[Lettere agli Amici N°6] [Home Page] [Lettere Agli Amici]
Nancy, 25 Marzo 1969
Miei cari Amici,
Ciò che oggi vi offro non è mio.
La mia prima scusante consiste nel lavoro che sto facendo in questo momento sul Ritiro del 1953 che vi ho promesso e riguardo al quaderno sulla Redenzione che non lascio per molto tempo - senza parlare delle predicazioni varie che non posso interrompere. Così dunque se non vi avessi inviato questo piccolo messaggio oggi, non vi avrei inviato niente...
La mia seconda scusante è che questi poemi in prosa sono di un'ispirazione molto vicina a tutto ciò che provo a dirvi... talmente vicina che vorrei molto averli scritti io stesso. Allora, voi conoscete il principio di Teresa del Bambino Gesù: quando si ama qualche cosa, ciò vi appartiene tanto quanto se lo si avesse. L'autore stesso ha ben compreso ciò, poiché mi autorizza a mandarvi queste pagine allinterno delle "Lettere agli Amici"... pur desiderando conservare l'anonimato. Vi dirò solamente che non è una religiosa - ed anche che il suo canto non è finito.
Credo che alcuni fra voi ameranno molto queste "meditazioni" di un nuovo genere. Suppongo anche che altri ne saranno refrattari, ed io mi scuso in anticipo con loro: questo vorrà dire che cè un lato di me stesso che essi non amano; ciò è ben normale perché non si può piacere al tempo stesso a tutti da tutti i lati.
Nella speranza che sia ugualmente un piccolo soccorso per aiutarvi a santificare la Quaresima, vi assicuro tutti della fedeltà della mia preghiera.
Fr. M.D Molinié, o.p.
LA SERVA CATTIVA
1
Avevo mentito, avevo rubato. Ero stata bugiarda e vigliacca. Mi avevano cacciata. Lenorme porta sulla strada mi era stata sbattuta dietro.
La disgrazia dessere sola, fuori! Oh! Morire! I miei lunghi capelli grassi mi scendevano disordinati. Che cosa diventare? La fame, la sete mi facevano tendere le mani nel vuoto.
Luomo che passava non mi disse quasi nulla, ma solo di accompagnarlo. Ora sono la sua serva. Talvolta ho un po di buona volontà.
Ma più spesso me ne vado per i fatti miei, a frequentare un giovane volgare. Non sento suonare il mezzogiorno, lora del pranzo. Quando molto in ritardo sospingo la porta, vedo il mio Padrone che mangia solo. Mi guarda, mi sorride quasi timidamente. Ne provo vergogna.
Borbotto mentre osservo le sue tozze mani callose di boscaiolo. Come devono essere rimaste impacciate con le posate leggere della cucina! Questo pensiero mi fa male.
Cerco e trovo subito le tracce dei suoi malanni. Di colpo mi scendono le lacrime. Allora lui si alza, asciuga il coltello, se lo mette in tasca, e avvicinandosi posa per qualche istante la mano sulla mia testa. Poi esce.
Il giorno dopo ricomincio. Ecco come sono. Ma allindomani lui mi trafigge il cuore ancora più in profondità con un sorriso sempre più dolce. Ecco come invece è lui.
Ne ho abbastanza di questo artificio. Se il mio Padrone almeno si arrabbiasse, se mi desse una buona dose di legnate! Avrei il pretesto per ghignare e mi vendicherei ricominciando allegramente. Lui si accontenta di regalarmi il suo sorriso, un sorriso che non ho mai visto da nessuna parte, un sorriso la cui dolcezza mi penetra come una lama acuminata.
Se non mi decido a servire in modo conveniente, senza dubbio questo sorriso finirà per uccidermi
2
Io ne ho serviti di Padroni! E che zelo vi mettevo! Perché ogni volta credevo di essere in paradiso. Quando li vedevo arrivare, i miei occhi si illuminavano. Io li lusingavo. Essi se ne pavoneggiavano.
Lustravo tutto durante la loro assenza. A loro ritorno i mobili luccicavano. Essi non li notavano. Il mazzo di fiori preparato per loro li lasciava indifferenti. Mi gettavo ai loro piedi non chiedendo che una parola di tenerezza. Loro mi strapazzavano.
