N°4


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L’Enciclica di Paolo VI sulla castità coniugale

Miei cari Amici,

in molti aspettate con una certa impazienza il commento all’enciclica "Humanae Vitae", come vi avevo promesso nell’ultima lettera (N°3). Prima di affrontare l’argomento, vi ricordo che queste lettere sono degli appunti di vita spirituale, destinati ad aiutare chi cerca Dio in base ai sette punti della lettera N° l. Queste lettere, pertanto, non possono risolvere o esporre fino in fondo né le questioni di teologia morale e dogmatica sollevate dall’ "Humanae Vitae", né le reazioni da essa provocate. Potrò affrontare tutto ciò solo nell’ambito dei ciclostilati sul "Dono di Dio", che sto redigendo.

La presente lettera rischia, così, di deludere quanti si aspettano una risposta precisa e articolata a tutti i problemi di fede posti dalla pubblicazione dell’enciclica. E rischia anche di deludere chi non aderisce dal profondo del suo cuore a una certa follia nell’amore di Cristo, follia di cui i sette punti precisano alcuni aspetti. Oggi cercheremo di chiarire, il più brevemente possibile, il problema della regolazione delle nascite, ma lo faremo dalle vette.

Nella lettera N° 3 ho già in parte precisato a quali vette mi riferisco; in particolare, ho sottolineato come siano perfettamente accessibili ai più grandi peccatori: sono fatte in modo specialissimo proprio per loro ("Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori").... perché si tratta di vette di vita teologale e non di perfezione umana. Tuttavia, per essere raggiunte, esigono una profondità e una purezza compatibili con la più grande miseria umana, ma assolutamente incompatibili con la benché minima tiepidezza e con il più piccolo tentativo di barare (soprattutto in campo dottrinale).

Non c’è da stupirsi, allora, se affronto questi problemi con una meditazione sulla verginità, la quale è appunto la vetta della castità cristiana, di quella stessa castità che il matrimonio cristiano deve cercare di realizzare, anche se in una maniera meno perfetta.

Queste ultime due parole hanno da sole una portata veramente esplosiva sul piano dottrinale. Voglio dire che molti le respingerebbero con estrema violenza in nome delle nuove prospettive sul matrimonio aperte dal Concilio Vaticano II. Ripeto: mi mancano lo spazio e il tempo per intraprendere, nell’ambito delle lettere, una discussione di questo genere. Mi accontento di affermare che, alla luce del Vangelo, non ci sono due tipi di castità (quella del matrimonio e quella del celibato), ma una sola castità, che è un dono di Dio: il celibato volontario si dispone a riceverla per la via più rapida e, di conseguenza, più perfetta, mentre il matrimonio si dispone a ricevere lo stesso dono per una via più lenta, più complicata, meno radicale e, di conseguenza, meno perfetta.

Questo dono è la verginità. Dicendo così, mi discosto dal vocabolario tradizionale, ma è per farvi capire meglio il senso profondo della dottrina tradizionale. La definizione canonica di verginità, infatti, ha l’inconveniente di essere privativa e prettamente materiale. È del tutto legittimo attribuire una tale importanza all’integrità puramente fisica del corpo femminile, ma a condizione che quest’integrità appaia come il segno e la garanzia di qualcos’altro. Ed è a questo qualcos’altro che è importante dare una definizione in positivo, altrimenti diventerebbe impossibile attribuire alla verginità maschile un senso profondo quanto quello della verginità femminile. Inoltre la nozione canonica rischia di non poter essere applicata ai corpi gloriosi, mentre la verginità deve essere definita come una qualità positiva, perché appartiene molto di più ai corpi gloriosi che al seme corruttibile dei corpi gloriosi.

Arrischierò, quindi, una definizione escatologica della verginità, una definizione cioè in rapporto al Regno dei Cieli – e dirò che essa è lo stato di un corpo interamente consumato dalla gloria. Questa definizione si basa sulla parola di Cristo: ogni creatura dovrà essere salata con il fuoco. Prendo sul serio queste parole e vi vedo il senso vero di ciò che in terra cristiana si chiama consacrazione. La consacrazione non è altro che la consunzione di tutto il nostro essere (anima e corpo) ad opera del fuoco del Roveto ardente, del fuoco della carità che Gesù è venuto a portare sulla terra. Chi non ha il presentimento della follia dell’amore di Cristo, riceve queste espressioni come metafore: non capisce che il fuoco della carità è molto più reale e bruciante del fuoco che conosciamo. È proprio del fuoco ridurre in cenere tutto ciò che tocca; sarà, dunque, proprio della carità ridurre in cenere i nostri corpi... e, come diceva S. Francesco d’Assisi, "nostra sorella cenere è casta". Non c’è altra castità seria, cristiana e reale che questa: la castità di un corpo ridotto in cenere dalla gloria.

In queste condizioni, non c’è da stupirsi se i peccatori (e le peccatrici), ritrovino, non dico, la loro verginità in Cielo, ma trovino una verginità sconosciuta sulla terra. Quaggiù noi conosciamo tutto sommato solo il germe della verginità, come conosciamo il germe della gloria che è la grazia. Allo stesso modo, non siamo realmente consacrati dalle diverse consacrazioni della terra, che sono solo, anch’esse, il germe e il segno della consacrazione eterna e totale dell’anima e del corpo. Quando risusciteremo con Cristo nella gloria, allora soltanto saremo interamente sacralizzati o sacrificati, e cioè divinizzati. Siamo destinati alla tavola divina, non solo come commensali, ma più ancora come cibo: il fuoco divino ci deve un giorno divorare, nel senso fisico e rigoroso del termine, e quest’evento sarà nello stesso tempo il nostro olocausto, la nostra assunzione, la nostra beatitudine... e la nostra verginità.

