N°31


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Nancy, 27 Giugno 1994

Miei cari Amici,

Un professore di teologia di un’Università romana mi ha suggerito di farvi conoscere un documento piuttosto singolare.

È un testo che ha ricevuto l'Imprimatur del vicario generale di Roma ed è stato dichiarato conforme alla "sana teologia e al Vangelo". La Gerarchia non può farsi garante della sua origine, e non lo posso fare neanch’io, ma il summenzionato professore ritiene che sia stato comunque scritto sotto illuminazione profetica e con l'assistenza dello Spirito Santo.

Da questo punto di vista si può ben dire che viene dall’aldilà. Quale aldilà? A ciascuno di giudicarne liberamente: è una questione importante, ma non la più importante, che riguarda l'assistenza dello Spirito Santo che, come ho già detto, qui sembra certa.

Vi comunico il testo così com’è, senza commento. Sono responsabile della traduzione: ho modificato leggermente lo stile, in nessun modo la dottrina. Io per primo mi sono sorpreso della coincidenza fra questa dottrina e la teologia tomista, le intuizioni di Teresa di Gesù Bambino... e le mie.

In una lettera successiva risponderò alle vostre domande su questo documento, se saranno capaci di ispirarmi la risposta giusta.

Giunga a tutti la mia fraterna benedizione

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

 

UNA LETTERA DALL’ALTRO MONDO

 

IMPRIMATUR

E Vicariatu Urbi, die 9-lV-1952

Aloisius Traglia

Archiep. us Caesarien. Vicesgerens

Ex parte Ordinis nihil obstat quominus imprimatur.

Romae, 2 nov. 1952

FR. BENIGNUS A S. ILARIO M. Min. Gen. O. F. M. Cap.

 

 

 

Fra le carte di una giovane, morta in un convento, è stato trovato il seguente manoscritto. Esaminato e munito dell'imprimatur, lo si dichiara conforme alla sana Teologia e al Vangelo.

 

 

Avevo un’amica. Ci eravamo conosciute a ***, dove lavoravamo nella stessa azienda.

Poi Annette si sposò e non la vidi più.

Nell’autunno del 1937 ero in vacanza sul lago di Garda. Mia madre mi scrisse verso la fine di settembre: "Pensa! Annette N. è morta! È stato un incidente automobilistico. L’hanno sepolta ieri al "Waldfriedhof (Cimitero del bosco)".

Questa notizia mi allarmò moltissimo. Sapevo che Annette non era mai stata molto cristiana. Era pronta a comparire davanti a Dio, che la chiamava così all’improvviso?

Il mattino dopo, nella cappella delle suore che mi ospitavano, partecipai a una Messa in suo suffragio, pregai con fervore per la pace della sua anima e mi comunicai con quella intenzione.

Per tutto il giorno provai un certo malessere che si andò acuendo in serata.

Dormii un sonno agitato finché non fui svegliata come da qualcuno che bussa energicamente alla porta. Accesi la luce. L'orologio sul comodino segnava mezzanotte e dieci. Non vidi nessuno. Non si sentiva nessun rumore nella casa. Fuori si sentivano solo le onde del lago frangersi monotone sul muro di cinta del giardino. Non c’era un alito di vento.

Ero incerta se alzarmi o no, ma poi mi dissi decisa: "Sono solo fantasie, sarò rimasta turbata da quella morte". Mi voltai dall’altra parte, recitai qualche Pater per le anime del Purgatorio e mi riaddormentai. E feci un sogno.

In questo sogno mi alzavo verso le sei del mattino per scendere in cappella.

Nell’aprire la porta della mia camera vidi a terra dei fogli. Li raccolsi e riconobbi la scrittura di Annette. Mi scappò un grido. Tenevo i fogli in mano e tremavo. Mi sentivo incapace di dire un "Pater", mi sentivo soffocare. Corsi fuori, sistemandomi i capelli come potevo, misi la lettera nella borsetta e lasciai la casa. Presi il sentiero che, di là dallo stradale (la famosa "Gardesana"), si inerpica tra gli ulivi, i parchi delle ville e i cespugli di alloro.

Il mattino era luminoso. Di solito, ogni cento passi, mi estasiavo davanti alla magnifica vista del lago e dell’isola di Garda, bella come una favola. L’azzurro profondo dell’acqua mi ricreava e m’incantava la vista del monte Baldo che, dall’altra parte del lago, si eleva lentamente da 64 metri sul livello del mare fino a oltre i 2200.

