N°7


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N°7

O mistica o niente, seguita da "La Croce di Cristo e la nostra"
(conferenza predicata al Carmelo di Angers)

Nancy, 16 luglio 1969

Cari Amici,

La vita che conduco non favorisce molto la mia fedeltà nel mandarvi queste Lettere. Non essendo mia l’ultima ed essendo la penultima un estratto delle diciassette conferenze del Ritiro di Montlignon, bisogna risalire fino all’Ottobre 1968 (Lettera N° 4) per trovare un messaggio che corrisponda all'intenzione di queste Lettere.

È molto tempo, in particolare, che non vi parlo di ciò che un po’ dappertutto viene chiamata "la crisi della Chiesa". Confesso che mi è sempre più difficile aprire la bocca su questo argomento. La sola cosa che conta infatti, è che noi comprendiamo un po’ il cuore di Dio. Se non si comprende niente del cuore di Dio, non ha molta importanza essere per la tradizione o per il movimento... e neanche realizzare un giusto equilibrio tra i due. Tutto questo non è che un mezzo per aiutarci a trovare qualcos’altro, di cui sono tentato di dire ciò che Cristo diceva della Salvezza tout court: pochi sono quelli la trovano... che siano a destra, a sinistra o al centro.

Scrivo dunque queste Lettere per coloro che desiderano comprendere il cuore di Dio, con l'intelligenza ma più ancora con l'amore. Attribuisco certo la massima importanza agli articoli fondamentali della fede cristiana. Sono profondamente e dolorosamente cosciente (checché ne dicano i fautori dell'apertura al mondo) che molti teologi rischiano di fare naufragio nella fede e, ciò che è peggio, di trascinare in questo naufragio molti fedeli e soprattutto molti sacerdoti. Nutro una profonda gratitudine per coloro che difendono il deposito della fede, come sentinelle e vedette in mezzo alla tempesta – anche se certi si lasciano andare ad essere ingiusti verso le persone per amore della Verità.

Detto questo non posso dimenticare le parole di Teresa di Gesù Bambino: si possono ricevere grandi luci senza saperne approfittare, assomigliando così a persone che muoiono di fame davanti a un festino magnifico. Questo corrisponde esattamente a quello che dice S. Paolo sulla fede che trasporta le montagne, e che non è niente senza la carità. E la carità non consiste solo nell’essere benevoli e neanche votati agli altri (Se distribuisco i miei beni ai poveri e non ho la carità, non sono niente), ma nel comprendere il cuore di Dio.

Non dobbiamo giudicare nessuno su questo punto – soprattutto su questo punto... ma le divisioni, le lacerazioni e le accuse reciproche possono appunto far temere che questa carità manchi crudelmente. In ogni caso dobbiamo temere per noi – e io temo seriamente per me – che non basti raggiungere il campo di quelli che hanno una fede che trasporta le montagne, o una generosità capace di spogliarsi di tutto, per essere d’accordo con Dio.

Non posso neanche dire che basti evitare ogni eccesso per entrare nel mistero della carità, che è per l’appunto eccessivo, sapienza bruciante sconosciuta al cuore dell'uomo. Ecco perché non posso impedirmi di temere, senza giudicare nessuno, che le profondità del cuore del Cristo restino inintelligibili a molti... di temere soprattutto di non capirci niente io stesso, se mi lascio portare dalla corrente dei pensieri umani. I pensieri di Dio non sono quelli degli uomini, solo un piccolo gregge ci capisce qualcosa, quello di chi accetta di penetrare nella fornace purificatrice del cuore di Cristo. è sempre stato così e sarà sempre così fino alla fine dei tempi. Questo non vuol dire che gli altri uomini non saranno salvati, ma questo vuol dire che nell’attesa sono ciechi, ed io non posso seguirli né invitare voi a farlo.

Capisco che una tale affermazione dia le vertigini, ci tengo perciò a spiegarmi in maniera abbastanza chiara da non dar adito a nessun malinteso.

La dottrina stessa del Corpo mistico insegna l'esistenza di una gerarchia tra gli eletti come quella che c’è tra le membra di un corpo vivente. Spero con tutto il mio cuore che un gran numero di uomini incamminati sulla via della perdizione saranno salvati all’ultimo momento (certuni prima, ma molti all’ultimo momento) – dalla preghiera e dall'oblazione dei santi, che completano nel loro corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Questi è il tronco, i grandi santi sono i grossi rami su cui si innestano quelli piccoli e infine tutte le foglie...

