N°43


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DAL BUCO NERO ALLA FONTANA BIANCA

 

La Chiesa visibile esiste, è un dato di senso comune. Che esista anche la Chiesa invisibile, è ugualmente un dato di senso comune, ma di un senso comune soprannaturale: quello di coloro che hanno occhi per vedere e orecchi per intendere. Bisogna essere immersi, infatti, in tenebre singolari, per non riconoscere l'esistenza e l'originalità dei santi. Chi, almeno in Francia, non ha mai sentito parlare di un santo?

Ciò che è grave non è l'ignoranza circa la loro esistenza, ma l'accecamento riguardo al loro splendore e al loro segreto, accecamento che minaccia i devoti quasi quanto gli scettici e gli increduli. Non farò qui la descrizione delle molteplici devozioni che rimangono alla superficie delle cose: anche nel migliore dei casi, siamo ciechi nei confronti dei santi che amiamo o veneriamo di più. C'è nella loro vita, nel loro cuore, nel loro volto, qualcosa che non scrutiamo abbastanza profondamente.

Una prima scoperta dovrebbe esserci relativamente accessibile. Quanti cristiani, malgrado la loro intensa devozione per qualche santo, hanno veramente coscienza dell'abisso che lo separa dai grandi contemplativi indù? Questi possono stupirci per una sete di Dio e un'intensità ascetica che supera di gran lunga quella della maggioranza degli asceti cristiani. Ho raccontato spesso la storia di quel guru che dice al suo discepolo, dopo avergli immerso la testa nell'acqua fin quasi a farlo soffocare: "Quando penserai a Dio come pensavi a respirare, saprai che cos’è la sete di Dio".

Questi contemplativi, e molti altri, possono dunque rivaleggiare coi santi cristiani per una vita interiore altrettanto invidiabile. Solo che questi ultimi non sono solamente innamorati di Dio, ma di un uomo. Di quest’uomo hanno sete quanto ne hanno di Dio, e questo da duemila anni. Fenomeno rigorosamente unico nella storia: nessuno potrebbe contestarlo, e nessuno si arrischia a farlo. Ci si accontenta di ignorare questo paradosso, di banalizzarlo invece di esserne stupefatti, o addirittura scandalizzati – il che sarebbe comunque più serio che prenderlo alla leggera.

Dunque da duemila anni i cristiani sono innamorati di Gesù Cristo, vero Dio per quelli che hanno la fede, ma vero uomo per tutti: perché questo, ripeto, è un fatto storico. Non l'esistenza di Gesù Cristo, che certi storici hanno trovato modo di contestare: ma quella degli innamorati di Gesù Cristo, che si chiamano cristiani. La loro esistenza è incontestabile e non è mai stata contestata. Semplicemente si passa accanto a questa realtà senza misurarne la profondità stupefacente. Anche senza arrivare alla follia della Croce, la follia che consiste, per una ragazza, a "seppellirsi" in un convento perché è innamorata di Gesù Cristo, si perpetua da duemila anni e non interessa nessuno... almeno quanto dovrebbe – e cioè appassionatamente, che si sia pro o contro.

Certi persecutori hanno pensato di mandare i cristiani in manicomio. Hanno anche cominciato a farlo ai tempi del comunismo, e così a render loro omaggio. Perché se non vengono rinchiusi, che sciocchezza trattarli come gente innocua, senza misurare la bomba che è nel loro cuore: amare con tutte le proprie forze, con o senza peccato, con o senza debolezza, un uomo nato duemila anni fa! Del resto i primi cristiani, che morivano per un uomo vissuto cent’anni prima di loro, non erano meno folli di quelli di oggi.

Che cosa significa dunque questa follia? È necessario rompersi la testa per capire che tali uomini e tali donne devono o essere mandati in manicomio, e massacrati... o sconvolgere completamente la nostra esistenza? Nessun problema sociale, umano, familiare o metafisico può più porsi allo stesso modo a partire dal momento in cui questa gente non viene uccisa. Perché se non li si uccide bisogna prenderli sul serio, interrogarli, chiedere loro delle spiegazioni su ciò che è loro successo, ascoltare appassionatamente le loro risposte... ed allora vedrete cosa vi succederà!

Gesù era il nemico giurato dei farisei, sostenitori accaniti di un giudaismo puro e duro, fedele alle prescrizioni del suo fondatore, Mosè. Uno dei più intelligenti tra loro, assistendo alla lapidazione di Stefano che dichiarava di "vedere i cieli aperti e Gesù seduto alla destra del Padre" – questo dopo la morte di Cristo (e anche dopo il periodo di quaranta giorni in cui i discepoli sostenevano di averlo visto), capì subito l'enorme pericolo rappresentato dagli Apostoli di quel "seduttore". Sentì che il mondo greco-romano, che costituiva per lui l'universo, rischiava di essere sconvolto da loro, e il giudaismo di sparire per influsso di questa setta: decise dunque di fare di tutto per distruggerli.

Aveva ben ragione di temere tutto questo, ma non s’immaginava che ne sarebbe diventato lo strumento privilegiato, in seguito ad un'apparizione di quello stesso Cristo. La conversione di Paolo sulla via di Damasco non ha smesso di ripetersi indefinitamente. Senza il rinnovarsi permanente di eventi di questo genere, i cristiani sarebbero spariti da tempo: la loro società, che si chiama Chiesa, è infatti sottoposta a una perpetua decadenza, e non resisterebbe, se Cristo e i santi morti per Lui non intervenissero ad ogni istante per risuscitarla.

Mi presento perciò a questi testimoni (chiamati anche martiri), e mi presento come incredulo, perché in verità lo sono. Non capisco niente dell'universo che mi circonda, e di tutto ciò che mi si può dire sull'esistenza di Dio, sul Suo Amore per noi, sulla vita eterna che ci attende nel Cielo intravisto da Stefano… tutto ciò non placa la mia inquietudine e non dissipa i miei dubbi. Mi sembra infatti, secondo la parola di Pascal, "incomprensibile che Dio sia, e incomprensibile che non sia". Chiedo loro dunque come fanno per uscirne e trovare la luce in mezzo a una tale oscurità, immersi come sono, al par di me, nelle tenebre del mondo.