Il battesimo è il germe e il segno di quest’evento, che l’Eucarestia realizza ogni giorno un po’ di più fino a quando, essendo l’anima completamente consumata fin da quaggiù (è almeno ciò che Dio desidera), anche il corpo lo sarà a sua volta, quando sarà vinto l’ultimo nemico, e cioè la morte. Quando un’anima comprende queste cose e si sente chiamata ad acconsentirvi e a collaborare con tutte le sue forze, si dice che si consacra interiormente, il che è quasi un abuso linguistico: l’anima, infatti, non si consacra da se stessa, ma acconsente ad essere consacrata, e cioè sacrificata.

L’amore umano (l’amore nuziale) è un’immagine visibile (e molto debole) di ciò che Dio vuol fare con noi... direi anche di ciò che Dio vuol fare di noi. Dobbiamo essere sposati dal fuoco, e questo sposalizio è ben più divorante, temibile e magnifico del matrimonio umano. Solo che Dio ci ha dato il matrimonio per aiutarci a capire di che cosa si tratta (è il senso del Cantico dei Cantici) e ne ha fatto un sacramento, cioè una consacrazione efficace, nel senso che ho detto prima: allo stesso tempo segno e germe delle Nozze dell’Agnello.

Questa consacrazione del matrimonio è offerta a quanti non sono ancora consumati abbastanza dalla Luce di Cristo, per aiutarli a scoprire le profondità dell’amore di Dio grazie alle profondità dell’amore umano. Se gli sposi accettano di accogliere l’amore umano come un segno dell’amore di Cristo per la Chiesa (e cioè per loro), allora questo segno diventerà efficace e li orienterà progressivamente verso un altro matrimonio, il solo che meriti veramente questo nome, poiché in Cielo non ce ne sarà un altro – e, soprattutto, perché esso solo realizza perfettamente il mistero d’intimità, di unione e di estasi, di cui il matrimonio umano, nel migliore dei casi, può offrire soltanto un abbozzo lontano, fugace e tanto più deludente quanto più, attraverso di esso, il cuore umano avrà imparato a desiderare l’amore infinito (dico deludente se ci si aggrappa ad esso, ma non, evidentemente, se al contrario lo si attraversa sempre più rapidamente per sboccare nel mistero invisibile che questo mistero visibile deve insegnarci a desiderare).

Questo segno dell’amore umano non è destinato solo agli sposi, ma ad ogni uomo che viene in questo mondo, perché è inscritto nel suo cuore. Anche coloro che offrono a Dio la loro verginità, o almeno il loro celibato, sono invitati ad appoggiarsi sull’intelligenza dell’amore insita in loro, per offrirsi all’olocausto dell’amore divino; solamente, ricevono occhi per vedere e orecchi per intendere il senso di questo mistero che è grande, e attraversano rapidamente il segno visibile per stabilirsi sulla realtà invisibile, senza bisogno di passare per l’incarnazione tangibile e concreta del segno in un volto umano. Il volto di Cristo (e soprattutto il Suo volto trinitario) li aspira più velocemente verso la consumazione rapida del mistero pasquale, ma tra questi ultimi e chi, invece, si appoggia sul sacramento del matrimonio c’è solamente una differenza di rapidità e, di conseguenza, di perfezione (un percorso rapido è sempre migliore e più sicuro di un percorso che comporta delle tappe o degli scali orbitali).

Il principale pericolo che la via del matrimonio presenta, è proprio che, a forza di indugiare sul segno, non se ne comprenda più il senso: il segno, infatti, deve condurci a qualcos’altro. Ed il pericolo di non comprenderne più il senso è tanto più temibile in quanto la maggioranza degli sposi cristiani, fin dall’inizio, non ha la minima idea di cosa significhi: gli sposi vedono nel matrimonio solo una realtà naturale e nella sua consacrazione una benedizione inoffensiva. Nessuno osa dir loro (e, del resto, nessuno ancora lo sa) che questa consacrazione è un tizzone ardente posato sul loro amore per trasfigurarlo in gloria... ma dopo averlo ridotto in cenere. In altre parole, sono ben lontani dal comprendere che il matrimonio è una via verso la verginità! Se lo capissero, suppongo che direbbero come S. Pietro : "Se è così, è meglio non sposarsi", che è poi la conclusione suggerita da Cristo, da S. Paolo e da tutta la Chiesa per risparmiarci, nel limite del possibile, la tribolazione della carne: infatti, dato che, in ogni modo, la carne deve essere bruciata, sarebbe meglio che lo fosse al più presto... ma questo non tutti possono capirlo, per cui non si commette peccato a sposarsi (a meno che, come il giovane ricco, non si sia stati chiamati alla vita religiosa o sacerdotale).