Quella volta, invece, non degnavo tutto questo di uno sguardo. Dopo un quarto d'ora di cammino, mi lasciai cadere meccanicamente su una panca posta tra due cipressi, proprio là dove il giorno prima avevo letto con tanto piacere la "Jungfer Therese" di Federer.

Presi la lettera.

Riporto qui questo scritto dall’altro mondo, parola per parola, così come l’ho letto.

 

 

"Clara, non pregare per me! Sono dannata. Se te lo faccio sapere e te ne parlo a lungo, non credere che sia per amicizia. Qui non amiamo nessuno. Lo faccio contro voglia, come "parte di quella potenza che vuole sempre il Male e opera il Bene".

In realtà vorrei vedere anche te finire in questo stato, dove io ho ormai gettato l'ancora per sempre.

Non offenderti se te lo dico. Qui la pensiamo tutti allo stesso modo. La nostra volontà è impietrita nel male – proprio ciò che voi chiamate "il male". Anche quando facciamo qualcosa di "buono", come io adesso che ti apro gli occhi sull'inferno, non lo facciamo con un’intenzione buona.

Come ricordi ci siamo conosciute quattro anni fa a ***? Tu avevi 23 anni ed eri già lì da sei mesi quando arrivai. Mi hai tolto da qualche impiccio; ero una principiante e tu mi desti dei "buoni" consigli. Ma cosa vuol dire "buono"?

Io lodavo il tuo "amore del prossimo". Ridicolo! Il tuo venirmi in aiuto era pura vanità, e già allora lo sospettavo. Qui non riconosciamo niente di buono. In nessuno.

Il tempo della mia giovinezza lo conosci. Colmo qui alcune lacune. Non sono stata "desiderata", e non avrei neanche dovuto esistere: sono stata "un incidente". Le mie due sorelle avevano 14 e 15 anni quando vidi la luce.

Se almeno non fossi mai esistita! Se potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà potrebbe uguagliare quella con cui lascerei la mia esistenza, come un vestito di cenere che si perde nel nulla.

Ma io devo esistere. Devo esistere come mi sono fatta io stessa: con un’esistenza fallita.

Quando papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città, nessuno dei due aveva più contatti con la Chiesa, frequentavano solo "lontani": tanto meglio!. Si erano conosciuti a una serata danzante e sei mesi dopo "dovettero" sposarsi.

Nella cerimonia nuziale rimase loro attaccata tanta acqua santa che la mamma si mise ad andare a Messa due volte all’anno. Ma non mi ha mai insegnato a pregare veramente: anche se non eravamo in cattive condizioni viveva immersa nelle preoccupazioni materiali .

Le parole pregare, messa, acqua benedetta, chiesa, le scrivo con una ripugnanza interiore senza pari. Ho orrore di tutto questo, come ho orrore di tutti quelli che vanno in chiesa e in generale di tutti gli uomini e di tutti gli esseri. Qui tutto ci tormenta. Ogni conoscenza ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o conosciute è per noi un fuoco divorante.

E tutti i nostri ricordi manifestano la grazia che abbiamo disprezzato. Che tormento! Noi non mangiamo, non dormiamo, non camminiamo materialmente. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti "con pianto e stridore di denti" la vita che abbiamo sprecato: pieni di odio nel tormento!

Capisci? Qui beviamo l’odio come acqua. Anche quello tra di noi.

Ma più di ogni altra cosa noi odiamo Dio.

Su questo ti devo dei chiarimenti.

I beati in Cielo non possono che amarlo, perché lo vedono senza velo, nella sua abbagliante bellezza. Questo li beatifica in un modo che è impossibile descrivere. Noi lo sappiamo bene e questo ci fa impazzire.

Sulla terra chi conosce Dio alla luce della natura e della Rivelazione può mettersi ad amarlo, ma non è costretto. Il credente (lo scrivo digrignando i denti) che medita e contempla Gesù Cristo in Croce finirà per amarlo.

Ma colui a cui Dio si presenta solo nell’uragano, come giusto vindice, dopo il rifiuto che gli è stato opposto sulla terra (e il nostro caso è questo), questi non può che odiarlo. Con tutta la violenza di cui è capace la sua volontà malvagia. Eternamente. In virtù della sua libera decisione di essere separato da Dio: decisione nella quale abbiamo reso l’ultimo respiro e che neppure ora rinneghiamo; né avremo mai intenzione di rinnegare.