La loro prima risposta consiste nel chiedermi di non confondere tenebre e oscurità. La luce che li abita, mi diranno, rifulge nelle tenebre e le dissipa. Ma non dissipa ogni oscurità, anzi: è portatrice di un'oscurità più grande, più profonda, più vertiginosa, delle tenebre di coloro che non hanno la luce. Questa luce in verità è una notte... o se si vuole la loro notte è più luminosa di ogni luce. Più si immergono in essa, più sono sconcertati, come lo sono anch’io. Ma ripongono tutta la loro gioia nellessere così sconcertati dal mistero di Dio, a perdervisi come in un buco nero, e a immergersi nel cuore di questo buco nero verso la luce di Cristo crocifisso e risorto.

Tutta la vita di Cristo, la sua morte e la sua risurrezione, proclama che Dio ci ama. Ma Gesù stesso ci ha avvertito che nessuno può venire verso questo amore se il Padre non lo attira per mezzo di una seduzione dello Spirito Santo. Misuriamo male infatti in quale sgomento, o almeno in quale sconcerto, la nostra intelligenza si trova immersa dalla semplice affermazione che Dio ci ama. Se la maggior parte dei cristiani ci si adatta, è perché non riflette. Vorrei dunque mostrare prima di tutto che, per un'intelligenza normale, questa proposizione è rigorosamente inaccettabile. Sant’Agostino ci dice felicemente a proposito di Dio: "Se credi di capirci qualche cosa, non è Dio". Per la nostra intelligenza, dunque, il solo modo di avere a che fare con Dio è quello di accettare uno scacco incredibile, agli antipodi delle tenebre ma anche della chiarezza pretesa dalla nostra mente – chiarezza che l‘Anna di Mister God chiama: le nostre "piccole scatole". È impossibile che Dio ci ami, semplicemente perché è impossibile che noi esistiamo... per lo meno se Dio esiste.

Egli occupa infatti, se così posso dire, tutto il posto. Se l'Infinito esiste, come proclamano i cristiani (e gli Indù), che posto resta per i limiti della creatura? Essa viene immediatamente assorbita in Dio, inghiottita in Lui... in poche parole, non esiste.

Gesù lo dice a Caterina da Siena: "Tu sei colei che non è". Ma questa affermazione: "essere ciò che non è", che cos’è se non un buco nero per l'intelligenza? La prima umiltà che Dio ci chiede, è di immergerci in questo buco nero per comprendere che noi siamo effettivamente nulla, ma un nulla stranamente prezioso ai Suoi occhi, e che Lui stesso rispetta infinitamente.

Davanti a una tale dottrina la nostra intelligenza esplode. Non le resta altro che sprofondare nella follia – ciò che molti fanno praticando la leggerezza, restando alla superficie delle cose, non stupendosi di esistere, non chiedendosi verso cosa stanno andando e cosa significa la loro presenza nell'universo: questo è sprofondare in una cattiva follia... proprio quella che sente il bisogno di sbarazzarsi dei cristiani per dormire tranquilla nella sua spensieratezza.

La buona follia consiste invece nell’aprire gli occhi sull’abisso della nostra esistenza di fronte a Dio, a immergerci in fondo a questo buco nero, gettando il nostro cuore in Quello di Cristo. Quelli che si rivolgono alla Madonna ci riescono più facilmente, perché il Cristo è Dio e uomo (e questo è già un abisso), mentre la Madonna è una pura creatura come noi - e Gesù ce l'ha data per Madre sulla Croce, rifugio pieno di dolcezza in questo naufragio assoluto.

Il buco nero sbocca nella Fontana bianca, che è la Visione faccia a faccia: non c'è altra strada verso il Cielo che quella di immergersi in esso. Vorrei parlare di queste cose come un bambino. Un bambino che gioca, che canta, che piange e che ride. I bambini non hanno paura di balbettare, di dire qualunque cosa perché accettano di essere superati dai misteri che li circondano: la vita, gli uomini, l'universo... Dio. Accettare questo, è già orientarsi verso il buco nero nella leggerezza gioiosa di colui che sente "che tutto questo è buono ".

Dire qualunque cosa senza orientarsi verso il buco nero, è la cattiva follia. Ma farlo come un bambino, è la buona follia alla quale vorrei rendere omaggio, alla quale soprattutto vorrei invitare quelli che mi leggono e mi ascoltano... e invitare con forza me stesso.

Tutte le luci accumulate dalla Chiesa da duemila anni, e dalle quali i santi sono inondati, sono stelle nella notte: questa notte è più luminosa delle stelle, perché essa porta alla Fontana bianca passando dal buco nero. Gesù stesso nella sua umanità, Sole di Giustizia, è solo una stella persa nell'infinito della sua divinità. Non è immerso nel buco nero poiché è stato concepito nella Fontana bianca, sa tutto ma il suo cuore umano resta perso davanti all'infinità che lo supera. Adesso che è risuscitato essa lo supera ancora, ma secondo una modalità celeste di cui riparleremo – balbettando, certo, come bambini...

D’ora in poi andremo di follia in follia, e di oscurità in oscurità. Prima follia e prima oscurità: le tre Persone si fondono in una stretta ("étreinte") infinita che rispetta perfettamente la loro distinzione, essa pure infinita. Il Padre ama il Figlio in quanto sono un solo Dio, ma ama anche il Figlio in quanto Figlio, infinitamente distinto da Lui. E il Figlio ama il Padre allo stesso modo. Inoltre, l'amore umano ce ne dà una pallida immagine, il Padre e il Figlio, essendo innamorati uno dell'altro, sono anche innamorati del "Loro Amore" che è Unico, e costituisce la terza Persona della Santissima Trinità, sedotta a sua volta dal volto del Padre e del Figlio come una Madre lo è dai suoi figli.

Il Padre e il Figlio sono affascinati dallo splendore della loro divinità, ma anche dallo splendore della loro distinzione, e dallo splendore dello Spirito Santo che è "il Loro Amore". Non bisogna credere che vi si abituino, come noi ci abituiamo a tutto: immaginiamo troppo facilmente che la bellezza di Dio, essendo al suo livello, lo lasci abbastanza indifferente. Ma lo stupore dell'abbagliamento che ci attende quando entreremo nella Fontana bianca è ben poca cosa a confronto dell'estasi e del diletto con cui Dio gode di essere Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Noi siamo incapaci di pensare a queste cose senza metterci un po’ di gerarchia. Il Padre è il Principio delle altre due Persone, il fondamento del gioco trinitario - ma lo Spirito Santo ne è il frutto ultimo. Il Padre ha la bellezza della Fonte, il Figlio la bellezza dell'Infanzia, lo Spirito Santo quella dell'Amore reciproco - che in un certo modo si presenta ai nostri occhi come la bellezza suprema della Santissima Trinità.