Noterete che non ho ancora scritto una parola sul concepimento dei figli. Sebbene anche la procreazione abbia un significato soprannaturale, le leggi morali in proposito – e che tanto agitano i cristiani – riguardano molto di più la realtà naturale del matrimonio che il suo valore di sacramento. Al contrario, l’unione degli sposi, su cui i teologi moderni insistono traendo argomenti contro la morale coniugale tradizionale, acquista tutto il suo valore solamente nella prospettiva del Regno dei Cieli, di cui ho appena parlato. Ci tengo a sottolinearlo, perché chi esalta l’unione degli sposi senza comprenderne la portata mistica o senza accettare il sacrificio attraverso cui l’amore umano stesso deve insegnarci ad amare il sapore crocifiggente di verginità – costui snatura gravemente proprio lo splendore di cui si fa vanto: nel suo pensiero, l’amore umano non è più il canale (il sacramento) dell’amore divino, ma una difesa contro l’olocausto a cui Dio ci invita attraverso l’amore umano.

Lo scopo di questa lettera non è d’insegnarvi la morale coniugale, ma di proporvi l’unica prospettiva che, ai miei occhi, permetta non solo di praticarla, ma anche di accettarla: prospettiva risolutamente mistica e posta sotto il segno della Croce. Sono comunque abbastanza stupito nel vedere tanti cristiani e sacerdoti inalberarsi così violentemente contro l’austerità di questa morale e accettare, sembra, così facilmente che il Salvatore sia crocifisso. Quando si è mandata giù una cosa simile, comprendendo cosa vuol dire, tutto il resto non mi pare poi difficile da accettare. Temo, quindi, che molti non si siano presi la briga di calcolare la spesa richiesta per essere discepoli di Cristo, e questo checché ne sia della morale coniugale.

Il solo atteggiamento che mi sembra onesto di fronte alla Croce di Cristo e alle esigenze del Vangelo, il solo al quale desidero con tutto il mio cuore dare un aiuto, è quello che, riconoscendo lealmente le esigenze schiaccianti dell’amore divino, si sente incapace di farvi fronte. A tutti coloro che provano questa sensazione (quale che sia l’occasione che la provoca), Cristo offre il rifugio della Sua Misericordia... ma solo a loro. Tutte le obiezioni che si possono sollevare contro la morale coniugale, le sole almeno che contengano una parte di verità, equivalgono a dire che noi siamo troppo deboli e troppo peccatori per corrispondere perfettamente alle esigenze dell’amore di Cristo. Ma dicendo questo – e dicendolo così, non contestando la legge stessa – ci si esprime esattamente come S. Paolo : "La Legge è buona e spirituale, ma io sono carnale e venduto al peccato". Per molti, quindi, la prima conversione da operare sarebbe di accettare, una volta per tutte, che questa frase definisca l’unico problema veramente grave da affrontare in questo mondo. Le esigenze della regolazione delle nascite sono una occasione privilegiata offerta ai cristiani, per aiutarli a prendere meglio coscienza della loro condizione di peccatori. Esaminiamo la cosa più da vicino.

È stato ampiamente detto, e Paolo VI stesso lo riconosce, che lo sviluppo delle scienze mediche permette di attenuare e di mitigare la morale cristiana in modo da facilitare a tutti gli uomini l’accesso a una "paternità responsabile". Fino al ventesimo secolo escluso, gli sposi istruiti in queste cose potevano scegliere solo tra l’astinenza totale dalle relazioni coniugali e l’accettazione praticamente incontrollabile di tutti i figli "mandati dalla Provvidenza". In una tale situazione, bisogna chiedersi quale sia sempre stata la dottrina profonda della Chiesa, per discernerla bene dalle deviazioni più o meno gravi introdotte di fatto nella pastorale corrente. Queste deviazioni sembrano essere state principalmente di due tipi:

1) Un’omissione più o meno sistematica a proposito di certi aspetti della dottrina. Quest’omissione è stata largamente favorita dall’esiguo numero di adulti desiderosi di ricevere un insegnamento cristiano. Anche tra questi adulti, molti non sospettavano che, in questo preciso campo, ci fosse una morale non meno precisa; o, al contrario, venivano educati ad una diffidenza sistematica, giansenista, piena di vergogna e manichea per le cose della carne – diffidenza atterrita e puritana che, al pari dell’indifferenza, favoriva un’incoscienza profonda a proposito dei limiti del lecito e dell’illecito nella vita coniugale.

Quest’omissione era particolarmente netta nell’agire di alcuni confessori che, giansenisti o no, evitavano per lo più di fornire ai penitenti tutte le opportune precisazioni. Nel far questo, si fondavano su un principio fondamentale della teologia pastorale: quando un penitente compie in buona fede degli atti reprensibili, senza sapere che lo sono – e se, d’altra parte, c’è ragione di temere che, una volta illuminato, non riesca a cambiare condotta – bisogna lasciarlo nella sua buona fede e non assumersi la responsabilità di trasformare un peccato materiale (che non è tale agli occhi del penitente e, di conseguenza, neanche di Dio – perché si deve sempre obbedire alla propria coscienza) in peccato formale, cioè cosciente e accettato come tale.

Il risultato di tutte queste omissioni fu una tale generalizzazione dell’ignoranza dei cristiani in materia coniugale che, poco dopo la prima guerra mondiale, il Sant’Uffizio pubblicò per tutti i confessori un’esortazione, nella quale si ingiungeva loro di fare un’eccezione al principio che ho appena ricordato, in favore (se così posso dire) della morale coniugale; erano, perciò, tenuti ad interrogare sistematicamente su quest’argomento tutti i penitenti, insegnando loro la verità, anche se prevedevano che i penitenti non si sarebbero sottomessi o si sarebbero dichiarati incapaci di praticare una tale morale (il che sollevava, beninteso, il problema del rifiuto dell’assoluzione, di cui parlerò più avanti).