Capisci ora perché l'inferno è eterno? Perché la nostra ostinazione è irrevocabile.

Mio malgrado devo aggiungere che Dio è misericordioso anche con noi. Dico "mio malgrado" perché, anche se scrivo volontariamente questa lettera, non mi è però permesso di mentire, come vorrei tanto. Metto giù molte cose contro voglia. Anche il fiume di improperi che vorrei vomitare me lo devo ricacciare in gola.

Dio è stato misericordioso non consentendo alla nostra volontà malvagia di andare fino in fondo, come pure era disposta a fare. Questo avrebbe aumentato le nostre colpe e le nostre pene, ma Lui ci fece morire prima del tempo, come è capitato a me, o fece intervenire altre circostanze mitiganti.

Ora si mostra misericordioso non obbligandoci ad accostarci a Lui più di quanto già non lo siamo in questo luogo infernale e lontano. Questo attenua i nostri tormenti: ogni passo che mi avvicinasse di più a Dio causerebbe in me una sofferenza più grande che se mi avvicinassi a un incendio.

Tu ti spaventasti un giorno quando, durante una passeggiata, ti riferii le parole di mio padre nell’imminenza della mia prima Comunione: "Mia cara Annette, cerca di farti regalare un bel vestito, tutto il resto è un bluff e un’impostura." Di fronte alla tua reazione impaurita mi sono quasi vergognata. Ora ne rido.

L’unica cosa ragionevole in quell’impostura era di non ammettere i bambini alla comunione prima dei dodici anni. Io allora avevo già preso gusto al veleno dei divertimenti mondani, mettevo senza troppi scrupoli le cose religiose in un canto e non davo molta importanza alla prima Comunione.

Che tanti bambini facciano oggi la prima comunione a sette anni ci fa andare in bestia. Facciamo di tutto per far credere alla gente che non hanno ancora una conoscenza sufficiente. Il nostro obbiettivo è che commettano prima qualche peccato mortale. Allora quella bianca pasticca non fa più in loro i gravi danni che fa quando i loro cuori vivono ancora nella fede, nella speranza e nella carità (puah! quelle robe!) ricevute nel battesimo. Ti ricordi che avevo già sostenuto sulla terra la stessa tesi?

Ho menzionato mio padre. Litigava spesso con mia mamma. Te nei parlai molto raramente perché mi vergognavo. Che cosa ridicola vergognarsi del male! Qui per noi è tutto uguale.

I miei genitori dormivano in camere separate; io dormivo con mia mamma, mio padre nella camera accanto, dove poteva rientrare liberamente all’ora che voleva. Beveva molto e dilapidava il patrimonio. Le mie sorelle lavoravano come impiegate ma dicevano di aver bisogno dei soldi che guadagnavano, e così anche mia madre dovette mettersi a lavorare per guadagnarsi da vivere.

Nel suo ultimo anno di vita mio padre picchiava spesso mia mamma, soprattutto quando si rifiutava di dargli denaro. Con me, invece, fu sempre affettuoso. Un giorno (te lo raccontai e tu rimanesti scioccata dal mio capriccio... di cosa non sei stata scioccata a mio riguardo?), dovette riportare al negozio, due volte di seguito, delle scarpe che non erano per me abbastanza alla moda.

La notte in cui mio padre ebbe un colpo apoplettico successe qualcosa che non sono mai riuscita a confidarti per paura della tua reazione. Ora la devi sapere.

È importante, perché per la prima volta fui assalita dallo spirito che attualmente mi tormenta.

Ero nella camera di mia madre, che dormiva profondamente. Tutto a un tratto mi sentii chiamare per nome. Una voce sconosciuta mi chiese: "Cosa succederà se tuo padre muore?"

Io non gli volevo più bene da quando maltrattava mia madre; del resto non amavo già più nessuno, ero solo attaccata a certe persone che si mostravano benevole nei miei confronti. L'amore gratuito, che non si aspetta ricompense sulla terra, non c’è che nelle anime in stato di grazia. E io non ci ero.

Senza chiedermi da dove potesse venire quella voce risposi: "Non morirà!". Dopo qualche istante di silenzio la voce mi fece di nuovo la stessa domanda. "Ma non morirà!" mi uscì ancora di bocca bruscamente.

Per la terza volta mi fu chiesto: "Cosa succederà se tuo padre muore?". Io lo vedevo che rientrava brillo, facendo un gran baccano, lo rivedevo che maltrattava mia madre e ci faceva fare brutta figura davanti agli altri. Di colpo gridai furiosa: "Ben gli sta!".