Seconda follia e seconda oscurità: i Tre ci hanno amati eternamente. Ciò significa che non si sono accontentati di Loro stessi. I teologi insistono molto sul fatto che Dio non ha bisogno di noi, affermazione rigorosamente esatta, ma straordinariamente pericolosa per la nostra rozzezza umana. Se la si spinge fino in fondo, giunge al sospetto che Dio non ci ama veramente: ama in noi l'occasione di manifestare la sua Gloria – della quale, agli occhi dei teologi, è estremamente geloso, come se si potesse levargliela.

Questi teologi distinguono la gloria interiore, che i Tre si donano reciprocamente, e la gloria esteriore che viene dalla creatura. Anche in questa gloria esteriore i Tre si compiacciono, e non tollerano che la si perturbi con il peccato: Essi provano allora il bisogno di "riparare" la breccia introdotta nell'ordine divino, infliggendo al colpevole dei castighi spaventosi ritenuti in grado di ristabilire l'equilibrio, e di salvare la bellezza di questa Gloria esteriore.

In questa prospettiva, bisogna ben dire che Dio non ci ama veramente: Si ama attraverso di noi, definiti come la sua Gloria. Egli si ama in noi - come ci si potrebbe amare in una pentola senza amare la pentola. Questa, certo, è una caricatura, ma i teologi sono sicuri di evitare efficacemente ogni sospetto di una tale caricatura nella loro mente e in quella dei fedeli? Sottolineano anche che non c'è in Dio una relazione reale alla creatura: è reale solo la relazione della creatura a Dio, perché sarebbe un'imperfezione per la divinità essere soggetto di altre relazioni che quelle trinitarie.

A rigor di logica non si può dire che abbiano torto, ma la logica stretta ha i suoi limiti che corrispondono perfettamente alle "piccole scatole" di cui Anna diffidava. Chiudere Dio nella nostra logica, è chiudere l'Oceano dentro al buco nella sabbia in cui un Angelo faceva finta, davanti a Sant’Agostino, di volere chiuderlo: "Ci riuscirò, gli disse, prima che tu abbia messo la Trinità nella tua testa".

La Trinità, le Sue opere, il Suo Amore per noi: niente di tutto ciò può entrare nella nostra testa se gli infliggiamo il letto di Procuste delle nostre piccole idee con la loro logica grossolana. Dire che Dio ci ama, a stretto rigore di termini, è un’incongruenza intollerabile. Per un teologo rigido, Dio non può amarci veramente, perché non può essere sedotto dal nulla: può essere accondiscendente, benevolo, distributore generoso di tutte le grazie che si vorrà – ma tutto ciò per amore di Sé e della sua Gloria, non per amore per noi.

A questa teologia opporrò il grido di Teresa che è quello di tutti i santi: "Ah! Gesù, lasciami dire che il tuo amore va fino alla follia"! Davanti al Dio della Bibbia, la Chiesa intera sente bene che occorre far passare la logica dopo la luce del buco nero dentro al quale la Rivelazione porta il nostro cuore e la nostra intelligenza...

Dunque Dio ci ama, è sedotto dal nostro nulla e lo rispetta all'infinito. La Rivelazione cristiana è tutta qui, nell'originalità che la distingue definitivamente dall'induismo, dall'Islam e dal paganesimo. Questa Rivelazione era latente nel giudaismo, preparazione offerta al popolo eletto del "segreto nascosto dall’inizio dei secoli": Dio non ha potuto accontentarsi di essere Dio, ha avuto bisogno di noi – non per completare la sua perfezione o aggiungere alcunché alla sua Sapienza... ma per essere folle ("perché la follia di Dio è più sapiente della sapienza degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini", 1 Cor. 1,25). Dio dunque aveva voglia di essere folle – o piuttosto Egli lo è da tutta l’eternità, secondo una dimensione del suo Amore che non comprenderemo mai: l'Amore che ha per noi è il buco nero in cui dobbiamo sprofondare perdendo la testa, per sbucare un giorno nella Fontana bianca.

Ed è qui che bisogna scegliere: o uccidere i cristiani... o seguirli in questa follia che proclamo in nome della loro Rivelazione – anche se i teologi fanno tutto ciò che possono per attenuarla, renderla insipida e dissolverla: "Se il sale diventa senza sapore, a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini..."

Certo, la seduzione che il nulla esercita sul Cuore di Dio è eterna come lui. Dio ha visto da sempre che dando l'esistenza alla creatura nella sua nudità insondabile, questa nudità non avrebbe perso niente della povertà che fa il suo fascino. Follia più grande ancora ai nostri occhi: la creatura si distingue da Dio nel modo in cui i Tre si distinguono tra loro – evidentemente senza saperlo, poiché nella sua povertà non sa nulla.

Ma Dio ha anche visto che poteva illuminarla, sempre senza che perdesse il suo fascino, e che così essa sarebbe diventata, in qualche modo, una quarta persona della Santissima Trinità, distinguendosi dai Tre per la sua stessa povertà, che costituisce il suo valore infinito agli occhi della follia divina. Allora ha creato questa bella addormentata nel bosco, con l'intenzione di offrirle la luce sul mistero di cui parlo, affinché si immergesse eternamente nelle delizie della stretta ("étreinte") che regna tra i Tre.

Ma, senza nulla toglierle della sua povertà, e per aumentare il suo valore infinito, ha voluto non solo rispettarla come i Tre si rispettano in un'umiltà indicibile, ma rendersi mendicante e dipendente dal suo nulla. La mendicità è l'opera del povero per eccellenza, in qualche modo la sua epifania, e questo che le dà, agli occhi di Dio, una seduzione incomprensibile: la mendicità dell'amore si esercita tra i Tre, che si chiedono perdutamente "mi vuoi amare?" in una supplica indicibile e indicibilmente esaudita. E Dio ha sentito il bisogno di praticare questa mendicità nei confronti della sua stessa creatura, chiedendole "mi vuoi amare"?, e non per gioco...! ma in una supplica essa stessa povera quanto basta perché la creatura abbia realmente il potere di rispondere Sì o No ad una tale supplica.