Non era quello che mi avevano promesso allinizio, quando bisbigliavano per adescarmi, quei maiali!
Ma di che cosa li sto accusando? Fin dal primo sguardo non avevo letto fino al fondo dei loro piccoli occhi mediocri? Fingevo di credere che ci fosse là dentro un possibile paradiso, a causa del mio desiderio folle di paradiso!
Sono scappata da tutti. Non scapperò dallultimo. LUltimo, il Padrone, lUnico, che non finisce di stupirmi.
Come parlare di te, senza tradirti, o mio Padrone, dolcezza imperativa? Tu non ti imponi a me. Tu non mi lusinghi. Tu non sai parlare egoisticamente alle donne. Davanti ai miei sbagli soffri e ti allontani. Desideri ardentemente farmi bella col tuo Amore e non come gli altri farmi mangiare la polvere.
Tu mi ami troppo. Il tuo Amore strano immerge il mio cuore nelle tenebre. Io per te non faccio risplendere i mobili. Vi passo solo uno straccio negligente. Tu lo noti. La tua figura si fa lontana, assente. Per te dimentico di cogliere un mazzo di fiori. Per te non mi affatico. Eppure mi hai raccolta quando nessuno più mi voleva.
Tu mi irriti. Tu mi vuoi così perfetta che non ci arriverò mai O forse sì Per potermi immergere nel tuo sorriso.
3
Il mio Padrone mi chiese di vangare il giardino. "E troppo duro per una donna", dissi con un vezzo. Sono robusta e questo lavoro non supera le mie forze, ma un giro in città mi attirava di più, e soprattutto, ciò che non oso confessare neanche a me stessa, volevo farmi pregare, vedere quelluomo straordinario ai miei piedi..
Lui non insistette. Mentre si stava allontanando, lo raggiunsi furiosa e gli dissi: "Accetto a condizione dessere abbastanza pagata da comprarmi un vestito nuovo Voi mi lasciate mancare di tutto!", aggiunsi con cattiveria. Sorpreso, il boscaiolo mi guardò: "Lo sai bene che guadagno pochissimo, giusto il necessario per vivere", disse volgendomi le spalle.
Lo vidi partire con un passo irrevocabile, la testa china. Appena sola esplosi e decisi che larrosto doveva essere bruciato. Risa sarcastiche mi uscivano paurosamente dalla bocca. Godevo delle smorfie che avrebbe fatto al primo boccone.
Rientrò verso mezzogiorno, stanco, un po pallido, gli occhi rossi. Dopo essersi lavato con cura le mani, si mise a tavola rivolgendomi uno sguardo benevolo. Gli risposi con un sorriso affettato e vidi la sua fronte illuminarsi. Ne provai disagio.
Tuttavia gli posi davanti un pezzo darrosto bruciato che io neppure avrei sfiorato; lo mangiò tutto senza battere ciglio. La purea senza sale finì allo stesso modo.
Non potendone più scoppiai. "Ditemi dunque che questo pasto è atroce! Ditemelo!"
"Ma Non me ne sono accorto E che il tuo aspetto cupo mi preoccupava".
"Vi ho preparato di proposito un pasto cattivo!"
"Dal momento che tu mi ami, ne hai sofferto più di me", rispose ridendo.
"Voi siete proprio disarmante!" Ed eccomi a terra, la testa sulle sue ginocchia. Lui mi accarezza i capelli. Sussurro che andrò senzaltro a vangare lorto.
Appena lui fu uscito, corsi in giardino, e lo trovai già tutto vangato. La sera vidi, appeso ad un attaccapanni, nel mio armadio, il vestito grazioso che sognavo da tempo. Ma aveva perso il suo fascino, perché stavo scoprendo che la veste più bella per me era lAmore del mio Padrone.
4
Laltro giorno, sono stata spintonata per strada, così che quasi persi lequilibrio.
Ho alzato le spalle senza neanche degnare di uno sguardo quellinsolente. Una grossa macchina nera passava nello stesso tempo dietro di me, quasi sfiorandomi.