Quando quest’ammonimento fu pubblicato, la maggioranza dei sacerdoti era abbastanza docile alle decisioni romane, da applicarle in maniera fedele: il risultato fu evidentemente un vero dramma da cui non siamo ancora usciti (malgrado le attenuazioni dovute alla scoperta del metodo Ogino e, poi, di quello delle temperature); i cristiani speravano di uscirne dopo il Vaticano II, grazie alla pillola e alla diffusione, praticamente accettata dalla Chiesa (così almeno essi supponevano), di tutti i metodi contraccettivi.

Altro risultato: i cristiani sono ormai di gran lunga meglio istruiti in questo campo – il che non significa che lo siano perfettamente. Ciò mi induce a parlare di un’altra serie di deviazioni.

2) In una prospettiva in cui non si ha altra scelta che fra l’astinenza totale e l’accettazione di tutti i figli, sembra molto difficile – se si vuole evitare il giansenismo ed esaltare, invece, lo splendore del mistero della vita – non presentare come un dovere positivo (il solo che soddisfi le esigenze del matrimonio cristiano) l’accettazione sistematica di tutte le nascite. È così che numerose famiglie cristiane – e soprattutto numerosi mariti – "facevano il loro dovere", quando erano istruite sulla morale coniugale.

Inutile insistere sulle conseguenze gravi e talora catastrofiche di un tale atteggiamento: sfinimento della madre, educazione precaria dei figli nelle famiglie povere, ecc. Si aggiungono oggi considerazioni demografiche opposte a quelle dei secoli precedenti, ora che abbiamo sotto gli occhi il dramma dei paesi sottosviluppati. Così si insiste, a ragione, sulla nozione di paternità responsabile. In realtà questa nozione non è mai stata assente dalla dottrina profonda della Chiesa, ma era praticamente misconosciuta. Per questo bisogna insistere sull’insegnamento che sarebbe dovuto essere comune, prima del sopraggiungere dei metodi moderni, cioè in condizioni in cui la difficoltà del problema non era così grande come adesso.

La vera risposta a tutti questi problemi – quella di Cristo, quella del Vangelo – non consiste, infatti, in un’attenuazione della morale coniugale, ma in un suo approfondimento che, invece di attenuarla, l’aggrava, perché deve togliere radicalmente ogni buona coscienza in coloro che credono di evitare il peccato mortale solo perché accettano sistematicamente e senza riflettere tutte le nascite. Il loro dovere è di riflettere e di decidere liberamente, non di obbedire ciecamente all’istinto sessuale credendo che "è permesso", non appena se ne accettano le conseguenze.

L’errore così commesso è, in realtà, sottile e difficile da scoprire. Infatti, in condizioni normali (la situazione dei paesi sottosviluppati non è normale) la Chiesa incoraggerà sempre la fecondità, perché Dio stesso la incoraggia. I cristiani più generosi, pertanto, tenderanno ad accettare numerose nascite e questa loro tendenza sarà in sostanza approvata dalla Chiesa, ma si tratta, lo ripeto, di una tendenza generosa che ha veramente come scopo numerosi figli: non è affatto un modo comodo per soddisfare, senza problemi, l’istinto sessuale.

Purtroppo la differenza tra questi due atteggiamenti è impercettibile all’esterno (d’altronde, nella pratica, l’uno e l’altro possono benissimo essere mescolati). È, dunque, facile comprendere perché l’incoraggiare la fecondità abbia, in realtà, favorito una deviazione estremamente grave sul significato profondo della morale coniugale: secondo questa deviazione, basterebbe accettare dei figli per evitare ogni peccato d’impurità nel matrimonio.

In verità niente è più falso di ciò. Mettere al mondo un figlio è un atto di una tale portata, di un tale splendore e di una tale gravità – comporta, del resto, innumerevoli obblighi e bisogna tenersi pronti ad assumerseli – che questa messa al mondo deve sempre essere voluta o almeno accettata per se stessa... e non subita come la conseguenza indesiderabile di una realizzazione sessuale perseguita per se stessa. Il che non vuol dire, beninteso, che questa vita sessuale non abbia un valore intrinseco: ne ha uno, di cui ho indicato la portata profonda, che basta a renderla lecita in caso di sterilità naturale e perfettamente conosciuta. Ma ciò vuol dire che il valore della vita sessuale (che non definirei senza cautela un valore morale) non basta assolutamente a giustificare da solo l’accettazione di una nascita. Si può desiderare positivamente la nascita di un figlio, si può anche accettarla positivamente come un dono di Dio, accolto con riconoscenza e amato per se stesso; non si ha mai il diritto di subirla puramente e semplicemente come una conseguenza che dispiace e ancor meno come una conseguenza oggettivamente spiacevole. In questo caso, fino al ventesimo secolo, non c’era altra soluzione che uno sforzo perseverante per astenersi dalla vita sessuale. E se non ci si riesce? La prima cosa da fare è, certamente, di prendere coscienza che siamo dei poveri peccatori; la seconda è di mantenersi, malgrado tutto, nel fermo proposito (su cui tornerò).