Possiamo credere qui di toccare il fondo della follia, ma questa follia non ha fondo, e non siamo al termine delle nostre sorprese. Rimane che questa follia è enorme, e che ci trascina in un baratro spaventoso: perché si tratta semplicemente del mistero del Male. Se la creatura è veramente libera di accettare o di rifiutare la supplica divina, alcuni diranno Sì, e sarà uno splendore inimmaginabile; i "ladri del Paradiso" potranno conoscerla, ma non ne saranno la fonte, mentre gli Angeli buoni, e noi stessi, se saremo fedeli, avremo fatto realmente a Dio il dono del nostro cuore assieme a quello della nostra libertà.

Ma siccome Dio non è folle per gioco e non fa finta, la libertà che ci offre non è uno scherzo: se abbiamo il potere di offrire un Sì di cui non sospettiamo il valore, abbiamo anche il potere di opporgli un rifiuto il cui l'orrore supera ogni immaginazione. Dio accetta di assumerne il rischio, ed io confesso che ancora oggi non riesco a comprendere questo mistero - non riesco ad accettare, dal mio povero punto di vista, la serietà di un tale rischio.

Lo accetto fidandomi, chiudendo gli occhi per immergermi nel buco nero che sbocca qui nelle tenebre dell'inferno. Dio ha permesso l'inferno, e qualcosa in me fa fatica a perdonarglieLo. Questa resistenza è peccaminosa, la rinnego, ne chiedo perdono... ma non posso sopprimerla. Non posso che offrirla alla Misericordia supplicandola di dissolverla... ma non mi si farà dire che accetto l'inferno.

E io so nel mio profondo che neppure Dio, a suo modo, l'accetta. Non mi permetto però di sognare che sia vuoto, come tanti dottori e pastori si compiacciono oggi di fare per il loro comfort. Non lo voglio questo comfort, voglio soffrire con Dio, e come Lui, delle conseguenze della sua follia; voglio amare questa follia amando la sofferenza che provoca in me, perché sospetto che sia molto debole rispetto a quella che provoca in Lui.

Se gli Angeli non hanno conosciuto la follia della Croce, hanno però dovuto acconsentire alla kenosis di cui parla San Paolo - la follia dell'abbassamento in cui si compiace l'amore. L'amore naturale, anche sollevato dalla grazia non va così lontano, ignora la follia di Dio, non ha voglia di affondare nell'uragano del buco nero. La carità divina, in cui si perde la carità creata per non fare con Lei che un solo amore, non distrugge la natura angelica, ma le fa subire una metamorfosi più profonda di una distruzione, un abbassamento che la riduce a niente prima che risusciti nella Visione faccia a faccia.

Se l'angelo non accetta di abbassarsi per far piacere a Dio, per abbandonarsi alla follia dell'amore che sola può compiacersi in un tale abbassamento, è obbligato a prendere l'amore in orrore e ad erigere, contro l’amore stesso, il suo proprio splendore come un idolo: è questo il peccato d’orgoglio che ha commesso e che, per gli Angeli, è anche immediatamente il peccato contro lo Spirito Santo.

Nel caso dell'uomo, la minaccia dell'inferno può diminuire la sua libertà, nel senso che darà per timore, imperfettamente ma realmente, un'adesione che non darebbe per puro amore. Non è così per gli Angeli la cui natura si rivela qui indomabile: ciò che un Angelo non fa per amore, non può farlo per timore. Se gli si chiede di accettare un amore, non può farlo che per amore, nessun timore e nessuna considerazione può sostituirsi al dono gratuito che gli è al tempo stesso proposto e richiesto. L'orrore del peccato gli è talmente connaturale che l’angelo è impeccabile finché solo esso è in causa. Questo orrore dunque non interviene nel corso della prova alla quale il demonio soccomberà: non basta a determinare la scelta buona.

Queste osservazioni del resto riguardano ogni vita spirituale, tanto quella dell'uomo quanto quella dell'angelo. Se è un amore che ci è chiesto, nessun timore ci permetterà di offrirlo: per amare, occorre uno slancio (della natura o della grazia) al quale la nostra libertà decide di consentire. L'oggetto dell’opzione è sempre quello: lasciare parlare in noi uno slancio del cuore – o resistergli e obbligarlo a tacere.

Se lasciamo parlare il nostro cuore, siamo al tempo stesso trascinati dallo splendore del Bene al quale ci doniamo, e dal sapore stesso dell'amore. Questa mozione profondamente gratuita e sovrabbondante è rigorosamente insostituibile: nessun timore, per quanto terribile sia, può obbligare a fare questo movimento... semplicemente perché il timore è timore e non amore.

Ma la natura umana non ha su queste verità la lucidità degli Angeli. Per questo motivo le sue opzioni restano a lungo imperfette, e cioè mescolate a movimenti più o meno contraddittori, che concludono nel nostro cuore una specie di compromesso, a beneficio del chiaroscuro della nostra debole coscienza.

Vi è certamente un timore filiale di Dio che si radica in fin dei conti nell'amore stesso, ma c'è anche un timore privo d’amore, ed è questo timore che non comprendiamo come non fermi sul bordo del baratro gli angeli e anche i peccatori. Non riusciamo a comprendere che il timore servile, senza essere incompatibile con l'amore, non può portare all'amore. Perché diventi filiale, bisogna che intervenga un cambiamento rigorosamente gratuito, una sovrabbondanza generosa che non sopprime il timore, ma non gli deve niente, e lo trasfigura interamente.

Del resto, non è certo che la Parola di Dio fosse accompagnata da minacce. Come dice San Tommaso, ci sono molte cose che la Rivelazione ha bisogno di precisarci, ma a proposito delle quali l’acume degli Angeli non aveva bisogno di nessun chiarimento. Comunque sia, è molto probabile che l'Angelo abbia compreso perfettamente (come noi non comprenderemo mai quaggiù) ciò che sarebbe stata la pena del danno, la disperazione di essere separati da Dio per sempre. Ma l'evidenza dell’infelicità eterna, in cui li avrebbe gettati un’opzione negativa, non ha giocato nessuno ruolo nella decisione degli Angeli, né dei buoni né dei cattivi... a meno che non la si consideri semplicemente come un corollario della gravità della scelta che dovevano fare, gravità la cui coscienza ha evidentemente impregnato la loro decisione.