Appena rientrata a casa del Padrone, me lo vidi portare pieno di medicazioni. Vedendolo in quello stato, il cuore ebbe un sobbalzo. Con angoscia guardavo i suoi occhi chiusi.
"Padrone", esclamai. Mi sorrise. Vedendolo vivo, fui presa dalla rabbia: pensavo, in effetti, che avrebbe potuto con la sua stupidità egoistica giocarmi il pessimo tiro di sparire per sempre.
Urlavo: "Che bisogno cera di andare in città, voi, uomo dei boschi, che non sapete neanche attraversare una strada! Ci sono io per le commissioni. Pensate ai vostri alberi!".
Gridavo così forte che svenne. Gli strofinai il viso in modo maldestro con acqua di Colonia, e quando ebbe ripreso conoscenza, lo lasciai riposare, dicendo tra me che gli avrei rifatto le medicazioni la sera, e nello stesso tempo lo avrei rimproverato con più calma, visto che non vi avevo per niente rinunciato.
Andai intanto in giardino cercare dei fiori per metterli al suo capezzale. Mentre tornavo con un mazzetto di margherite e di zinnie, la vicina mi gridò: "Ebbene, lavete scampata bella voi! Ci finivate proprio sotto a quella macchina nera, se il boscaiolo non vi avesse spinto! Chi ci ha rimesso però è stato lui!"
Il mazzo di fiori mi cadde di mano, sparpagliandosi al suolo. Raccolsi i fiori uno ad uno. Mi sembrava che il cuore sanguinasse: "Oh, mio Padrone, devo dunque chiederti sempre perdono?"
Esitai a spingere luscio, mi ci volle del coraggio per entrare; vidi il mio Padrone sorridere con i suoi begli occhi celesti, con aspetto gaio.
Quando gli porsi i fiori che avevo messo in un vasetto di stagno, il suo viso silluminò. Non sapevo proprio cosa dire. Ma mi aspettava una sorpresa.
Posi i fiori sulla tavola accanto a lui, e voltandomi mi accorsi che tutte le medicazioni erano scomparse, e che le sue ferite si erano cicatrizzate. "Oh", esclamai.
Il mio Padrone abbassando lo sguardo mi raccontò che mi aveva visto dal letto parlare con la vicina e quando mi erano scivolati i fiori di mano, lui si era sentito guarito. "Infatti in quel momento mi hai amato molto", mormorò.
Ancora una volta rimasi sbalordita. Sedendomi su uno sgabello accanto al letto, credevo di sognare. Lui mi diede la spiegazione che ora non pretendevo più: "Ero andato nel bosco, disse, lavevo trovato fremente, agitato, perché aveva visto passare una grossa macchina nera dallaspetto maligno, che filava in direzione della città.
Allora ho sentito bruscamente che un pericolo minacciava la mia serva. E corsi. Il cuore mi batteva follemente".
Tacque. Pensavo che bisognava effettivamente che fosse pazzo pazzo pazzo, per prendere a cuore a tal punto una creatura sporca, insignificante, ingombrante, brontolona.
Mi sembrava che il posto dove stavamo stesse per esplodere dAmore.
5
Una domenica destate verso le undici e mezzo ero intenta a preparar pranzo. Poiché faceva piuttosto caldo, avevo previsto un po dinsalata e della frutta.
Sentii un timido bussare alla porta. Un uomo abbastanza anziano, dal volto scavato dalle rughe, chiedeva di parlare col boscaiolo.
Sentii che aveva qualcosa dimportante da dirgli, che ci sarebbe voluto del tempo, che il mio programma sarebbe stato disturbato e soprattutto che si sarebbe accaparrato il mio Padrone.
Risposi che il boscaiolo era troppo stanco per ricevere gente. Lattesa del bravuomo si prolungò, ma io rimasi inflessibile.
Quando il vecchio ormai si stava avviando verso la porta strascicando i piedi , mi sentii trafitta alle spalle. Voltandomi vidi i due occhi del mio Padrone che proiettavano una grandinata di luce cruda che mi sferzò il volto.
