce, Spirito Santo, dissipate le tenebre che mi nascondono la bruttezza e la malizia del peccato. Fatemene concepire, o mio Dio, un orrore così grande, da odiarlo, se è possibile, come voi lo odiate, e da non temere nulla di più che di commetterlo in avvenire".

Essendo l'orgoglio il peccato per eccellenza, si può trasporre: "Fonte eterna di Luce, Spirito Santo, dissipate le tenebre che mi nascondono la bruttezza e la malizia dell'orgoglio (del mio piccolo o del mio grande orgoglio), fatemene concepire un orrore così grande, o mio Dio, da odiarlo, se è possibile, come voi lo odiate".

Riprenderei questa preghiera aggiungendo: "Dissipate le tenebre che mi nascondono il pericolo della libertà". Perché l'orgoglio è libero, non è un determinismo, è una libertà che gioca le sue carte e non cambia – non a causa della chimica o dei cromosomi, ma a causa della stessa libertà: una volta che la libertà ha deciso, non cambia facilmente.

È molto bello quando la scelta è buona, ma resta vero anche per la libertà che sceglie l'orgoglio: non cambia facilmente, anche se è un orgoglio mitigato (come quello di Pietro prima del tradimento). Ci vuole una discesa all’inferno per demolire la presunzione denunciata da Teresa di Gesù Bambino, e con lei da tutti i Padri della Chiesa. Teresa non era nelle tenebre che nascondono la bruttezza e la malizia dell’orgoglio ma le intuiva, quando diceva a Maria della Trinità: "Tema l'orgoglio come il fuoco!"

Si vorrebbe allora fondare il club degli "orgogliosi anonimi", senza pensare
che esiste da tempo nella Chiesa: la vita monastica. L'abito religioso è il cartello che dice: "Sono orgoglioso". Questo abito di penitenza significa: "Sono peggio degli altri, Signore Gesù, guariscimi!". In questa fraternità ciascuno si presenta dicendo: "Aiutatemi per ventiquattro ore a lottare contro il mio orgoglio". Dovrebbe risultarne un "Guardate come si amano" fondato su questa confessione...

Purtroppo non succede, ed è per questo che non ci si accorge molto dell’esistenza degli orgogliosi anonimi. Si nascondono nei conventi, non li si nota, sono persi nella massa di coloro che non sono entrati in questo club, il cui ingresso costa caro come quello degli alcolisti: per dire: "Sono orgoglioso" in un certo modo, con una certa musica, che è il dono delle lacrime, bisogna scendere all’inferno... e molti ricalcitrano contro il pungolo. Gli orgogliosi dei conventi non sono sufficientemente coscienti, le tenebre nascondono loro la malizia e la bruttezza dell’orgoglio, la loro confessione non è abbastanza profonda.

Allora, per quelli che fanno parte di questa fraternità nascosta, dovrebbe essere il Cielo ed è il Purgatorio. L'amore costa caro, bisogna aspettare degli anni prima che un fratello risponda all’appello: tendono la mano, tendono il loro cuore, e gli altri non rispondono. "Non condannate e non sarete condannati, perdonate e vi sarà perdonato..." Ma per perdonare bisogna essere in due, quello che chiede perdono e quello che perdona. Ne risulta una sofferenza specifica, quella di scontrarsi con un muro. Non vi dicono: "mi rifiuto", ma: "parliamo d’altro"... o: "io ho torto, ma anche lei !" Non si vuole cantare il dialogo del perdono reciproco.

Quando Gesù ci chiede di portare la Croce, si tratta innanzi tutto di questa sofferenza. Non si possono avere tutte le sofferenze, tutti i supplizi e tutte le malattie; ma alla sofferenza di non poter giocare al gioco del perdono, non sfugge nessun membro del "club". Perché nessuno vuol dialogare con loro, a parte qualche folle. Chi vuole seguire Gesù Cristo non scapperà a questa croce, è nel programma. Se non siete disposti a subirla continuando a perdonare, e a chiedere perdono, dal profondo del cuore senza che vi rispondano, non cercate di seguire Gesù...