Insistiamo ancora. A partire dal momento in cui un atto sessuale potrebbe oggettivamente provocare la nascita di un figlio, quest’atto costituisce un peccato grave se quella nascita non è accettata positivamente per se stessa e, più grave ancora, se essa non sembra accettabile oggettivamente. Questo peccato d’impurità non viene assolutamente abolito dall’accettazione materiale delle conseguenze di quell’atto, e cioè dalla sua fecondità. (È il caso di ricordare che il peccato mortale è un atto essenzialmente interiore, come tutto ciò che è morale o immorale).

Ci facciamo, perciò, delle grandi illusioni sul carattere "lecito" del metodo Ogino e dei metodi simili. In certe condizioni, e con certe intenzioni, l'utilizzazione di questi metodi può essere lecita. Ma può anche essere gravemente illecita se l’intenzione dei coniugi non è retta... ed è ciò che rischia di capitare, in realtà, molto spesso. In generale, ogni rapporto sessuale che esclude volontariamente dalla propria intenzione l’ordinazione fondamentale e oggettiva di tale rapporto alla fecondità, è una colpa grave. Chi agisce così, infatti, non può sostenere di essere sedotto nel suo agire dallo splendore oggettivo della vita sessuale, perché l’ordinazione alla fecondità appartiene appunto all’essenza di questo splendore. Ciò che dico, rimane vero per gli sposi naturalmente sterili o per i rapporti posteriori alla menopausa: altro è accettare una situazione di fatto voluta dalla Providenza e, malgrado tutto, cantare l’ordinazione fondamentale dell’amore umano alla fecondità avendo rapporti sessuali; altro è rifiutare quest’ordinazione fondamentale non solo con atti contraccettivi, ma già nell’intenzione.

 

 

In ogni atto umano ordinato alla fecondità, c’è un intervento della Provvidenza e un abbandono fiducioso nelle Sue mani. Nei periodi e presso i popoli in cui la natalità non era considerata una catastrofe, si accoglieva la fecondità effettiva come una benedizione divina. È perfettamente normale e anche doveroso offrirsi con prudenza a una tale benedizione, riflettere sul carattere più o meno auspicabile di una nascita imminente e sottomettersi, perciò, con intelligenza ai ritmi vitali, che oggi meglio conosciamo.

Ma questa docilità intelligente deve rimanere una docilità, una sottomissione fiduciosa alla benedizione divina, di cui si deve soltanto evitare che sia temeraria e sconsiderata. Anche nel caso in cui l’eventualità di una nascita sia praticamente impensabile (per sterilità naturale o per un impiego sicurissimo del metodo Ogino), c’è sempre un margine minimo d’incertezza, la possibilità di una sorta di miracolo analogo a quello di Sara, che non solo non deve essere rifiutato, ma anche accolto con fiducia, come segno della nostra sottomissione fondamentale alla Provvidenza e proclamazione che non siamo noi i padroni del mistero della vita: ci abbandoniamo nelle mani di Dio. Chi sostiene che un tale atteggiamento è molto comodo "per coloro che non rischiano niente", si sbaglia di grosso, perché se quest’atteggiamento viene adottato unicamente per non correre rischi, in verità non è l’atteggiamento da me descritto: chi agisce così per non rischiare, pretende sotto sotto di essere padrone di una fecondità di cui solo Dio è padrone.

L’astinenza (periodica o totale) dai rapporti sessuali è, dunque, virtuosa e talora necessaria, se rappresenta un perfezionamento della nostra sottomissione alla Provvidenza e non una insurrezione più o meno tacita nei Suoi confronti. La vita sessuale umana deve esprimere la nostra sottomissione intelligente e prudente a quest’ordinazione (con una prudenza, del resto, che può variare molto a seconda dei temperamenti e delle grazie ricevute).

Chi rifiuta una tale ordinazione, sia con degli atti sia nell’intenzione, non può sostenere, lo ripeto, di essere sedotto dallo splendore oggettivo della sessualità: è sedotto, invece, solo dal piacere che ne trae – e già questo è un peccato grave, praticamente inevitabile forse, ma che bisogna avere l’umiltà di riconoscere come tale, col desiderio sincero e gemente di esserne liberati dalla grazia.

In altre parole, bisogna cercare di fare esattamente ciò che ogni persona farebbe, se fosse totalmente libera e padrona, senza problemi, dell’istinto sessuale. In un caso simile, quale che sia lo splendore della vita sessuale come espressione dell’amore (e proprio a causa di quello stesso splendore compreso nella sua profondità naturale), mi sembra evidente che non si vorrebbe mai subordinare la nascita dei figli all’espressione dell’amore umano; al contrario, si subordinerebbe quest’ ultima alla nascita dei figli, per quanto se ne preveda e se ne accetti positivamente l’eventualità.

Tutto ciò non costituirebbe un problema, se l’istinto sessuale non fosse così violento e praticamente incontrollabile. Così dicendo, formuliamo un’obiezione molto seria, su cui è il caso di soffermarsi. Quest’obiezione non deve essere confusa, come sistematicamente si fa, con l’esaltazione della vita sessuale in nome del suo valore "espressivo": peccato non è amare la vita sessuale, ma essere incapaci di amarla secondo la nostra ragione e la nostra libertà. Dire che la vita sessuale è uno slancio irresistibile, è forse esaltarla, ma in questo modo non si esalta certamente la libertà umana; al contrario, riconosciamo che la libertà è ben misera e che, davanti agli splendori incontestabili della vita sensibile, diventiamo presto dei drogati e degli abitudinari.