Spero anche, più fermamente ancora, che gli innumerevoli popoli diseredati, che non hanno mai potuto essere adeguatamente evangelizzati, siano plasmati a immagine e somiglianza di Cristo dalla loro stessa miseria e morte - se tuttavia la loro libertà non vi si oppone, nella misura in cui essa può esercitarsi, la quale è tanto più debole quanto più schiacciante è la loro miseria e la loro vita infraumana.

In questa luce, non bisogna esitare a dichiarare questo: il numero di coloro che si lasciano iniziare perfettamente al mistero della Redenzione e portano coscientemente il peso della Salvezza del genere umano al seguito di Cristo, è molto scarso. Quanto a sapere se noi facciamo parte o no di questo piccolo gregge, è un’altra domanda a cui non si può dare altra risposta che quella di Giovanna d'Arco: se non ci sono, Dio mi ci metta - se ci sono, Dio mi ci mantenga... Questa risposta è la sola che ci permetta di navigare tra il duplice scoglio dell'orgoglio dei farisei e dell'angoscia dei giansenisti.

Detto questo, non abbiamo il diritto, noi che siamo stati evangelizzati, di perseguire né di proporre altra meta che quella di entrare in questo piccolo gregge. Dobbiamo quindi accettare radicalmente di sentirci soli, e sempre più soli, di fronte ai pensieri umani che circolano nel mondo e nella Chiesa. Perché in verità la nostra conversazione è nei Cieli... e anche la nostra famiglia.

Ripeto che mi compiaccio della lotta condotta da coloro che difendono il deposito della fede - come della generosità di coloro che si mettono a servizio dei poveri. Ma tra gli uni come tra gli altri, non posso dare fiducia, e proporre alla vostra fiducia, che un numero molto piccolo... coloro che mi danno appunto l'impressione di comprendere qualcosa del cuore di Cristo, coloro i cui pensieri non sono quelli degli uomini ma quelli di Dio.

Sulla base di queste spiegazioni, potrò forse rispondere all'obiezione più profonda e più sincera, che mi è stata fatta da una religiosa contemplativa, e che citerò per prima, rispettando l’anonimato (Ho sottolineato io stesso la domanda che mi sembra capitale in questo testo):

"Arrivo delle volte a domandarmi, di fronte alla mentalità "secolarizzata" (o "naturalizzata"?) che si afferma sempre di più, anche (o soprattutto?) fra i sacerdoti e le religiose di vita attiva, se la nostra vita separata, benché aperta a tutti i venti che ci raggiungono, non verrà alla fine considerata come un’evasione colpevole (come venivano giudicati gli "imboscati" della guerra 15-18). Non lo è, in effetti, se non viviamo intensamente quella "preferenza data alla passività" di cui lei parla? Ma è alla portata di tutte le anime, anche nei chiostri (voglio dire non solo in linea di principio)? In realtà, la mia esperienza di me stessa e degli altri mi prova che i veri mistici sono rarissimi. E il "segno escatologico" che noi dobbiamo essere per il mondo può bastare a giustificare la nostra vita, se il mondo non lo accetta più?"

Risposta. – Non è alla portata di tutte le anime lasciarsi configurare coscientemente al mistero della morte e della risurrezione di Cristo. L’ho appena detto, bisogna essere iniziati, e cioè evangelizzati e l'evangelizzazione può comportare dei gradi di profondità, perché l'essenziale di questa iniziazione viene dallo Spirito Santo, i cui doni sono gratuiti.

Ma a parte questa riserva (che va da sé), la condizione necessaria e sufficiente per lasciarsi iniziare al mistero di Dio è di essere umile, o se si preferisce, come dice Cristo stesso, di diventare bambini. In una prospettiva che si voglia seriamente cristiana, non si può comunque dire che si entra in Cielo senza diventare mistici (se no sarebbe il Paradiso dei musulmani, secondo la Tradizione meno spirituale e appunto meno mistica dell'Islam). Se dunque non si entra nella "passività" dei santi prima dell’ora della morte, bisognerà pur entrarci in quel momento, e scoprire la vita mistica in Purgatorio. Dire che un tale programma non è realmente alla portata di tutti sarebbe dubitare che la Salvezza sia realmente offerta a tutti... perché non c’è altra Salvezza.

