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Cari Amici,
Parecchi di voi si sono preoccupati per la mia salute. Devo loro delle scuse, perché essa attualmente non mi dà preoccupazioni particolari: come diceva il Curato d'Ars "ho un buon cadavere", e non ho altra malattia dichiarata che la vecchiaia, da cui, evidentemente, nessuno può rimettersi prima della Resurrezione dei corpi.
Perché, stando così le cose, ho lanciato una sorta di grido daiuto chiedendovi di avere pietà di me? Qualcuno ha denunziato o sospettato il mio pessimismo, o addirittura una certa angoscia di cui mi dovrei correggere, o chiedere d'urgenza la guarigione. Riconosco volentieri di avere una tendenza al pessimismo, che ha pesato sul mio apostolato, causando parecchi danni. Ho più difficoltà a sottoscrivere il termine angoscia,, ma poco importa: vi devo delle spiegazioni a proposito della lettera che ha suscitato le vostre preoccupazioni.
In realtà, andando verso gli 82 anni ho semplicemente visto avvicinarsi l'ora della mia morte: non cè bisogno di essere malati per farlo. Allora ho gridato come Giobbe: "Abbiate pietà di me, almeno voi miei amici, perché la mano del Signore mi ha toccato" e nello stesso tempo ho pensato alla vostra morte, per la quale vi ho suggerito di chiedere aiuto anche voi.
Come vedete era molto semplice, e chiedo scusa di non averlo saputo dire così chiaramente: vedo avvicinarsi la morte e riconosco di non essere allaltezza davanti a questa realtà quasi infinita, che mette fine a tutto nellordine umano. Niente di più e niente di meno: mi sento come appena risvegliato davanti a questo mistero che si avvicina ogni giorno sempre di più.
Tuttavia "è ora di svegliarvi!" dice san Paolo. Allora cerchiamo insieme, va bene? In ogni fase della nostra vita possiamo gridare Kyrie eleison, perché la scoperta di Dio è sempre sconvolgente e talora schiacciante. E nello stesso tempo possiamo cantare il Magnificat. Da sempre la Chiesa canta insieme il Kyrie Eleison e il Magnificat ed io cerco di sentire cum Ecclesia (vibrare all'unisono con essa), perché la mia liturgia sia leco della sua Liturgia eterna eco, a sua volta, del grido di Gesù sulla Croce.
Questo grido attraversa i secoli, alimentato da tutte le tentazioni di disperazione da cui gli uomini sono vessati a partire dalla caduta... e dalla gioia eterna che si abbatte su questa disperazione come lavvoltoio sulla preda, per portarla nella Pace di Dio che sorpassa ogni intelligenza: chi non sente questo grido attraverso il Kyrie eleison e il Magnificat non sente niente, perché non sente lo Spirito Santo dietro i balbettii della miseria umana.
In tal caso non vale la pena che ascolti. Ciò che conta, insomma, è meno ciò che si dice che ciò che si sente... e si sente secondo lo spirito che dà vita, o la lettera che uccide. Non sono i predicatori che mancano, ma gli ascoltatori del canto divino attraverso il mormorio del mare, il rombo dell'Oceano che la Chiesa non cessa di far sentire da duemila anni...
Il grido di Gesù è il grido di un uomo ed è quello di Dio. Il Kyrie Eleison è il grido dei peccatori e nello stesso tempo il grido di Maria e di Gesù, per perdersi infine nel gemito inenarrabile dello Spirito Santo. Attraverso la mia lettera, in ultima analisi, era lo Spirito Santo che speravo una volta di più di farvi sentire con tutta la mia inadeguatezza personale, ma anche con il carisma di cui Dio mi chiederà conto, se non me servo abbastanza...
Ma perché, mi dicono alcuni, lei non canta il Magnificat come e più del Kyrie Eleison? Perché queste due gridi si fondono nel gemito dello Spirito Santo: ogni Magnificat che non sia nello stesso tempo un grido di dolore è pericolosamente farisaico.
Viceversa, un dolore e una paura che non siano nello stesso tempo un grido di gioia soprannaturale, ci espongono evidentemente al pericolo di disperazione, e di una disperazione diabolica. Posso essere stato tentato da questa disperazione: chi non lo è mai stato scagli la prima pietra! "L'uomo che non è stato tentato non sa niente": questa frase della Scrittura ci insegna una volta per tutte secondo quali armoniche la Chiesa canta insieme la sua gioia e il suo dolore, come uneco attenuata del grido di Gesù sulla Croce.
* * *
Detto questo, a forza di spremermi le meningi (che è un po il mio "debole", con cui da molti anni vi avveleno l'esistenza), sono arrivato a scoprire una verità molto semplice, una verità eterna che il Vangelo, S. Paolo, gli Apostoli, i Padri, i predicatori e i Dottori della Chiesa proclamano da duemila anni, con tutti i santi, i mistici e i catechismi elementari: e cioè che la morte (specialmente quella dei bambini martiri, violentati, assassinati) sentita spesso come il trionfo del Male e dellinferno è in realtà il rinnovarsi, la figura o il prolungamento della vittoria pasquale (beninteso se la libertà del morente non vi si oppone).