E questo ci porta ad una considerazione più delicata. Se gli Angeli non potevano dire di sì per timore, non potevano farlo almeno per saggezza? Si capisce bene che gli uomini si precipitino facilmente verso la sventura, trascinati e accecati dalle loro passioni, ignorando la natura vera della felicità, troppo pigri per uscire da una tale incoscienza. Ma niente di tutto questo può essere invocato a proposito degli Angeli.

D’altra parte non potendo Dio chieder loro nessun amore il cui slancio non fosse già iscritto nel loro cuore dalla natura o dalla grazia, come mai la sola evidenza che si è infinitamente felici amando Dio, e infinitamente infelici non amandolo, non è bastata a determinare la loro adesione?

Se fosse bastata, sarebbero tutti buoni, perché questa evidenza ce l’avevano al più alto grado. La certezza di fare una pazzia non ha dunque fermato gli Angeli cattivi più di quanto non potesse farlo il timore di un inferno eterno. L'angelo conosce meglio di noi la dialettica della beatitudine; capisce molto bene, davanti alla proposta divina, che non ci sarà più per lui felicità naturale: sarà o la felicità di Dio o l’infelicità eterna. Vede bene che la saggezza è interamente dalla parte del Sì, l'eventualità del No essendo, al contrario, quella della più nera follia, di cui la sua natura spirituale ha spontaneamente orrore.

Ma appunto: anche Dio gli propone una follia offrendo all'Angelo la sua intimità, chiedendogli di abbandonare il Bene supremo al quale spontaneamente la sua volontà si è offerta. Gli dice "Lascia tutto, e seguimi...", il che significa rinunciare al volto che ha sedotto la sua natura a favore di un altro volto, "che il suo occhio non ha visto e non è mai salito nel suo cuore": il volto sconosciuto e folle delle tre Persone.

Dio propone dunque una follia, non una saggezza o una Morale. La "folgorazione nucleare" dell'umiltà divina (come dice Frossard) non polverizza solamente il valore dell’angelo, ma il suo ideale, l'Assoluto al quale voleva sacrificare tutto – compiacenza legittima finché Dio non propone qualcosa di meglio. La prova dell'Angelo, è l'Amore trinitario contro la Morale: la povertà trinitaria non ha un ideale, ha solo l'Amore...

Questo Amore è in sé d’una dolcezza infinita, molto meno esigente della terribile Morale di Satana. Perciò non c'è nessuna scusa nel rifiutarlo: un tale rifiuto è il suo proprio castigo: pena del danno e pena del senso in un sol colpo. Il "quis ut Deus (chi è come Dio)?" di Michele non è il grido dell'Assoluto, è il grido dell'Amore: "E se piace a Dio proporci un tale Amore? E in definitiva essere un tale Amore? Chi è come Lui? Nessun senso dell'Assoluto, nessun senso morale, può sostituirsi all'amore dell’Amore: è l’essenza del peccato dell'Angelo... e sarà quello dei farisei.

Balbetto queste cose come posso, e cioè molto male. Si può dirle diversamente, ma non bisogna schivarle: Dio non si è presentato agli Angeli come un Re, ma come un povero, e a seconda dell'accoglienza fatta a questo Povero, si sono giudicati da se stessi per l'eternità. "Che Dio è questo"? ha detto Satana con disprezzo. "Chi è come Lui?" ha risposto San Michele perdendosi nell'adorazione del buco nero.

Una delle contemplative grazie alle quali ho la fede, perché testimonia della realtà di queste cose, ha avuto un giorno la visione di numerosi demoni rivestiti di abiti sacerdotali che bestemmiando gridavano: "Tu l'hai voluto! Tu l'hai voluto! Tu l'hai voluto"! Questi demoni erano circondati a loro volta da Angeli più numerosi ancora, prostrati nell'adorazione, che gridavano anch’essi: "Tu l'hai voluto! Tu l'hai voluto! Tu l'hai voluto"!

Ho detto che saremmo andati di follia in follia, e che ne avrei parlato come un bambino. Ho cominciato da ciò che possiamo balbettare sulla follia divina: follia trinitaria prima di tutto, poi creatrice, portata al suo culmine quando decide di offrire agli Angeli la libertà sovranamente pericolosa che apriva le porte al Fiat di San Michele, e alla ribellione di Satana.

Il buco nero sbocca nella Fontana bianca, ma la follia dell'inferno sbocca nelle tenebre, e il mio cervello non sopporterà mai questa dottrina. Si lascia schiacciare ("écraser") da essa e dalla realtà dell'inferno, sospettando che Dio sia il primo a schiacciarsi ("s’écraser) Lui stesso in una dolcezza senza difesa di fronte a quelle urla eterne.

Affrontando la storia umana, scopriremo un terzo tipo di follia: non siamo al termine delle nostre pene, come avevo avvertito il lettore. La follia umana, infatti, aggiunge una nota originale a quelle che abbiamo intravisto: mescola la follia del Cielo con quella dell'inferno. Ciò è completamente nuovo, perché Dio e i demoni si sono affrontati, ma non si sono mescolati. Mentre nel cuore dell'uomo queste due follie si mescolano subito. Il serpente si aggira nel Paradiso terrestre, penetrando nella mente e nel cuore della donna: ne risulta ciò che sappiamo, e di cui non capisco niente, perché ripeto che è una storia di matti.

I Padri e i Dottori della Chiesa non hanno meditato molto sul peccato dei progenitori. Ma il peccato originale, che pesa su noi tutti in seguito a quel peccato, li ha molto interessati e vi ci sono soffermati a lungo. Ho cercato di capirci qualcosa, e non ci sono riuscito un gran che. Ricordo che nella Chiesa l'oscurità aumenta con la luce: il progresso del dogma è un cammino verso il buco nero.