Non è certo dato a tutti di entrare fin dalla prima ora nella passività della vita mistica... e neanche alla terza, alla sesta o alla nona. Ma la speranza cristiana consiste appunto nel credere che Dio ci ama quanto basta per portarci a questa passività servendosi di tutti i fallimenti e di tutte le sofferenze che ci avviano verso la morte. Se si tiene conto della straordinaria tenacia con cui ci insegue la misericordia divina, se ci si crede, bisogna fare delle prodezze di resistenza e di indurimento per sfuggirle fino all’ultimo.

Questo è vero in modo particolare per le religiose e i religiosi contemplativi. È probabile infatti che la maggior parte di queste anime, per la maggior parte della loro vita, entrino molto poco nel mistero delle purificazioni... perché la natura umana è mediocre e ha paura. Ma la certezza della Chiesa, nel garantire la vita monastica, è che, a meno di una resistenza grave, Dio finirà bene per portarveli tutti. Ci si crede o non ci si crede: ma se non ci si crede con tutte le proprie forze non si può evidentemente più approvare questo genere di vita...

Quanto al "segno escatologico" che dobbiamo essere per il mondo, farò le due osservazioni seguenti:

1) "Non sarà dato a questa generazione altro segno che quello Giona". Questo segno è quello della Croce: scandalo per i giudei (e cioè tutti coloro che vogliono vedere fin da quaggiù la realizzazione del Regno) - follia per i Greci (e cioè tutti coloro che sognano una filosofia religiosa accettabile per tutti).

In altri termini, è essenziale al segno della Croce non essere accettato dal mondo. Più semplicemente e profondamente, è essenziale ad ogni manifestazione vera dello Spirito di Dio (ad ogni Epifania) essere crocifissa dal mondo che non la può sopportare (sono una Croce per il mondo, e il mondo lo è per me, dice S. Paolo). In altri termini ancora, se vogliamo ad ogni costo che il mondo cessi di rifiutare la manifestazione dei figli di Dio, noi cerchiamo di eliminare la Croce del Cristo.

2) Lo Spirito Santo ha suscitato da circa un secolo un certo numero di famiglie contemplative aperte al mondo, e che vogliono dare al mondo la testimonianza stessa di Nazareth o di Betlemme. Bisogna che queste vocazioni accettino la legge di crocifissione di cui ho appena parlato. Ma ci sono sempre state, e ce ne sono ancora, delle anime a cui Dio non chiede neanche di essere un segno – ma puramente e semplicemente di esistere, e cioè di pregare e morire per i fratelli.

Non è necessario che qualcuno lo sappia, basta che lo sappia Dio. La preghiera non è efficace in quanto segno, è efficace in quanto preghiera. Ancora una volta, ci si crede o non ci si crede. Se non ci si crede, nessuna vita contemplativa ha più senso, aperta o chiusa. Se ci si crede, la vita contemplativa non è prima di tutto un segno, ma una vita nascosta: pregare e morire. La vita contemplativa aperta è una epifania della vita nascosta, una predicazione silenziosa voluta dallo Spirito Santo. Ma non è la predicazione che dà un senso alla vita divina, è il contrario.

Non so se queste osservazioni basteranno a convincere la religiosa che mi ha scritto (è evidente che non chiudo il dialogo). Per oggi, chiedo il permesso di non dire di più, e di lasciare il posto a una conferenza fatta al Carmelo di Angers nel 1969, che completa abbastanza bene le diciassette conferenze del 1953.

Fr. M.D. Molinié, o.p.

 

P. S. – Ho redatto questa lettera prima di aver preso conoscenza del bellissimo libro intitolato La Flamme che dévore le Berger (éd. del Cerf). Questo libro rivela la vita interiore di Paul Xardel, Prete operaio nell’America del Sud sotto la guida del Padre Loew, e morto accidentalmente a 34 anni il 17 agosto 1964. Ci tengo a segnalare quest’opera e questo sacerdote come uno di quelli che testimoniano e gridano con evidenza il vero amore di Cristo, amore puramente contemplativo che ripone tutta la sua gioia a dare la vita per chi ama, e cioè i poveri.