Allora tutto tacque.

Il mattino dopo mia madre voleva andare in camera sua a far le pulizie, ma trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno la sfondarono. Mio padre, mezzo nudo, giaceva cadavere sul letto. Doveva avere avuto un malore mentre andava a prendere della birra in cantina. Era malato da tempo.

(Così Dio gli avrebbe dato un’ultima occasione di convertirsi, grazie alla preghiera di sua figlia, verso la quale si era sempre mostrato buono!)

Marthe K. e tu mi avete spinto a entrare nella "Associazione delle Giovani". I giochi erano divertenti. Come sai ebbi subito un ruolo di animatrice: ero dotata per questo. Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai anche indurre qualche volta a confessarmi e a comunicarmi. A dire il vero non trovavo niente da confessare. I miei pensieri e le mie parole non avevano per me nessuna importanza. Quanto ai peccati più gravi, non ero ancora abbastanza corrotta per commetterli.

Un giorno mi desti un avvertimento: "Annette, se non preghi di più, ti perderai!". In effetti non pregavo molto, e quel poco con ripugnanza. Oggi so che purtroppo avevi ragione. Tutti quelli che ardono all’inferno non hanno mai pregato, o non abbastanza. La preghiera è il primo passo verso Dio, quello decisivo. Specialmente la preghiera alla Madre di Cristo, il cui nome qui non viene mai pronunciato: la devozione verso di Lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli avrebbe immancabilmente consegnato.

Continuo questo racconto schiumando di collera, e sotto costrizione. Pregare è la cosa più facile che l'uomo possa fare. Ed è proprio a questa cosa molto facile che Dio ha legato la salvezza di ognuno. A chi prega con perseveranza dà poco a poco tanta Luce, lo fortifica in tal modo, che alla fine anche il peccatore più impantanato può rialzarsi definitivamente, anche se è immerso nel fango fino al collo.

Negli ultimi anni della mia vita non ho pregato come avrei dovuto, e mi sono così privata delle grazie senza le quali nessuno si può salvare.

Qui non riceviamo più nessuna grazia. E anche se Dio ce l’offrisse, la rifiuteremmo con assoluto cinismo. Tutte le fluttuazioni dell’esistenza terrena qui hanno termine. Da voi sulla terra si può passare dallo stato di peccato allo stato di grazia e poi ricadere nel peccato. Spesso per debolezza, talora per malizia.

Con la morte tutte queste vicissitudine finiscono, perché esse sono radicate nell’imperfezione della libertà umana. Qui abbiamo raggiunto il termine.

Con il passare degli anni i cambiamenti si fanno sempre più rari. È vero che fino alla morte ci si può sempre orientare verso Dio, o voltargli le spalle. Ma nell'ora del trapasso, come trascinati dalla corrente – e con la poca volontà che resta – si segue la piega presa durante la vita. L'atteggiamento buono o cattivo diventa una seconda natura che ci porta con sè.

È ciò che capitò anche a me. Da anni vivevo lontano da Dio e perciò quando Egli mi rivolse un ultimo appello risposi no.

Non sono stati dei peccati abituali ad essermi fatali, ma l’aver respinto la grazia della conversione. Tu mi hai più volte esortato ad ascoltare delle prediche e a leggere libri di pietà. "Non ho tempo" era immancabilmente la mia risposta. Non serviva altro per alimentare i miei dubbi profondi !

Del resto devo constatare che, stando così le cose (poco prima della mia uscita dalla "Associazione delle Giovani"), mi sarebbe stato estremamente difficile cambiare strada. Mi sentivo insicura e infelice ma si levava un muro tra me e la conversione.

Tu non sembri essertene accorta. Semplificavi molto le cose dicendomi: "Ma insomma fa’ una buona confessione e tutto si sistemerà!". Sentivo che era vero, che una buona confessione mi avrebbe liberato, ma il mondo, il demonio e la carne mi tenevano già troppo saldamente nelle loro grinfie.

All’influsso del demonio non ci ho mai creduto. Oggi posso attestare che esso si esercita, potente, su tutti quelli che si trovano in una condizione come la mia. Solo molte preghiere, mie e degli altri, con molti sacrifici e sofferenze, avrebbero potuto strapparmi da lui. E solo a poco a poco.