"Siate il benvenuto, signore", disse. I due si sedettero. Il boscaiolo mi mandò a cercare un po di birra fresca. Eseguii lordine senza dir parola e ritornai subito.
Il vecchio raccontava le sue disgrazie con voce interrotta dai singhiozzi. Il mio Padrone lo consolava teneramente, lo cullava come una mamma; il vecchio sembrava ringiovanito di ventanni. Senza far rumore, io preparai i coperti.
"A tavola", disse allegro il mio Padrone. Tutti e tre ci sedemmo. Io gli stavo di fronte e guardavo furtivamente i suoi occhi divenuti così vellutati da credere di dover fondere sotto il suo sguardo.
Pensavo a quanto avevo sentito alle spalle e sul volto. Il mio Padrone, leggendomi dentro, scoppiò in una risata. Io feci lo stesso. Il nostro ospite pure. Le nostre risate se ne volarono insieme dalla finestra aperta, nellazzurro leggero. Ogni male era scomparso.
6
Mi ricordo che in una mattina di temporale, improvvisamente ne ebbi abbastanza di essere una serva e di obbedire.
Proprio in quel momento, davanti alla porta comparve un bel giovanotto, molto più bello del mio Padrone. Ne ammiravo i neri capelli, gli occhi carezzevoli, soprattutto il vestito elegante e confortevole. In confronto a lui giudicavo il boscaiolo un miserabile.
Il profumo di un mondo incantevole lo inondava. Mi propose di condurmi nel suo regno: lì tutti i miei desideri appena affiorati si sarebbero esauditi, i miei ordini eseguiti a un cenno della mano o dello sguardo.
"Vieni! Non indugiare! Se vuoi, partiamo subito", mi disse con voce persuasiva. Dopo aver esitato, risposi che dovevo comunque avvertire il boscaiolo. Fece allora una smorfia sorprendentemente brutta che durò un istante. Credetti perfino di averla immaginata. Perché fu con un dolce sorriso che pose la sua mano guantata sul battente della porta dicendomi. "Verrò a cercarti questa sera dopo che si sarà messo a letto".
Ero soggiogata e, guardando le mie grandi dita rosse, il grembiule rammendato, le scarpe vecchie, mi chiedevo come avessi potuto sopportare tanto a lungo quella scandalosa situazione.
Siccome volevo portarmi via solo il necessario per il viaggio, sapendo che poi tutto mi sarebbe stato fornito a volontà, il mio fagotto fu presto fatto. Quando il mio Padrone giunse per il pranzo, gli raccontai quanto era successo, dicendogli con tono arrogante che mi dispiaceva tantissimo lasciarlo, ma che mi veniva offerto di meglio altrove e che la mia decisione era ormai presa.
Allora egli distese la mano sopra di me e le mie ginocchia batterono sul pavimento, mentre la mia testa cozzava contro il muro. Impossibile rialzarmi. Una forza invincibile mi tratteneva. Il mio Padrone uscì senza prendere cibo.
Rimasi così tutto il pomeriggio. Quando la sera rientrò, non mi guardò neppure e salì immediatamente a coricarsi. Allora potei rialzarmi. Zoppicante andai a ripulirmi la testa e le ginocchia dal sangue ormai seccato. Il mio fagotto era rimasto al suo posto. Compresi che il Padrone mi lasciava libera di partire.
Ma io non ne avevo più il desiderio. Partire senza che neanche mi avesse stretta la mano? E se avesse continuato a non mangiare? Tutte le prove della sua tenerezza mi ritornarono insieme alla mente; in preda al terrore mi chiedevo come le avessi potuto cancellare così brutalmente dal mio cuore.
Mi sedetti su una poltrona di fronte alla finestra. Le lacrime mi rigavano lentamente le guance. Con la testa appoggiata allo schienale, guardavo vagamente il sentiero che saliva fino a casa nostra. I miei occhi inorriditi videro profilarsi una specie di mostro sbeffeggiante, dalle mani uncinate, che si torceva dalle ghigna mentre correva sulle gambe storte.