Il colmo è che questa dottrina, irritante in sommo grado (siamo peccatori e figli dell’ira senza avere peccato personalmente, per il semplice fatto che veniamo da Adamo), è l’unica luce un po’ seria che ci sia offerta sulla storia umana (dove il sangue scorre a fiumi - come champagne, diceva Dostoevskij), e su quella della Chiesa. Qui cito Newman:

"Ad osservare il mondo in lungo e in largo, le vicissitudini della sua storia, la molteplicità delle razze umane, i loro inizi, le sorti, la reciproca alienazione, i conflitti; i loro usi, costumi, governi, forme di culto; le imprese, o il procedere senza meta; i progressi e gli acquisti casuali, la conclusione impotente di situazioni lungamente trascinate; i segni così deboli e frantumati di un disegno superiore, l’evoluzione cieca di quelli che poi risultano grandi elementi di verità; l’avanzata delle cose, come da elementi irragionevoli, non verso le cause finali, la grandezza e miseria dell’uomo, la vastità delle sue aspirazioni, la brevità della sua vita, il velame che copre il suo destino futuro, le delusioni dell’esistenza, la sconfitta del bene, il successo del male, il dolore fisico, l’angoscia morale, la prevalenza e la forza del peccato, la diffusione dell’idolatria, la corruzione, la tetra irreligiosità senza speranza, quella condizione dell’intero genere umano così spaventosamente, e al tempo stesso così esattamente descritta dalle parole dell’apostolo (Ef 2, 12): "senza speranza e senza Dio nel mondo"; si ha una visione che dà sgomento e vertigine, che opprime col senso di un mistero profondo che è assolutamente al di là della soluzione umana.

Che dire di fronte a questa realtà che strazia il cuore e disorienta la ragione? Posso soltanto rispondere che o non vi è un Creatore, o questa vivente società umana è nel vero senso della parola bandita dalla sua presenza. Se vedessi un ragazzo sano ed intelligente, con tratti di raffinatezza nel carattere, gettato in balia del mondo, senza risorse, senza saper dire di dove è venuto, dove è nato, chi sono i suoi parenti, ne dedurrei che la sua storia contiene qualche mistero e che per una ragione o un’altra, è un ragazzo di cui i genitori si vergognano. Solo così potrei giustificare il contrasto tra la promessa e la condizione del suo essere. Così ragiono riguardo al mondo; se c’è un Dio, e Dio c’è, il genere umano dev’essere implicato in una terribile disgrazia originaria. Non armonizza più coi fini del suo Creatore. Questo è un fatto, un fatto vero come il fatto stesso della sua esistenza; così la dottrina che la teologia chiama del peccato originale diventa per me quasi altrettanto certa dell’esistenza del mondo e dell’esistenza di Dio". (J. H. Newman, Apologia pro vita sua, pag. 260 - 261).

Vorrei citare anche il "Sogno di un uomo ridicolo" di DostoevskiJ - ma cito soprattutto il nostro cuore che, se non fosse così orgoglioso e leggero, sarebbe invaso da un terrore indicibile davanti allo spettacolo che ci circonda, e del quale facciamo parte noi stessi.

Mi hanno spesso accusato di essere un po’ folle, e io sono stupito di questa accusa: non sono un po’ folle, lo sono del tutto; ma quelli che mi accusano lo sono anche loro, con l’aggravante che non vogliono saperlo! Ho parlato un giorno di un "ragazzo che prese paura", e che si uccise a quattordici anni al solo presentimento della follia degli adulti. Aveva perfettamente ragione, nulla potrebbe fermarci sulla strada del suicidio, se non la meravigliosa follia dei cristiani: perché i cristiani, se sono cattivi come gli altri, sono portatori della follia divina a cui il mio cuore non ha la forza di resistere, e davanti alla quale la mia intelligenza depone le armi.

Rinuncio a suicidarmi, accetto di vivere, accetto di sperare, perché i santi mi offrono lo spettacolo di questa meravigliosa follia, attraversata dalle tenebre ma che le supera, alla quale la mia libertà ha deciso di dire di Sì. San Paolo la chiama la follia della Croce. Ha ragione, ma che aberrazione accarezzare la speranza di sfuggire ad ogni follia! Noi non dobbiamo scegliere tra varie saggezze, ma tra varie follie: se non è quella della Croce, sarà quella delle tenebre e dell'inferno.

Naturalmente si può dormire aspettando di svegliarsi nella barca dei matti, e opponendomi il libro della Sapienza… al quale sottoscrivo senza riserve. Sì, ho cercato la Sapienza per tutta la vita, Lei è la madre del Bell’Amore, "non sapevo che con Lei arrivassero tutti i beni", e le protezioni che ci preservano dagli incubi dell'inferno. Sì, bisogna amare la Sapienza ma appunto alla follia: il che implica di aprire gli occhi come Newman sullo spettacolo che ci circonda, e su quello che siamo noi stessi – e cioè dei mostri. La Sapienza lo conferma designando il Salvatore.

Non solo il Salvatore, ma sua Madre e San Giuseppe. Senza la Madonna, che Gesù mi ha dato per Madre dall'alto della sua Croce, non potrei sopportare Gesù stesso. "Imparate da Me che sono mite e umile di cuore". Sì, ma è accanto a queste, quante parole terrificanti: "Non sono venuto a portare la pace ma la guerra, Se il tuo occhio ti scandalizza strappalo, Ci sarà pianto e stridore di denti, Non sarà che l’inizio dei dolori, In verità non vi conosco..."

I Padri della chiesa non hanno fatto niente per sistemare tutto questo: la loro lotta contro l'eresia (che spesso minacciava loro stessi: si pensi a Tertulliano, a Origene e al millenarismo di Sant’Ireneo) non può comprendersi se non alla luce della lotta della Donna contro il Drago nell'Apocalisse. Lo Spirito Santo li guidava verso una presa di coscienza delle profondità del buco nero, attraverso una lotta contro tenebre che minacciano sempre di prevalere - ciò che avverrebbe se Gesù non avesse predetto che "le porte dell'inferno" si sarebbero scatenate contro la Chiesa (specialmente sul piano dottrinale), ma "non avrebbero prevalso contro di Essa".

Ecco perché questa storia, e soprattutto quella della dottrina cristiana, assomiglia più a una zuffa che alla Lavanda dei piedi di cui Gesù ha voluto dare l'esempio. Ciascuno si scatena senza ascoltare gli altri, è il più forte che trionfa... almeno in apparenza - ma un'apparenza che non accenna a svanire.