Di visibilmente posseduti ce ne sono pochi, ma i posseduti invisibilmente sono una legione. Il diavolo non può togliere la libertà a coloro che si mettono sotto il suo influsso, ma in castigo della loro apostasia quasi sistematica, Dio permette che il "Maligno" penetri in loro.

Odio anche il demonio. E però mi piace, perché cerca di farvi cadere: lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui fin dalle origini. Si contano a milioni. Vagano per tutta la terra densi come moscerini, e voi non ve ne rendete neanche conto.

Non sta a noi reprobi tentarvi, spetta agli spiriti decaduti e quando riescono a trascinare un’anima all’inferno il loro tormento si accresce: cosa non fa fare l’odio!

Anche se camminavo per vie lontane da Dio, Lui mi inseguiva. Da parte mia preparavo la strada alla grazia con atti di carità naturale, che facevo abbastanza spesso per inclinazione del mio carattere. Talora Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo mia madre, stanca dopo una giornata di lavoro, e in un certo senso mi sacrificavo veramente, questi richiami di Dio agivano potentemente.

Una volta, nella chiesa dell’ospedale dove mi avevi portato durante la pausa di mezzogiorno, mi capitò qualcosa che mi portò a un millimetro dalla conversione: piansi!

Ma i piaceri e le preoccupazioni mondane passarono come un torrente sulla grazia: il seme buono fu soffocato dai rovi e dalle spine. Dichiarando che la religione è una questione di sentimento, come dicevano tutti al lavoro, cestinai anche quel supremo appello della grazia.

Una volta mi sgridasti perché invece di fare una vera genuflessione abbozzai un inchino molto disinvolto, piegando appena il ginocchio. Ci vedesti della pigrizia e della negligenza. Non sembravi sospettare minimamente che ormai non credevo più nella presenza reale. Ora ci credo, ma con una fede puramente naturale, come si crede in un temporale quando se ne vedono gli effetti.

Nel frattempo mi ero fatta una religione secondo i miei gusti. Come tutti i miei colleghi credevo nella reincarnazione, all’anima che esce da un corpo per entrare in un altro: la questione dell’aldilà riceveva una risposta innocua e cessava di essere angosciosa.

Perché non mi hai mai ricordato la parabola del ricco cattivo e del povero mendicante Lazzaro, dove chi la racconta, e cioè Gesù Cristo stesso, manda immediatamente, dopo la morte, uno all’inferno e l'altro in paradiso?... Del resto cosa avresti ottenuto? Niente di più che con i tuoi altri discorsi da bigotta!

A poco a poco mi fabbricai un idolo abbastanza elevato per chiamarsi Dio e abbastanza lontano perché non dovessi intrattenere relazioni con Lui; abbastanza vago da fargli assumere – continuando a dichiararmi cattolica – le sembianze del Dio del panteismo o di un Dio inaccessibile e senza rapporti con il mondo.

Questo Dio non aveva né un paradiso da offrirmi né un inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace e Lui lasciava in pace me: questo era il culto che gli rendevo. Dicevo: "Ciascuno crede in ciò che più gli piace". Nel corso degli anni mi attenni con una certa convinzione a questa "religione", la sola che per me fosse vivibile.

Una sola cosa avrebbe potuto scuotermi: una sofferenza lunga e profonda, ma questa sofferenza non venne. Capisci cosa vuol dire: "Dio castiga chi ama?"

Una domenica di luglio, l'Associazione delle Giovani organizzò una gita a ***. La gita mi sarebbe anche piaciuta, ma tutti quei discorsi insulsi, quegli atteggiamenti da bigotte! Inoltre un’altra "icona", molto diversa da quella della Vergine di ***, si innalzava da qualche tempo sull'altare del mio cuore: il seducente Max N. del negozio accanto.

Qualche giorno prima avevamo scherzato assieme e quella domenica mi aveva invitato a fare una passeggiata con lui. La sua amante in carica era ricoverata all’ospedale. Aveva capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Quanto a sposarlo, non ci pensavo ancora. Era di condizione agiata, ma aveva un comportamento un po’ troppo disinvolto con le ragazze. Io volevo un uomo che appartenesse solo a me: sposa nel senso esclusivo del termine. Ho sempre avuto, infatti, un certo codice naturale di condotta.

(È vero! Annette, con tutta la sua indifferenza religiosa, aveva qualcosa di nobile nel suo comportamento e mi mette paura il pensiero che anche delle persone "ben educate" – ma tanto "mal educate" da sfuggire a Dio – possano andare all’inferno).