Visto sotto quest’aspetto, il problema diviene quello di ogni peccatore particolarmente vulnerabile a certe tentazioni: egli prevede che, malgrado la sua buona volontà e i suoi sforzi, ricadrà immancabilmente in quel genere di colpe. La risposta a questo problema consiste in una distinzione, che può sembrare sottile, tra prevedere e accettare: l’alcolista che dispera di uscire dal suo vizio, di cui comincia a misurare le conseguenze degradanti, può benissimo volerne essere liberato con tutte le sue forze, pur prevedendo che per molto tempo ancora, sarà vulnerabile alla tentazione.

 

 

Non è allora, direte, una semplice velleità? Può esserlo, infatti, ma può anche essere un volere molto reale – in teologia si chiama desiderio efficace – che si traduce in sforzi non meno reali per evitare la tentazione e resisterle quando si presenta. Ciononostante, tali sforzi possono scontrarsi per molto tempo con l’enorme forza dell’abitudine o semplicemente del temperamento. Se uno soccombe, c’è peccato, cioè abdicazione della libertà (perché bisogna ammettere che una fedeltà perfetta alla grazia otterrebbe, in linea di principio, una conversione definitiva), ma non vuol dire che questo peccato sia commesso prima ancora che la tentazione si presenti, in quel periodo in cui, malgrado tutto, il peccatore prevede che la tentazione si presenterà e teme seriamente di soccombervi. L’importante, però, è che sia un timore, contro il quale dobbiamo combattere con tutte le nostre forze con atti di speranza: ciò non toglie che questa speranza verta su un vero miracolo e che, essendo uomini di poca fede, facciamo molta fatica a scacciare l’impressione, apparentemente irresistibile, che non potremo fare meglio. Ma essere un uomo di poca fede non è necessariamente un peccato mortale, se cerchiamo, malgrado tutto, di sperare come meglio possiamo e di dire con l’uomo del Vangelo: "Credo, Signore, aiutami nella mia incredulità!".

Quest’insegnamento si trova mirabilmente riassunto nella parabola del "piccolo piede" proposta da Teresa di Gesù Bambino a una delle sue novizie (e da me citata ne "La Lotta di Giacobbe"). Insistere su questo punto ci farebbe uscire dal tema della presente lettera. La domanda, che oggi ci poniamo, è sapere se gli sposi cristiani, messi di fronte all’enciclica e a tutta la morale coniugale, accettino di confessare che il fondo del loro problema non è diverso da quello degli altri peccatori. Ho l’impressione, ahimè, che molti, sotto la spinta delle dottrine attuali e dell’esaltazione della vita sessuale, non lo accettino: tendono, infatti, a pensare che nel matrimonio la vita sessuale non possa più comportare un peccato, a meno che non sia pervertita. Quest’atteggiamento mi sembra dipendere da un fariseismo molto più grave dello stesso peccato d’impurità. Rifiutano, infatti, di essere assimilati agli "altri" peccatori, a quelli che sono schiavi del piacere in tutte le sue forme e cadono in degradazioni condannate da tutti. Si credono di un’altra razza e di una pasta diversa da quella di Maria Maddalena e del buon ladrone. A rigore accetteranno di confessare qualche peccato, ma non saranno certo peccati vergognosi – come se ci fossero peccati nobili e peccati vergognosi, o piuttosto, come se ci fossero peccati scusabili (che il Creatore sarebbe tenuto, insomma, a perdonarci) e peccati inescusabili, che sono sempre quelli degli altri. La speranza consiste, invece, nel riconoscerci sinceramente inescusabili... pur confidando nella Misericordia di Dio.

I teologi che da anni e, soprattutto, dopo il Vaticano II hanno preteso di modificare sostanzialmente la morale coniugale e di "liberare" i coniugi cristiani da ogni "complesso di colpa", hanno una grave responsabilità in questo fariseismo. Non esito a proclamare che, secondo me, è a questo fariseismo che un sacerdote deve negare l’assoluzione, quando ha praticamente la certezza di avervi a che fare. Si tratta, è evidente, di una questione delicata, perché riguarda un peccato puramente spirituale, un rifiuto più o meno orgoglioso di sottomettersi, molto più difficile da discernere di un peccato esteriore. È tuttavia questo genere di peccati che, più di ogni altro, deve preoccupare il confessore, qualunque siano le difficoltà e le ansietà che questo compito comporta.

Non ignoro, in particolare, che numerosi cristiani possono in buona fede non sapere o non comprendere il senso profondo di questa morale coniugale – tanto più che l’insegnamento dispensato intorno a loro, non li aiuta molto. Ma, siccome quest’insegnamento è latore, in realtà, dell’orgoglio farisaico di cui parlo, è importante chiedersi in quale misura siano stati contaminati non solo dall’errore, ma anche dalla stessa ribellione, che cova in fondo a quell’errore. Compito estenuante e talvolta disperante, ma a cui non credo si abbia il diritto di sottrarsi.