Due colpi leggeri. Paralizzata dalla paura, non potevo muovermi; la porta si aprì silenziosamente per lasciare apparire il bel giovanotto del mattino.
Fu uno spavento. "Mio Padrone!" gridai disperata precipitandomi sul mostro per respingerlo fuori. Lui mi afferra. Sentii le sue unghie sul collo. Io mi dibattevo, mentre mi strangolava silenziosamente. Poi non vidi più nulla; tutto nero.
Quando apersi gli occhi, il mio Padrone aveva messo in tavola due piatti e due bicchieri: "Questa sera sono io a fare il servizio". Avvicinò la mia poltrona, mi versò da bere, mise della minestra nel piatto, e compì la sua nuova funzione con uneleganza così sovrana che oltrepassava tutto quello che avevo potuto vedere prima. Nel suo vecchio abito di lavoro, era la bellezza in persona.
O mio Padrone, come dunque ho potuto sbagliarmi in un modo così madornale?
7
Un giorno il mio padrone mi disse che doveva partire per un certo periodo, per cui era costretto a lasciarmi sola. Mi raccomandò di pensare a lui, di essere saggia.
Mi gettai sconvolta ai suoi piedi, supplicandolo di portarmi con sé. Mi rispose che dove lui andava, non potevo seguirlo.
Era un posto lontano, era in alto, su una cima molto elevata. Lì si trovava la più bella dimora della sua famiglia. Per arrivarci, ci volevano piedi robusti e callosi. I miei si sarebbero subito insanguinati. Io gridavo di no, che si sbagliava, che non poteva sapere Ma fu inflessibile.
"Forse Un giorno ", aggiunse. "Ma prima le faccende devono essere a puntino e la mia serva sempre presente".
Appena partito, cominciai a sputacchiare per terra, pestando i piedi dalla rabbia. Poi corsi alla credenza, presi due piatti e li scaraventai furiosamente sul pavimento in mezzo al salotto.
Risultato: soffrivo ancora di più; allora mi distesi sul letto singhiozzante, mentre coi denti riducevo a brandelli il fazzoletto.
Dopo circa mezzora, col cuore a pezzi, mi misi a raccattare i cocci da terra. Cominciai a strofinare il pavimento. Il tic tac del grosso pendolo mi stordiva. Ero senza forze, con una disperazione infinita.
Alcuni ragazzi e ragazze cantavano e ridevano in lontananza. Presi uno scialle, uscii e mi unii a loro.
Ma con loro mi ritrovai ancora più sola. Cantavo chiudendo gli occhi.. Mimmaginavo il Padrone mentre sinerpicava come un camoscio sui sentieri aspri della montagna. E lassù in cima la luce dolcissima che non mi aspettava.
Senza rendermene conto mescolavo la mia alla voce dei giovani e delle ragazze; sbraitavamo un motivo di moda, di cui colsi improvvisamente le parole: "Forse Un giorno Ritornerai. Forse Un giorno Verrò verso te "
"Forse Un giorno " Proprio le parole pronunciate dal mio Padrone e che ora mi tornavano in mente per cancellare la mia tristezza. Oh, che Padrone buono avevo! Lasciai il gruppo troppo chiassoso e rientrai in casa per assaporare quella gioia nel cuore.
8
Il Padrone fece ritorno dopo un mese. Spinse luscio, diede unocchiata alla cucina e sorrise soddisfatto. Ma mentre si slacciava gli scarponi, mi disse rapidamente senza neppure guardarmi:
"Mi fermerò solo per qualche giorno, poi partirò per un viaggio più lungo".
"Ma non potete condurmi con voi, questa volta, o mio Padrone?"
"No, non ancora. Più tardi", rispose con una voce soffocata.
Due grosse lacrime mi rigavano il volto. Ma mi sforzai di sorridere. Mentre sollevava la testa, vidi che aveva gli occhi umidi.
"Vi aspetterò, dissi. La casa sarà tenuta bene. Mi occuperò del giardino. Quando avrò finito, seduta presso la finestra vi aspetterò.
Non andrò oltre lo steccato di cinta. Non andrò ad unirmi ai giovanotti del paese. Resterò accanto alla finestra. Spierò il vostro ritorno, io, la vostra serva, come le castellane spiavano il ritorno del loro cavaliere.