Questo è il senso della morte alla luce della fede. Confesso di non essere spontaneamente allaltezza di questa luce. "L'irreligione lugubre e disperata, il trionfo del peccato, la sconfitta di Dio", come dice Newman, mi saltano agli occhi più della vittoria pasquale. Mi sento prostrato come i discepoli di Emmaus davanti allorrore delle quattordici stazioni che la Chiesa medita da secoli: la crocifissione del solo volto (il Volto Santo) in cui il cuore umano poteva riporre la sua speranza...
Il potere esercitato da Cristo sulla malattia, la morte e il diavolo aveva suscitato un fremito di speranza nei piccoli e nei poveri d'Israele: per i discepoli di Emmaus questa speranza era spazzata via definitivamente. E scopro che siamo ancora allo stesso punto, davanti agli orrori di Auschwitz, alle tenebre che invadono il mondo, alla fede che scompare dal cuore dei sacerdoti orrore ancora più grande dello stalinismo o del New Age. Arriviamo a leggere il giornale come un kerigma cinico e quotidiano della morte di Dio...
Noi dimentichiamo semplicemente che la vittoria pasquale continua ed è questo che Gesù ha rimproverato ai discepoli di Emmaus di non vedere. Non sapevano ancora che era risorto (non lhanno intuito che dopo la sua sparizione), ma sono stati rimproverati di avere un cuore duro e tardo nel comprendere le parole della Scrittura sul Servo sofferente di non saper leggere, in una parola, il vero trionfo di Dio e del Bene proprio attraverso quello stesso spettacolo che li gettava nella disperazione: non quello della Resurrezione, ma quello di Gesù che spira sulla Croce, lanciando il grido eterno di Gioia che asciuga ogni lacrima dai nostri occhi...
Sono quindi cieco come i discepoli di Emmaus. Ma, proprio per questo, non saprei accettare altro ottimismo, né ricevere altri rimproveri: "lei non sa vedere mi dicono ciò che cè di bello e di buono nella Chiesa e nel mondo". Ma Gesù mi dice: "Tu non sai vedere la vittoria di Dio attraverso la mia morte in Croce".
È il solo rimprovero che accetto di sentire. A quelli che me ne fanno altri devo rimproverare a mia volta, in quanto predicatore, di volermi trascinare in un ottimismo umano, farisaico e confortevole, che non si fonda sulla gioia della Croce (O crux Ave spes unica!), ma sulle consolazioni della terra.
È uninsolenza supplementare fondare questo ottimismo sulla Resurrezione. Perché la Resurrezione non è la vittoria pasquale: ne è solamente l'epifania e la conferma, offerta da Gesù agli scettici come Tommaso. Essa è anche, e meglio ancora, il germe del Regno presentito dal Buon Ladrone non davanti al Cristo in gloria, ma davanti a Gesù crocifisso.
Non è il Cristo in gloria che Maria Maddalena cercava il mattino di Pasqua, animata da una gioia segreta che era già quella del Regno: è il corpo deposto dalla Croce e piamente raccolto insieme a Maria. E se Gesù le ha chiesto di non toccarlo, è appunto perché non Lo poteva ancora seguire nell'esplosione escatologica della gloria...
Se si vuole dunque conoscere la gioia pasquale, bisogna rinunciare alle altre gioie, con laccanimento di un San Giovanni della Croce. Questo non vuol dire smettere di essere umani, deboli, disarmati, gementi, peccatori, tutto ciò che si vuole... ma smettere di stare comodi. Gesù continuerebbe a fare molte più guarigioni mediante i suoi sacerdoti, dice Caterina Emmerich, se questi attingessero la loro gioia alle fontane della Salvezza e dell'acqua viva, nelle piaghe gloriose di Gesù, riverberate sugli stigmatizzati...
Il realismo contadino della Chiesa afferma certo che la gioia pasquale conoscerà un regime diverso da quello crocifisso dellora attuale: è un elemento fondamentale della sua predicazione, del suo catechismo e della sua salute. Ma questa salute ci è data nelloscurità militante della fede. Se ne facciamo l'alibi di un ottimismo confortevole, trasformiamo questa gioia in una fantasticheria anestetizzante e togliamo sapore al sale della terra... e con che cosa lo si potrà rendere salato?
Ogni gioia che non sia in qualche modo crocifissa è un eccitante. Non è certo quello che vi posso augurare! Perciò "abbiate pietà di me, e chiedete a Dio di avere pietà di voi". Se acconsentite, Egli verserà "nel vostro grembo una buona misura, pigiata, scossa e traboccante": non posso davvero desiderare altro né per voi né per me...
Fr. M.D. Molinié
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