Resterebbe da esaminare il caso di sposi sinceramente desiderosi di obbedire a Dio o, piuttosto, di amarLo in verità, ma il cui coniuge (cristiano o non cristiano) rifiuta categoricamente di sottomettersi alla morale cristiana. È una situazione estremamente dolorosa, per la quale mi scuso di non avere una soluzione già pronta: deve essere inventata per ogni singolo caso, procedendo nell’oscurità, a tentoni e nella sofferenza. Sono, però, convinto della speciale profondità della Misericordia divina verso coloro che sono immersi in un tale tormento... Sono anche più che mai convinto che l’atteggiamento interiore qui conta molto di più delle conclusioni materiali, sempre soggette a revisione in una situazione in cui sono in gioco tanti valori contraddittori; inoltre l’atteggiamento del coniuge recalcitrante può variare molto a seconda dei momenti – e talora a seconda dell’atteggiamento di colui o colei che vuole vivere cristianamente... e che spesso deve essere letteralmente ispirato da una sorta di genialità proveniente dallo Spirito Santo, per trovare la nota giusta. Ciò comporta inevitabilmente una costante lacerazione, che rappresenta per tali sposi la croce quotidiana offerta da Gesù Cristo.

 

 

Ho detto all’inizio che non avrei affrontato tutti i problemi. Uno di voi mi ha posto venti domande che, da sole, quasi esauriscono l’argomento: con tali domande potrei abbozzare una vera e propria "quaestio disputata" alla maniera di S. Tommaso, ma esito a farlo nell’ambito di queste lettere. Qualunque sia la vostra legittima curiosità intorno a tutti questi problemi, non dobbiamo perderci nel loro intrico né abbandonare le profondità evangeliche. Infatti la cosa grave che rende i problemi insolubili e li trasforma in impasse, non sono i problemi stessi, che paragonerei alle spine, ma il veleno che queste spine potrebbero contenere.

Cerco di darvi l’antidoto di questo veleno; l’antidoto si trova nelle profondità del Cuore di Cristo. Chi è liberato dal veleno, diventa capace di sentire e anche di accogliere con gioia le risposte dettagliate, che in queste lettere non fornisco. Anche se restano in lui dei dubbi e dei turbamenti, questo non gli impedisce di andare avanti. Chi, invece, si lascia paralizzare dal veleno dell’arroganza intellettuale, non può più udire né accogliere le vere risposte, anche se gli fossero offerte con la più grande accuratezza.

Bisognerebbe parlare, beninteso, dell’autorità del Papa e della Chiesa in queste materie e forse lo farò, se sento che anche il vostro turbamento è eccessivo in proposito. Ma è proprio in questo campo che il veleno è più subdolo e più inafferrabile. I giansenisti hanno trovato fino alla fine eccellenti ragioni per non accettare l’insegnamento di Roma... e oggi le stesse menti che ripudiano il giuridismo, menzionano un argomento giuridico per ripudiare l’enciclica. Confesso di non avere nessuna voglia di rispondere loro. Se qualcuno ha deciso di non accettare un insegnamento ecclesiastico diverso dalle definizioni solenni del Magistero straordinario, perché mai dovrebbe ascoltare me? Ad ogni modo, le mie parole hanno molto meno autorità dell’enciclica (è il minimo che uno possa dire): non potrei accettare che fossero accolte con più fiducia di quelle del Papa. Quanto a coloro che si fidano solo del loro giudizio proprio (anche se ha il sostegno della legione dei teologi e de chierici che non han fiducia anche loro che nel proprio giudizio, con tanta più arroganza quanto più sanno - o credono - di essere la maggioranza), vorrei in primo luogo guarirli da questo veleno e spiegare loro cos’è la fede, prima di dir loro qualcos’altro.

Prima di tutto, è importante sapere se il nostro atteggiamento intimo è cattolico o protestante, perché, se può esserci ecumenismo (ed è molto auspicabile) tra protestanti e cattolici, non può esserci ecumenismo tra l’atteggiamento protestante e l’atteggiamento cattolico. Il primo consiste essenzialmente nel non accettare altra autorità al di fuori dello Spirito Santo, del giudizio proprio e, sul piano esteriore, della Bibbia; il secondo ammette, invece, l’autorità esteriore della Chiesa allo stesso piano della Rivelazione: quella stessa autorità, ed essa sola, ci assicura che la Bibbia è ispirata. Bisogna scegliere tra questi due atteggiamenti. Chi, fosse anche un cardinale, discute un’enciclica proprio al momento della sua pubblicazione con il pretesto che non è infallibile..., costui, credo che, in verità, sia lacerato tra l’atteggiamento protestante e l’atteggiamento cattolico: egli cerca di mettere nella sua vita interiore il minimo di cattolicesimo e il massimo di protestantesimo. Non credo di essere ingiusto dicendo così, perché capisco benissimo questa sua lacerazione: mi sento capacissimo di condividerla, di esitare e di oscillare anch’io tra questi due atteggiamenti, ma ho l’evidenza che essi sono incompatibili l’uno con l’altro; temo, invece, che costui non abbia quest’evidenza... e vorrei proprio dargliela. Finché sentirò che questo punto non è stato delucidato, chiarito, sanato, temerò sempre che le nostre discussioni siano una perdita di tempo...

Che Cristo ci illumini su tutti questi punti, perché è veramente dal di dentro e sotto la mozione dello Spirito Santo che dobbiamo aderire all’autorità esteriore della Chiesa. Al di fuori di questo movimento perfettamente libero, personale e segreto, in realtà non c’è nulla...

NANCY, festa di S. Teresa di Gesù Bambino,

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

 

POST-SCRIPTUM

NON C’è SOLO IL BIAFRA

Non vi parlo spesso di problemi sociali e non credo di abusare eccessivamente degli slogan prodigati in proposito: penso, infatti, che altri ne parlino a sufficienza. Mi può, però, succedere di imbattermi in una realtà di cui non si parla molto o addirittura per niente, come mi è accaduto recentemente e… non posso tacere!