Davanti a una tale babele ci si sente persi, non sapendo a chi rivolgersi, e non trovando rifugio, alla fine, che presso la Madonna e San Giuseppe - uniche figure che non mi sembrano pericolosamente folli. Anche la follia di Gesù mi fa paura: a dodici anni sparisce senza avvisare. Maria angosciata Lo cerca per tre giorni, alla fine Lo trova e Gli chiede perché ha fatto così... e Lui si stupisce! "Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre Mio"? La Madonna non ci capisce niente... e neanch’io ci capisco niente: in questa storia, sono decisamente dalla parte della Madonna! Allo stesso modo, alle nozze di Cana, quale crimine ha commesso (e che le rimprovera San Giovanni Crisostomo) facendo sommessamente notare che non avevano più vino?

Naturalmente sono prostrato a terra davanti a Gesù, so che la Sua dolcezza supera infinitamente quella di sua Madre. Ma, appunto, questa dolcezza mi fa paura perché è troppo folle, mentre la dolcezza di Maria, e solo essa, mi rassicura. No, senza Maria non potrei sopportare Gesù: e il colmo è che so che Gesù ne è contento, che gli faccio piacere dicendo questo... e allora non vedo perché dovrei privarmene!

Ritorniamo al peccato originale: per intuire il suo orrore, la cosa più semplice è leggere delle visionarie come Caterina da Genova, Francesca Romana, Caterina Emmerich e altri profeti che vedono le legioni dell'inferno abbattersi su di noi dal giorno della caduta, vinte a fatica dagli Angeli buoni nella misura in cui la nostra libertà pende dalla loro parte. Ma la vittoria non è mai definitiva, perché un demonio cacciato lascia il posto ad altri sette peggiori di lui...

Ci sarebbe di che scoraggiarsi, se la Liturgia non ci offrisse una risposta inverosimile, straordinaria, sulla quale ho meditato tutta la vita, confessando anche qui di non capirci niente - ma nella gioia inenarrabile che canta Felix culpa (felice colpa), a proposito del peccato originale! Ed è proprio quello che sentono i santi: se si desse loro da scegliere tra il Paradiso terrestre senza Gesù Cristo e Auschwitz con Gesù Cristo, sceglierebbero come il Padre Kolbe di morire cantando nel bunker della fame e della sete, nella gioia traboccante di avere "un tale Redentore".

Ho deciso dunque di non sapere altro sul peccato originale: "peccato di Adamo, certamente necessario" perché la Chiesa possa essere innamorata di Gesù Cristo. E dico della Chiesa ciò che ho detto della Madonna: di Gesù ho ancora paura, della Chiesa no, nonostante la follia che le fa cantare Felix culpa. Questa follia non mi fa paura perché non è quella di Dio – anche se viene evidentemente dallo Spirito Santo. Ma è lo Spirito Santo rispecchiato da un cuore di Madre e da un cuore di carne, il cuore della Chiesa e il Cuore di Maria, la Donna dell'Apocalisse che affronta il Drago. Ho paura del Drago, ho paura di Dio – non ho paura della Donna... e grazie a Lei non ho più paura di niente e di nessuno.

Senza di Lei l'eternità soprattutto mi farebbe paura, sarei incapace di guardarla in faccia. Grazie a Lei, mi immergo nel buco nero del suo Cuore Immacolato per sopportare l'esultanza infinita di Gesù, che deve portarmi, un giorno, là dove ritroverò il centuplo di ciò che abbandono accettando di non capire niente.

"Ma allora, di che cosa ci potrà parlare?", mi direte. Precisamente del centuplo così come mi è stato dato sulla terra, piccola briciola del banchetto che ci attende se diventiamo abbastanza piccoli per far parte degli invitati, abbastanza fedeli per vegliare sull'olio delle nostre lampade, abbastanza "peccatori" per chiedere perdono nella contrizione perfetta di una Teresa del Bambino Gesù (che non aveva praticamente mai peccato) - o di Paesia, che aveva peccato come Maria Maddalena, di Pranzini che andò in Purgatorio con Gilles de Rais... e cosa importa il Purgatorio se andiamo in Cielo (il che non toglie che, per docilità al suggerimento di mia Madre, spero di andarci direttamente)!

È tutto quello che posso dire sul peccato originale dunque. Devo ora affrontare il mistero del Redentore grazie al quale la Chiesa si rallegra di essere peccatrice. Tengo a sottolineare che è pericoloso accostarsi al Redentore, e ad ogni meditazione sul Redentore, se non si appartiene radicalmente al mondo dei peccatori per i quali è venuto sulla terra, e non per i giusti... e se non si diventa innocenti come un bambino che non ha mai peccato.

È ancora una follia (una di più!) voler coniugare l'innocenza dei bambini con la contrizione dei peccatori. Questa follia definisce profondamente Teresa del Bambino Gesù, che "ha scelto tutto": avrebbe voluto essere un sacerdote, e bramava allo stesso tempo l'umiltà di Francesco d’Assisi che rifiutò questo onore. Ma aveva scelto soprattutto di essere allo stesso tempo innocente come un bambino, e "grande peccatrice" come Paesia (DE): è su questo che vorrei meditare, per intravedere il mistero insondabile del Cuore del Cristo.

C'è in effetti nella contrizione una povertà speciale, che l'umiltà trinitaria non ha potuto impedirsi di agognare: un cuore che si annienta nel fallimento assoluto degli alcolisti anonimi entra nella dolcezza di Dio, non più solo con la povertà del nulla, ma con quella di una costruzione orgogliosa che crolla in rovine in una gioia inesprimibile. Gli sarà molto perdonato perché avrà molto amato, avendo il suo amore il fascino dell'orgoglio che, dopo avere detto di no per sempre (perché la libertà sceglie per sempre), si lascia toccare dall’umiltà di Dio, per dissolversi in un sapore che nessuno conosce se non colui a cui è dato.

Dio invidia questa povertà come invidia il nulla, e più ancora: i condannati alla morte eterna sconvolgono il Suo Cuore più ancora dell'Immacolata Concezione. L'Immacolata Concezione è, del resto, il frutto di questo sconvolgimento, perché a titolo di figlia di Eva, Maria aveva "diritto" al peccato originale come noi tutti e la sua povertà era più grande di quella degli angeli buoni: era la povertà di una condannata alla morte eterna (la massa damnata di Sant’Agostino) – ed è proprio questa dannazione che sconvolge eternamente il Cuore di Dio.