Questo libro inoltre testimonia che anche fra questi poveri, insufficientemente evangelizzati ma comunque evangelizzati, brilla l'amore di Cristo – non con la lucidità temibile che resta il privilegio del piccolo gregge di cui parlo in questa lettera, ma con il calore e la soavità degli umili. Questi uomini e queste donne, schiacciati sotto il peso di un mondo indurito, passano la vita a fare inconsapevolmente ciò che delle Carmelitane (ad esempio) fanno consapevolmente: orientarsi verso la morte che sola dà un senso, inghiottendoci progressivamente nel mistero della morte e risurrezione di Cristo... questo nella pratica quotidiana, talora dolce, talora disperata, della carità fraterna. Sono contento di poter dire che, dalla lettura di questo libro, il numero di questi "poveri di Jahve" appare come immenso, e che in una tale prospettiva è il mondo occidentale ad apparire sinistro...

 

 

Conferenza fatta al Carmelo di Angers il 16 Febbraio 1969

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LA CROCE DI CRISTO E LA NOSTRA

Gesù Cristo ha voluto "sposare" il più possibile ciò che dobbiamo subire per diventare santi. Nelle purificazioni passive, ci si sente profondamente peccatori e lontani da Dio, si patisce la disperazione di non poter raggiungere Dio: è precisamente questo che Gesù Cristo ha voluto assumere.

1) La Croce di Cristo suppone che la dolcezza di Dio regni senza resistenze nelle fibre più intime della sensibilità umana: è l'unzione dello Spirito Santo che impregna tutti i nervi di Gesù. Questa sensibilità "trinitaria" è crocifissa nel suo cuore dal peccato degli uomini, dalla loro resistenza e dalla loro crudeltà - e questa crudeltà condanna Gesù Cristo al supplizio della Croce. Essa lo fa morire visibilmente il Venerdì Santo, ma avrebbe potuto farlo morire invisibilmente in qualunque momento della sua esistenza: perché tra la Vita, la Santità di Cristo e la crudeltà del cuore umano regna una vera e propria incompatibilità sanguigna. Nel cuore di Gesù, il Sangue purissimo che gli viene dalla Madonna (ma la cui purezza discende dalla vita trinitaria) incontra il sangue impuro che circola nelle nostre vene per la legge del peccato.

Le storie di trasfusione ci hanno insegnato che bisogna fare molta attenzione, e che l'incompatibilità sanguigna porta facilmente ala morte... si può dire in un certo senso che tutto il mistero della Redenzione è un mistero d'incompatibilità sanguigna: Gesù Cristo ne è morto - e a nostra volta ne moriamo anche noi.

2) Le purificazioni passive : "O morte sarò la tua morte". Una volta risorto, Gesù Cristo ha il potere di infliggerci l'aggressione della sua beatitudine e della sua vita tre volte santa mediante il suo Sangue:  la trasfusione comincia col battesimo e prosegue tutti i giorni (se vogliamo) con l'Eucarestia.

Ma per produrre tutto il suo effetto, questa trasfusione deve essere accompagnata da una ricetta, di cui ecco le prescrizioni :

a) Degli esercizi respiratori, intendo dire gli atti di carità che permettono alla vita divina di circolare più a suo agio nei nostri polmoni. Noi siamo i primi beneficiari dei nostri sforzi di carità: non è gran che, ma ogni volta consentiamo all'Amore di respirare un po’ più a suo agio nel nostro cuore;

b) Un’alimentazione appropriata: l'Eucarestia, ma anche la Parola di Dio. Ciò richiede uno sforzo positivo (leggere il Vangelo e tutto ciò che ci può aiutare a comprenderlo), e uno sforzo negativo: evitare i veleni e le tossine, e cioè le letture e gli spettacoli biologicamente incompatibili con la luce e la gioia del Vangelo. Non dimentichiamo che il germe del Regno è il più piccolo di tutti i semi: bisogna scartare con violenza tutto ciò che può compromettere la sua crescita (Se qualcuno non odia…);

c) Delle sedute di raggi, e cioè la preghiera, l'adorazione e l'orazione. In generale, queste sedute sono noiose. Durante l'orazione non ci si annoia sempre, ma è un felice incidente: per la maggior parte di noi e per molto tempo, è un’attività sostanzialmente noiosa. Il solo modo d’esservi fedeli è appunto di accettare di annoiarsi davanti a Dio per suo amore, come ci si annoia da un malato o da un anziano presso cui, per carità, si passa una mezz’ora ogni giorno.