Durante quella gita Max fu molto galante. Beh, non facevamo certo discorsi da preti, come voi altre. Il giorno dopo all’ufficio mi rimproverasti di non essere venuta con voi a ***. Ti riferii della nostra gita. La tua prima domanda fu: "Sei andata a Messa?". Che stupida! Come avrei potuto se eravamo partiti alle sei ?"

Ti ricorderai ancora che aggiunsi, esasperata: "Il buon Dio non è meschino come i vostri preti!" Oggi vedo bene che, benché infinitamente "buono", Dio pesa le cose con molta più precisione di tutti i sacerdoti presi assieme.

Dopo quella prima gita con Max, venni ancora una sola volta all’Associazione, a Natale. Qualcosa mi spingeva a tornare. Ma interiormente ero lontana. Cinema, ballo e passeggiate si avvicendavano senza tregua. Max ed io qualche volta litigavamo ma seppi sempre recuperarlo e legarlo a me.

La mia rivale fu molto sgradevole: uscita dall’ospedale, si comportò come una furia. Questo mi dette una grande chance. Reagii con nobile serenità e la cosa fece molta impressione su Max, che finì per preferire me. Avevo saputo renderla odiosa mantenendomi perfettamente calma: esteriormente oggettiva, interiormente piena di veleno. Sentimenti e comportamenti di questo tipo preparano egregiamente all'inferno. Sono diabolici nel senso stretto del termine.

Perché ti racconto queste cose ? Per spiegarti come mi staccai definitivamente da Dio. Max ed io non spingemmo mai le nostre effusioni oltre un certo limite: capivo bene che mi sarei abbassata ai suoi occhi se mi fossi data a lui prima del tempo, e perciò mi seppi trattenere. Non che fosse una regola assoluta: il mio scopo era comunque di conquistarlo e per questo ero pronta a pagare qualsiasi prezzo.

Inoltre, un po’ alla volta, eravamo arrivati ad amarci veramente, avendo l’uno e l’altra dei pregi che ci facevano stimare a vicenda. Io ci sapevo fare, ero piena di risorse e sapevo essere gradevole. Così tenevo Max saldamente in mano e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio, a tenermelo tutta per me.

In questo consistette la mia apostasia: elevare una creatura al rango di idolo. In nessun altro ambito questo si può verificare così perfettamente come nell’amore per una persona dell’altro sesso, naturalmente quando tale amore resta impantanato nell’umano. Un amore così è tanto attraente e stimolante quanto velenoso. L'"adorazione" che tributavo a me stessa nella persona di Max divenne la mia "fede" vissuta.

In quel periodo, al lavoro, ero scatenata e piena di veleno contro quelli che andavano in chiesa, i sacerdoti, le indulgenze, il Rosario e altre cose del genere. Tu cercavi come potevi di difenderle. A quanto pare non ti veniva neanche in mente che non si trattava di quello. È che cercavo degli alibi per la mia cattiva coscienza: ne avevo ancora bisogno per giustificare la mia apostasia.

Ma in fondo ero in piena rivolta contro Dio. Tu non lo capivi, mi credevi ancora cattolica. Del resto io stessa rivendicavo questo titolo e versavo anche la decima. Una certa "controassicurazione", pensavo, non può guastare.

Non nego che qualche volta le tue parole facevano centro, ma cadevano subito perché così doveva essere. Le nostre relazioni, insomma, si guastarono a tal punto che non provai un gran dispiacere quando smettemmo di vederci poco prima del mio matrimonio.

Prima della cerimonia, mi confessai e mi comunicai ancora una volta. Era obbligatorio. Mio marito ed io la pensavamo su questo allo stesso modo: se lo fanno tutti assolviamo anche noi a questa formalità.

Voi definite sacrilega una tale comunione. Beh, dopo questa comunione "indegna", la mia coscienza fu lasciata tranquilla. Del resto fu l’ultima.

La nostra vita coniugale si svolgeva per lo più in perfetta armonia. Eravamo d’accordo su tutto. Anche sul rifiuto del fardello di un figlio. Mio marito lo avrebbe anche voluto ma gli feci cambiare idea.

Bei vestiti, mobili di lusso, ricevimenti, gite e ogni altro tipo di svago: era questo che per me contava più di tutto. L’anno fra il matrimonio e la mia morte improvvisa fu un anno molto piacevole da un punto di vista materiale.