Il Burundi è un paese dell’Africa in cui la situazione non è certo peggiore di quella del Biafra, perché almeno il Burundi non è in guerra. Tuttavia si può dire, senza esagerare, che, dal punto di vista della mortalità infantile, la situazione è altrettanto grave. Anzi, dal punto di vista morale, diventa "peggiore", perché, per quanto riguarda il Biafra, se non altro ci sentiamo un po’ schiacciati dal senso della nostra impotenza, dovuta al blocco imposto dalla guerra e più o meno favorito dalle grandi potenze (che, per una volta, trovano il modo di mettersi d’accordo). Per il Burundi, invece, in linea di principio, possiamo tutto: non possiamo, è evidente, farne un paese sviluppato con le nostre sole forze, ma possiamo (com’è sempre stato compito della Chiesa) attenuare molto considerevolmente la mole di sofferenze provocate da questa mortalità infantile atroce, perché non dipende in primo luogo dalla malattia, ma dalla fame. L’unico ostacolo alla nostra azione è per prima cosa l’ignoranza e poi la nostra indifferenza. Non potrei dormire tranquillo, se non facessi uno sforzo, nell’ambito delle mie possibilità, per porre rimedio alla vostra ignoranza.

Un medico cristiano, e anche teresiano, che abita a Lisieux, mi ha messo al corrente di questa situazione e del suo sforzo per porvi rimedio. Lo conosco di persona e posso garantirvi che non è un esaltato. Ecco il brano di una testimonianza da missionario apparsa su "L'Echo d'Afrique", II, 68 :

 

 

"STORIA DELLA MORTE BIONDA"

(vicinissima ai nostri amici del Burundi).

Non c’è caso in cui l’angelo della morte non si accovacci in silenzio accanto al fuoco che cova sotto la cenere: egli ha il suo posto fisso tra i viventi e la sua veste color del lino, perché tutte le testine crespe che accarezza, diventano bionde e il suo bacio fa impallidire le gotine d’ebano. L’angelo svolge il suo compito presso tutti i piccoli che non possono saziare la loro fame se non con patate dolci e un pezzo di banana. Non appena la pigmentazione scura sparisce per mancanza di proteine e di vitamine, l’angelo prende con tristezza i bimbi nelle sue braccia e aspetta che le loro pancine si gonfino; piange quando i ricci spariscono dai loro capelli e la dermatite vorace s’impadronisce, come la lebbra, dei loro corpicini: allora conta le piaghe e i capelli che cadono, finché la schiuma bianca sulle loro boccucce ansimanti prova che i giorni della loro sofferenza sono finiti.

Cari amici, non crediate che stia esagerando: quando me l’hanno raccontato, non volevo crederci. Ma, quando siamo entrati nelle capanne, per cercare cibo e, invece, abbiamo trovato solo bambini scheletrici; quando abbiamo visto con i nostri occhi un bambino morire di fame mentre il padre, dietro la capanna, già stava intrecciando la stuoia nella quale avrebbe sepolto il piccolo cadavere; quando cinque minuti più tardi, abbiamo visto un uomo con un bambino morto fra le sue braccia e una donna con il badile sulle spalle che, come bestie feroci, camminavano sul sentiero della foresta, per andare ad affidare alla terra il frutto del loro amore, divenuto preda della fame; quando, infine, ho visto il corteo di seicento piccoli relitti che ogni giorno si trascinano verso suor Teresa per ricevere da lei mezzo litro di latte, ho capito che Dio ci maledirà, se non ci diamo tutti da fare per cancellare questo scandalo dal giardino lussureggiante dell’Africa.

Cristo ha moltiplicato i pani perché non voleva parlare di Dio a uomini con la pancia vuota. Guai all’umanità, se arriviamo troppo tardi. Guai a noi se manchiamo di generosità, se non capiamo che la vita del più povero di quei negretti vale più del benessere di cui godiamo senza merito. Per amore di quel bambino e di tutti i bambini innocenti del mondo, chiedo giustizia e amore per i bambini del paese della morte bionda.

Mandate i vostri doni:

- in valuta, a l’Abbé SEMEBAIA, C. C. P. 24.285-73 Paris;

- in vestiti, latte, medicine, micro-realizzazioni, ecc., a MEDICUS MUNDI CALVADOS, C. C. P. 1.447-20 E Rouen.

 

Responsabile : Dott. VIEL, 13 rue del Pré-d’Auge, LISIEUX - Tel. 62.11.86 - in collegamento con il Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo.

Potete anche domandare al dottor Viel tutte le informazioni e i volantini che vi permetteranno eventualmente di allertare altre coscienze.

 

 

 

Ancora una parola, prima di concludere. Senz’altro siete a conoscenza di numerose miserie per le quali è già stata sollecitata la vostra compassione. Ma lo splendore delle Alpi non vi ha impedito di gustare quello dei Pirenei, né le bellezze del mare quelle della campagna. Credo che la nostra compassione non debba avere altri limiti se non quelli della nostra gioia e che la miseria delle Indie non debba impedirci di essere sensibili a quella del Burundi. Quanto a ciò che possiamo fare, un gesto non ne impedisce un altro, non più di quanto un regalo fatto ad un amico, ci impedisca di farne ad altri amici.

 

 

N°4


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