"O mio cavaliere, voi non avete né spada, né elmo, né corazza, né scudo per proteggervi. Voi siete un uomo dei boschi, pacifico come un albero".
"Mio Padrone, o dolcezza impietosa, voi siete contagioso: le mie unghie sono ormai più corte, meno taglienti. Vi obbedisco quasi con gioia".
Rimasi calma fino alla data fissata per la sua partenza. Ma quando lo vidi allontanarsi nel freddo del mattino, lo sconforto mi prese. Gli corsi dietro, gli afferrai la giacca, caddi alle sue ginocchia, gli abbracciai le gambe supplichevole.
Ma lui si liberò con dolcezza: "Devo partire", mormorò. E se ne andò senza voltarsi, lasciandomi sola nel freddo del mattino.
9
Mio boscaiolo, ti chiamavo, ti cercavo. Mio boscaiolo, affondavo gli scarponi nella neve muta ed andavo da un albero allaltro intorno alla casa. Ognuno dei tuoi alberi dormiva per il freddo.
Boscaiolo, tu mi avevi ferito, non con la roncola, né con la scure, ma col tuo sguardo. O mio Padrone lontano, quanto era grande il mio dolore!
Sicura che lo sapevano, pregavo gli alberi che mi indicassero il luogo del tuo soggiorno per poterti raggiungere a qualsiasi costo. Ma la neve pesante schiacciava la loro risposta. Neanche la voce possente della terra poteva attraversare il suo spessore.
Io rabbrividivo in mezzo a quel silenzio. La neve ostile riempiva gli scarponi e mi inzuppava i piedi. Allora si riaperse in me ben grande la piaga che tu mi avevi fatto.
Mi sembrò che dalla sua invisibile profondità torturata dovesse sgorgare sangue. Per non vederne il rosso delle gocce cadere nella neve, rientrai veloce tenendo la mano premuta sul petto.
Mi sedetti su uno sgabello; vi rimasi un lungo momento, accasciata come una pelle vuota. Cinguettii duccelli mi giunsero alle orecchie. Meccanicamente cercai una scopetta, aprii la finestra, ripulii la neve dal davanzale e vi sparsi dei semi di girasole.
La vita ricominciava a rinascere in me. Mio Padrone, mi ricordai allimprovviso che non avevo ancora liberato laccesso che conduce dalla casa allo steccato; eppure non mi avevi tu raccomandato di fare attenzione affinché la nostra dimora fosse sempre accogliente?
Armata di una pala di legno, mi affrettai; al termine, mentre ancora ansimante, con le dita gelate appoggiate al manico stavo contemplando il lavoro, si aprì il portoncino dello steccato. Mi raggiunse il postino.
Mi porse un pacco ed una busta sulla quale riconobbi la tua scrittura. Rischiai di strapparla, tanto tremavo dallemozione nellaprirla. Mi dicevi: "Sono in questo momento sulla montagna. Ho trovato per te degli scarponi più alti e foderati di pelliccia: non ti troverai più con i piedi bagnati.
Dentro ad una vecchia cornice dorata potrai pure vedere lingrandimento della mia foto. Se vuoi, appendila al muro Questa mattina la mia amica neve con voce lamentevole mi ha detto che tu non ludivi parlare di me.
Quando sarai tanto triste e sorda allamicizia con le cose, allora vieni, avvicinati alla mia foto. Non temere di immergere lungamente i tuoi occhi nel mio sguardo: la tua ferita insensibilmente si richiuderà; credimi, ancora più intensamente di prima il tuo cuore si rallegrerà".
Ho messo la fotografia in cucina dove mi trovo abitualmente.
O mio Padrone, ti ringrazio. Indovini tutte le mie pene, e immediatamente voli in mio soccorso.
10
Doveva ritornare alla fine dellinverno. Ed invece mi scrisse di no, che sarebbe ritornato più tardi. Con la lettera in mano tremo di freddo.
Non vuole più che laspetti ogni giorno alla finestra. Mi impone di chiudere la casa, di andare in città e di mettermi a studiare.