Tutte le domeniche andavamo in giro con l’auto o visitavamo i miei suoceri (di mia madre mi vergognavo), che come noi vivevano alla superficie. Dentro di me non ero certo felice ma fuori mi mostravo allegra. C’era sempre qualcosa d'indefinibile che mi rodeva. Volevo che con la morte tutto finisse (il più tardi possibile beninteso).

Ma è vero, come avevo sentito in una predica quando ero piccola, che Dio ricompensa ogni opera buona. Quando non può ricompensarla nell’altra vita, lo fa in questa: ereditai all’improvviso da mia zia Lotte; da parte sua mio marito aveva successo nel suo lavoro e aveva un ottimo stipendio e così fui in grado di arredare con eleganza la mia nuova casa.

La religione non mandava più che da lontano una luce pallida, debole e incerta. I caffè e gli hotel in cui andavamo durante i nostri viaggi non portavano certamente a Dio. Vi incontravamo gente che come noi viveva dall’esterno verso l'interno e non dall’interno verso l'esterno.

Se, durante le vacanze, visitavamo delle cattedrali, cercavamo in esse soprattutto il fascino artistico. La suggestione religiosa che ci ispiravano, specialmente le cattedrali romaniche e gotiche, sapevo neutralizzarlo criticando dettagli secondari: un frate converso sgraziato o sporco, lo "scandalo" dei frati che volevano passare per pii e vendevano liquori, l'eterno scampanio durante le funzioni, sempre per far soldi...

In questo modo seppi sempre scacciare la Grazia quando bussava alla mia porta. Davo libero sfogo al mio malumore, in particolare davanti alle rappresentazioni medievali dell’inferno, in cui il demonio arrostisce le anime in braghe rosse e incandescenti, mentre suoi colleghi dalla lunga coda gli portano altre vittime.

Clara! Le raffigurazioni dell'inferno possono essere non fedeli, ma mai esagerate! Il fuoco dell’inferno è sempre stato il mio bersaglio preferito. Ti ricordi che una volta, mentre ne discutevamo, ti misi un fiammifero acceso sotto il naso dicendo con sarcasmo: "Puzza così?". Tu lo spegnesti subito.

Qui non lo può fare nessuno.

Io ti dico: il fuoco di cui parla la Bibbia non è il "tormento della coscienza". Questo fuoco è fuoco! Bisogna prendere alla lettera ciò che Lui ha detto: "Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!". Alla lettera!

"Ma in che modo lo spirito può essere raggiunto da un fuoco materiale?" mi chiederai. In che modo la tua anima può soffrire quando ti bruci un dito? L'anima non brucia, e però che dolore! In modo analogo, qui siamo spiritualmente a contatto con il fuoco, secondo la nostra natura e le nostre facoltà. La nostra anima non ha più le ali; non possiamo pensare né a ciò che vogliamo né come vogliamo.

Cerca di capire quel che dico: la nostra condizione è proprio quella di ardere senza essere consumati. Ma il nostro più grande tormento consiste nel sapere con certezza che non vedremo mai Dio.

Come ciò ci può tormentare così tanto, quando sulla terra ci lasciava del tutto indifferenti? Finché il coltello se ne sta sulla tavola ci lascia indifferenti: si vede bene che è affilato, ma non lo si sente. Ma se te lo conficcano dentro ti metterai a gridare.

Adesso noi sentiamo la perdita di Dio; prima ad essa pensavamo soltanto.

Non tutte le anime soffrono allo stesso modo. Più si è peccato con cattiveria sistematica, più pesantemente pesa la perdita di Dio e si è vessati dalla creatura di cui si è abusato. I cattolici soffrono più degli altri, perché hanno ricevuto – e calpestato – più grazie e più luci.

Chi sapeva di più soffre di più di chi sapeva meno. Chi peccò per malizia soffre in maniera più acuta di chi è caduto per debolezza.

Ma nessuno soffre più di quanto non abbia meritato. Ah! se solo potesse non essere vero: avrei un valido motivo per odiare!

Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all’inferno senza saperlo e che questo sarebbe stato rivelato a una santa. In un primo momento ne risi, poi mi ci aggrappai: "Avrò tutto il tempo di riprendermi", pensavo tra di me.