Ho detto che non riuscivo a capire questo sconvolgimento davanti all'inferno. Non mi ci abituerò mai, so solamente che esso si perde nella Gioia divina con la quale, incomprensibilmente, si confonde. Questo stesso sconvolgimento non resiste alla Gioia che è il culmine di tutte le follie divine: convertire i dannati virtuali che erano Maria e il figlio di Davide... per farne l’apice della santità.

I Cuori di Gesù e Maria non si sono accontentati di amare Dio come gli Angeli: hanno voluto "mangiare alla tavola dei peccatori" per portar loro, inoltre, la gioia del Buon Ladrone, di Maria Maddalena, del figliuol prodigo... di Adamo stesso, di Caino, e di tutti i convertiti della storia umana. E gli Angeli ci invidiano questa gioia perché invidiano le lacrime, di cui essa è il frutto, che Gesù e Maria hanno versato: Teresa lo sapeva, lo sentiva, desiderava con violenza di essere invitata a questo banchetto che sua sorella Celina chiamava tanto via del Buon Ladrone che via d’infanzia.

La maggior parte dei dottori cristiani hanno visto soprattutto, nel mistero della Redenzione, un'opera di Giustizia offerta da Gesù al nostro posto: "ha preso su di sé il castigo che pesava su di noi". È verissimo, ma è l'aspetto più superficiale di questo mistero, e il più pericoloso da sottolineare, davanti alla nostra rozzezza umana che cade facilmente nella trappola di immaginare un Dio geloso della sua Gloria, secondo la nozione "piena di enfasi e di attributi devastatori" rilevata da André Frossard.

In ogni caso, i dottori più severi che sottolineano che il peccato merita un castigo infinito e che nessuna riparazione sembra capace di placare la Giustizia, riconoscono che, dal momento che il Verbo si è incarnato, gli bastava offrire al Padre un sorriso per riparare i nostri peccati a rigor di Giustizia: perché la più piccola offerta da parte sua rivestiva un valore infinito per la dignità della sua Persona.

Di conseguenza, anche in questa prospettiva, la profusione di sofferenze della Passione non era necessario, e per contemplare la follia della Croce bisogna rivolgersi in un'altra direzione: quella di una manifestazione offerta agli uomini del dolore divino di fronte al peccato, e anche quella del desiderio che il Cuore umano di Gesù aveva di comunicare con il dolore del Padre, e di offrirGli meno una riparazione che una consolazione, condividendo con Lui la compassione di fronte all'orrore del peccato.

Tutti i mistici lo proclamano: le sofferenze della Passione, come possiamo meditarle facendo la Via Crucis, non sono che la parte visibile dell'iceberg, sottesa da una parte invisibile in cui la sofferenza di Gesù, come dice Chardon, diventa divina, essendo una comunione con il dolore di Dio di fronte all'inferno e al peccato.

È in questo abisso che si immerge la Chiesa al seguito di Cristo, ed è in fondo a questo buco nero che risuscita senza sosta morendo senza sosta: "Semper morientes, media vita in morta sumus, Sempre morenti, nel pieno della vita siamo nella morte". Questo gioco della vita e della morte è stato cantato da duemila anni con una tale insistenza che sarebbe inutile richiamarlo se l'indurimento dei cristiani non opponesse una tale resistenza alla contemplazione di questi dolori del parto.

Ciò stabilito, bisogna sottolineare nell'anima del Cristo che c'erano due amori: uno che veniva in linea diretta dalla Trinità e che si chiama la carità (la carità creata), l'altro che saliva dalle profondità della sua carne e che era naturale: quello che Dio accorda ad ogni creatura dandole l'esistenza. In Gesù, questo amore era sopraelevato dalla presenza della carità, ma se ne distingueva – e se ne distingue, tuttora, in Cielo.

Solo che sulla terra aveva un'autonomia che permetteva alla libertà di dire Sì o No alle follie della carità... questa libertà che ha un così grande valore agli occhi dell'umiltà trinitaria. Non era questione per lui di dire No a modo di peccato, perché la Fontana bianca della Visione lo rendeva impeccabile, ma poteva dire No a modo di supplica: "Ti prego, allontana da me questo calice"… ed è precisamente ciò che ha fatto nell'ora dell'agonia.

Se Gesù avesse perseverato in questo atteggiamento non avrebbe peccato, ma i Tre avrebbero dovuto rinunciare alla follia dell'opera redentrice. Lo Spirito Santo ha preferito sostenere la Sua libertà per permettergli di dire al Padre, e alla sua propria carità - che si fonde con lo Spirito Santo per non fare con Lui che un solo Amore: "Non la mia volontà, né la mia debolezza, ma la tua follia"!

È tutto ciò che posso dire, in un certo senso, sul mistero della Redenzione. Ma questo spiega che la follia della Croce continua nella Chiesa a far strage di cuori, sebbene "il debito sia pagato": non è una questione di debito, è la sovrabbondanza dei desideri cantati da Teresa del Bambino Gesù, e da ognuno dei santi a suo modo. Attraverso essi, ma anche attraverso al più piccolo peccatore che si converte, la Chiesa non smette di gemere verso la Gloria attraverso la stigmatizzazione.

Se si vuole che la stigmatizzazione si arresti, bisogna smettere di dire la Messa, perché ogni comunione ci stigmatizza invisibilmente e insensibilmente, almeno il più delle volte: quando si mette a farlo visibilmente, porta alla morte d’amore della beata Imelda, e in definitiva di tutti i santi.

Se prendiamo paura davanti a tali abissi, Dio non ce ne vorrà. Ma contestarli, pretendere di sfuggir loro per fare meglio, è resistere allo Spirito Santo e prendere di fatto la via dell'inferno. Abbiamo pure paura, ma abbiamo anche fiducia! e tanta più fiducia quanto più paura abbiamo. "I soldati combatteranno e Dio darà Vittoria": non siamo noi che verremo a capo di ciò che ci aspetta, ma Dio solo, se accettiamo che si realizzi il suo e non il nostro programma.

Accettare questo, è ciò che chiamo immergersi nel buco nero per sbucare un giorno nella Fontana bianca, è morire alla nostra volontà propria, come ha fatto Gesù nell'ora dell'Agonia. E tutto questo avviene nella dolcezza: una dolcezza tanto più profonda quanto più grande è la nostra paura e più radicale la nostra capitolazione.

 

f. M.D.M.

N°43


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