"No, non sarà così. Non mi metterò affatto a studiare". Apro sbattendo le due ante della credenza, con lintenzione di rompere tutti i piatti, un dopo laltro, senza lasciarne intatto neppure uno.
E una ben magra consolazione, per cui mi riprendo subito. Ma che fare? Mi aveva detto di guardare la sua fotografia se ero triste Ma sono proprio triste? No, mi sento piena di ulcere allo stomaco, fortemente irritata nei suoi confronti. Se fossi andata in cucina, avrei scaraventato la sua foto dalla finestra. Non mi rimane che buttarmi sul letto. Tra un singhiozzo e laltro ho finito per addormentarmi.
Lindomani, mentre faccio colazione in cucina, lo interrogo con calma con lo sguardo. Otto giorni dopo mi sono sistemata dove mi ha detto. Egli raggiunge sempre i suoi scopi. Ma io non ci perdo niente: ogni volta che gli obbedisco, mi si riscalda il cuore.
Per fargli piacere, mi sono dunque messa a lavorare sodo. Talvolta alzo gli occhi dal libro, e lo guardo, lui, il mio caro Padrone, la cui foto ora si trova nel mio studio. E penso a lui, mi rallegro in lui.
Altre volte sento il bisogno di camminare. Esco in mezzo alle auto insensibili, tra una moltitudine di volti contratti, chiusi, tristi, ai quali vorrei dire: "Venite da me, a casa mia. Vi troverete un bel giardino con tanti fiori e piacevoli canti di uccelli. Vi troverete il mio Padrone così pieno damore".
E lui il giardino che respiro dentro lanima. La sporcizia di fuori, non la noto più. Passeggio nelle strade rumorose come fossi in mezzo al bosco. Sento allora il mio Padrone più vicino, oh meraviglia, più vicino ancora di quando abitavamo insieme al limitare del bosco.
11
O mio Padrone, quando ritornerai? Quando rivedrò il tuo sorriso? Talvolta la tua assenza mi fa sentire così forte la nostalgia che non riesco più sopportare lattesa.
Cercando qualcuno con cui parlare, chiunque sia, scendo quattro a quattro gli scalini fino alla bettola dietro langolo. Mi chiudo nella cabina e faccio un numero. Ma il compagno che chiamo non mi risponde.
Lo sai bene: tu non vuoi che mi risponda. Tu vuoi che io ami te benché lontano, che io pensi a te senza posa. Vuoi farmi tirar fuori la lingua dalla sete. Mi tratti come un cane..
E io allungo la lingua al telefono, e a te tramite esso
Lo sai che sei partito da anni? Che io ho terminato gli studi? Ci pensi? Ora lavoro. Tutto questo senza averti mai più rivisto! Non è giusto! La ribellione mi assale
Se andassi a far visita alla mia collega X. Ci vado, sapendo bene di compiere una sciocchezza: lei mi offre laperitivo, si mette a parlare del più e del meno. Ma non di te. Io non ascolto. Mi annoio da morire. Infine eccomi di ritorno. Rientro in casa, libera. Mi sembra che tu sia vicino, che ti prenda gentilmente gioco di me. Corro al tuo ritratto. Vedo i tuoi occhi sorridere con dolcezza. O mio Padrone, ti adoro.
12
Prima di mettermi a letto, con il viso schiacciato contro il vetro freddo, scruto le tenebre, cercando il mio Padrone.
Quella sera cera fuori un po di vecchia neve da cui spuntavano alcuni abeti, dentro un manto di nebbia.
Cera davanti a me la mia anima paralizzata. La vedevo triste, immobile, non sapendo dove raggiungerlo in mezzo a tanta nebbia.
Essa diventava allimprovviso carica, intensa. Ma ritornava ben presto vuota, pazza di dolore e tremante di freddo.
Mio Padrone, che posso divenire quando tu non ci sei? Aprii la finestra. Respirai qualche istante laria umida e ghiacciata. Ma non vi fiutai nulla se non indifferenza. Ebbi un brivido, la richiusi rumorosamente; mi venne la voglia di bere un poncio e guardarmi la televisione.