Era vero. Nell’istante della morte non ho conosciuto l'inferno così com’è: non è concesso a nessuno. Ma ne ebbi piena coscienza: "Se muoio vado all’altro mondo dritta come una freccia contro Dio. Sopporterò tutte le conseguenze". Ma non feci dietro-front, trascinata, come ho già detto, dalla forza dell’abitudine. Condizionati dal loro passato gli uomini, invecchiando, camminano sempre più nella stessa direzione.

Ecco ora il racconto della mia morte.

Una settimana fa, di domenica (secondo il vostro computo, perché è tanta la sofferenza che provo che potrei dire che sono in questo luogo da dieci anni), abbiamo fatto una gita, l’ultima. Era un giorno radioso, non mi ero mai sentita così bene. Mi invase una sinistra sensazione di gioia che durò tutto il giorno.

Al ritorno mio marito fu abbagliato da una macchina che veniva dall’altra parte a tutta velocità. Perse il controllo. "Jesses !" ["Gesù" in una forma dialettale tedesca], mi uscì di bocca con un brivido: non una preghiera, un grido. Sentii un dolore lancinante (niente a confronto di quello che sento ora!), poi persi coscienza.

Che strano! Quel mattino era sorto in me, inspiegabilmente, questo pensiero: "Potrei andare ancora una volta a Messa". Suonava come un’implorazione. Chiaro e risoluto il mio "no" troncò netto il filo dei miei pensieri: "Bisogna farla finita una volta per tutte con queste cose. Me ne assumo tutte le conseguenze".

Ora le subisco. Ciò che capitò sulla terra dopo la mia morte, lo sai. Grazie alle conoscenze naturali di cui disponiamo conosco fin nei dettagli che cosa ne fu di mio marito, di mia madre e del mio cadavere e come si svolsero i miei funerali.

Ciò che succede sulla terra lo vediamo in modo nebuloso: ma ciò che in un modo o nell’altro ci riguarda più da vicino lo conosciamo bene: ad esempio vedo il luogo in cui ti trovi.

Nell’istante del mio trapasso uscii subito dal buio. Mi vidi inondata da una luce abbagliante proprio nel luogo in cui giaceva il mio cadavere. Avvenne come a teatro quando si spengono le luci e il sipario si alza su uno scenario imprevisto, terribilmente illuminato… la scena della mia vita. Come in uno specchio vidi la mia anima, vidi le grazie calpestate a partire dalla mia giovinezza fino all’ultimo "no". Mi sentii come un assassino al quale venisse mostrata la sua vittima: "Pentirmi? Mai! – Vergognarmi? No!"

Però non potevo resistere allo sguardo di quel Dio che avevo respinto. Non mi restava che una sola cosa da fare: fuggire. Come Caino fuggì da Abele, così la mia anima fu scacciata via da quella vista orrenda.

Era il giudizio particolare. Il Giudice invisibile disse: "Via da me!". Allora la mia anima, come un’ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell’eterno tormento."

 

 

Così terminava la lettera che Annette mi mandava dall'inferno.

Dissi piano tre Ave Maria e tutto mi fu chiaro: mi dovevo aggrappare fortemente a Lei, alla Beata Madre del Signore; dovevo onorare filialmente Maria, se non volevo subire la sorte di un'anima condannata a non vedere Dio.

Tutta tremante ancora dopo quella notte orribile, mi alzai, mi vestii in fretta e scesi di corsa giù per le scale per andare in cappella. Il cuore mi batteva forte. Le pensionanti che vi si trovavano mi guardavano, pensando probabilmente che ero così affannata per essere scesa giù di corsa dalle scale.

Un’anziana signora ungherese, semplice, provata dalla sofferenza, gracile come un bambino, miope, ma fervente e sperimentata nelle cose spirituali, mi disse sorridendo il pomeriggio, in giardino :

"Signorina, Gesù non vuole essere servito a cento all’ora !"

Poi capì che qualcosa mi aveva turbato e mi turbava ancora e per calmarmi mi recitò questi versi di Teresa d'Avila :

"Niente ti turbi,

Niente t’attristi,

tutto dilegua,

Dio non si muta,

con la pazienza

tutto t’acquisti

manchi di nulla

se hai Dio nel cuor:

Dio solo basta."

Mentre me li diceva, amabilmente e non in tono professorale, sembrava che mi leggesse nell’anima.

"Dio solo basta!". Sì, mi deve bastare solo Lui. Quaggiù e nell’eternità. Lo voglio possedere un giorno nell’altra vita, per quanti siano i sacrifici che dovrò fare in questa.

MA NON VOGLIO ANDARE ALL’INFERNO!

N°31


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