Ma se qualcuno disposto a giocare a questo gioco incontra un fratello disposto a giocare ad esso pure lui, cosa succede? Si faranno male, evidentemente, è la vita: Gesù ha fatto soffrire la Madonna, "perché ci hai fatto questo?", Maria non ha sempre compreso. Dunque si fanno male, ma sono disposti a giocare al gioco del perdono, e allora è il Cielo, "guardate come si amano!"

Ritorno alla domanda: perché una tale differenza tra "sono un alcolista" e "sono orgoglioso"? Perché la prima confessione produce un "crash" metafisico, una deflagrazione terrificante - e il secondo sembra così banale? Che accecamento ci vuole per non provare di fronte al nostro orgoglio lo stesso tremore che di fronte al bicchiere capace di trascinarci nella spirale della follia e della morte! Perché? Sì, perché?

Amico lettore, dimentica che ho suggerito la risposta: non c’è niente di più pericoloso delle risposte, si mettono in un cassetto e si rimane tranquilli. Ritorna alla domanda, perché la risposta divenga la tua risposta, e lo Spirito Santo ti sveli concretamente cosa c’è di abominevole nell'orgoglio. È questo che molti non capiscono, anche e soprattutto tra i mistici, gli uomini d'azione, i monaci, i carismatici, le anime d'orazione: il prezzo da pagare per gustare la dolcezza dell’amore di Dio, è questo orrore...

Gli alcolisti anonimi escono dall'inferno e conoscono una specie di Paradiso. Gli orgogliosi anonimi conoscerebbero anche loro, loro soprattutto, un Paradiso: ma non lo si può scoprire che alla fine della notte, al termine della discesa nell’inferno del nostro proprio orgoglio.

Gli orgogliosi anonimi saprebbero che nove delle dieci difficoltà in cui sono invischiati sparirebbero se fossero umili - e che la decima sarebbe trasfigurata a immagine di Gesù Bambino o del Cristo in Croce... per non parlare del Cristo in Gloria.

Gli orgogliosi anonimi non cercherebbero di essere umili: riconoscerebbero semplicemente, nei gemiti inesprimibili dello Spirito Santo, che sono orgogliosi... permettendo così a Dio di renderli umili a loro insaputa.

Gli orgogliosi anonimi ricorrerebbero a un sacerdote appartenente, se possibile, agli orgogliosi anonimi per aiutarli, come strumento dello Spirito Santo, a subire la sua azione, quando opera un’anima per toglierle le sue tenebre. È una operazione a cuore aperto, estremamente onerosa, ma "il Cielo ne è il premio!"

Gli orgogliosi anonimi prenderebbero come patrone la Vergine Maria e Teresa di Gesù Bambino, le cui intuizioni offrono un’anticipazione del Cielo prima della purificazione che bisogna subire. Quando si è avvertito il profumo del Cielo, questo cambia molte cose. San Giovanni della Croce dice che le estasi possono fomentare l'orgoglio: la luce di Teresa, no. Con, o meglio, senza estasi, quando si è saputa accogliere questa Luce, non c’è che da esserle fedeli, attraverso molte peripezie e tribolazioni certo... ma che importa!

Non è nuovo: la Chiesa l'ha sempre saputo, San Paolo e Sant’Agostino l'hanno detto, ma non hanno ricevuto il carisma di dirlo in quel modo. Se Agostino fosse stato messo di fronte a Teresa, avrebbe confessato: "È esattamente quello che ho voluto dire, specialmente nelle mie discussioni sulla grazia con i pelagiani, ma lei ha avuto il genio di dirlo meglio di me".

La verità di Teresa di Gesù Bambino è quella della Chiesa, ma questa verità è così difficile comprenderla bene che i Padri, Teresa e i maestri spirituali non sono stati importuni nel denunciare il peccato di Pietro: "Questo povero San Pietro, se avesse detto "Gesù, guariscimi dal mio orgoglio", se non fosse stato accecato dalle tenebre che gli nascondevano la bruttezza e la malizia dell’orgoglio, non avrebbe tradito Gesù".

Teresa lo dice chiaro e tondo. Allora, a tutti i suoi titoli di gloria, aggiungiamo quello di patrona degli orgogliosi anonimi, e invochiamola in questo senso quando adoreremo Gesù Bambino a Natale!

Avvento 1993

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

P.S.- questa lettera è il frutto di una conferenza a delle contemplative di cui potete richiedere la registrazione.

N°30


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