Veniva trasmesso un poliziesco in cui sfilarono un bel po di cadaveri. Al termine, non mi restava che contemplare lo zucchero rimasto sul fondo della tazzina sporca, e accanto un cucchiaino appiccicoso, e lallegra bottiglia vuota del rhum.
Cuore tanto stupido, che cadi alla prima trappola! Una trappola grossolana! Per attirarmi, il diavolo non deve affaticarsi troppo. Gli basta suggerirmi che poncio e film sono più gradevoli di te! Ed eccomi sedotta, gli occhi sullo schermo, mentre navigo nel rhum.
Per fortuna tu mi spii e mi riconduci alla Realtà con una bella botta in testa per costringermi a voltarmi verso di te. Lunico momento delizioso di queste serate stomachevoli è la botta in testa.
13
Ho letto un libro che parlava del mio Padrone. Un libro molto bello, scritto da un uomo che avendolo incontrato un giorno nel bosco, era rimasto conquistato dal suo sguardo.
Quelluomo non laveva più rivisto in seguito. Ma non poteva dimenticarlo e vivendo ormai allinterno di quello sguardo, si era allontanato dal mondo per cercare di decifrarne tutte le ricchezze.
Mi accorsi allora che io non conoscevo veramente il mio Padrone. Dopo aver chiuso il libro, ne rimasi estasiata, ma nello stesso tempo gelosa, perché mi risultava chiaramente che il mio Padrone doveva amare quelluomo più di me. Ora mi sembrava che i conti non tornassero, in quanto avrei voluto essere amata più di chiunque altro.
Gli scrissi per chiedergli se si ricordava di quelluomo. Mi rispose che pensava continuamente a lui come a me. E così il mio Padrone non faceva differenze tra noi? Non era una cosa stupenda? Non avrei dovuto rallegrarmene e ringraziare?
Ebbene, no! Stracciai la lettera a pezzettini, talmente soffrivo di dover condividere il mio Padrone con altri. Mi venne il pensiero che tutte le persone che aveva incontrato, le amava allo stesso modo. Come avevo fatto con la lettera, sentivo di dover ridurre anche lui a pezzettini, disperderlo ai quattro angoli del globo. Infatti sapevo che aveva viaggiato molto prima di essere boscaiolo.
Caddi in una disperazione profonda. Il mattino seguente avevo un gran mal di testa. Il sole splendeva alto. Ricevetti ancora una lettera dal mio Padrone.
Mi scriveva: "Non ti turbare in quel modo. Io ti amo. Non è questo lessenziale? Tu spesso preferisci a me dei dolcetti, del cioccolato, una bicchierino. Sei tu che mi ami troppo poco "
Per delicatezza non mi ricordò i traviamenti passati. Ne provai vergogna. E in effetti quante le prove del suo Amore e quanto poche del mio!
14
O mio Padrone, sai che cosa sono diventata dal giorno della tua assenza? Della cenere che vola ad ogni vento, grigia, tutta grigia.
A volte sono così scoraggiata che cado tra due tavole del parquet. Umiliata rimango nel mio nascondiglio finché una scopa non viene a sloggiarmi. Allora veloce mi stacco dalla paletta e salto dalla finestra. Ma il mondo è così grande che non so dove andare. Un filo derba mi accoglie e culla la mia tristezza.
Io chiedo al filo derba: "Non hai visto per caso passare un boscaiolo con lo sguardo chiaro come lazzurro?"
Il filo derba lo chiede a tutti i suoi compagni. Un mormorio si leva dal prato: "No, nessun boscaiolo!".
In quel momento una folata di vento piega lerba e mi solleva su di una roccia. Lì sopra mi sento divenire di fuoco, ardente.
In che modo della cenere fredda potrebbe trasformarsi in brace se non fosse per te, o mio Padrone? La tua luce illumina la roccia.
O Boscaiolo, mio Padrone dallo sguardo di fuoco, che mi hai fatto, se ogni volta che ti penso mi si stringe il cuore e mi sobbalza nel petto?
Sono ammalata di te, o mio Padrone!
Fine