La differenza è che presso Dio siamo noi che siamo malati, ed è per questo che ci annoiamo: il nostro palato è troppo rozzo per gustare il sapore di Dio, lo troviamo insipido, come gli Ebrei trovavano insipida la manna. Ma se ci andiamo lo stesso per farGli piacere veniamo esposti al Sole, e i raggi agiscono. Fare orazione è fare un bagno d'amore come si fa un bagno di sole...

Se siamo fedeli a seguire le prescrizioni, ne succederanno delle belle, perché questo permetterà al germe della vita divina e della dolcezza di Dio di svilupparsi silenziosamente.

La dolcezza di Dio è legata a ciò che i teologi chiamano circuminsessione: le tre Persone sono trasparenti e permeabili l'una all'altra, liquide una per l'altra, l’opposto di ciò che è solido e duro "sotto i denti". C’è osmosi perfetta tra i Tre, c’è impregnazione reciproca e infinita. Questa è la dolcezza di Dio - e noi… noi ne siamo molto lontani

Quando la dolcezza di Dio ci si presenta è letteralmente straziante e insopportabile. All’inizio, quando il germe cresce in silenzio, stiamo abbastanza bene, godiamo di un buon equilibrio, e diciamo che siamo in pace. Ma non è la Pace come Gesù Cristo la dà, è piuttosto una pace di compromesso tra l’uomo vecchio e quello nuovo: ci si intende ancora abbastanza... coesistenza pacifica di due esseri che coabitano senza drammi perché non si sono ancora urtati.

È il periodo d'incubazione. Il virus trinitario è lì, ma la guerra non è ancora dichiarata. Il germe si sviluppa al sicuro, ben nascosto nel più profondo del nostro essere, non c’è ancora conflitto aperto tra questo germe e il nostro io. Questo corrisponde un po’ a una gioia molto speciale che i cristiani amano cantare, e che talora il mondo intero presente: la gioia di Natale.

La gioia unica del mistero del Natale, è la presenza di Dio nel mondo prima che scoppi la guerra. A prima vista, si potrebbe dire che una tale gioia è abbastanza ingannevole. Se fondamentalmente c’è incompatibilità sanguigna tra lo spirito del mondo e lo Spirito di Dio (il sangue impuro degli uomini e il Sangue di Cristo), ci dovrà essere per forza quella che in chirurgia si chiama una reazione di rigetto: il trapianto soprannaturale che Dio cerca di realizzare nel mondo provocherà nell'organismo umano una reazione di rigetto che porta al mistero della Croce – e allora, la gioia di Natale?

Ma non è così semplice, perché questa guerra viene da noi e non da Dio, che non ha nessuna voglia di fare la guerra, e i cui pensieri sono pensieri di Pace. Natale realizza allora in modo fugace la Pace che regnerà eternamente una volta che tutto sarà finito e il combattimento terminato: allora si ritroverà la gioia di Natale, ma per sempre.

Ciò che è straziante nella festa di Natale, è proprio il suo aspetto fugace: ma questo istante di grazia è il passaggio furtivo di una verità eterna, e cioè che Dio è veramente l'Emmanuele, il Principe della Pace, e che il suo Amore ci dice: "Ci sarà la guerra. Sto per dichiararvela. Ma, prima di iniziare, voglio stringervi al mio cuore come gli avversari si stringono la mano prima della lotta, e voglio dirvi fino a che punto questa guerra mi fa star male. L'accetto perché bisogna che ci sia, la voglio anche implacabilmente... ma non esprime affatto ciò che sono in profondità. Allora, ciò che sono in profondità, voglio farvelo gustare un po’ prima che venga dichiarata la grande battaglia di Pasqua. Sto per farvi gustare un po’, senza battaglia, ciò che sono nel profondo... e che voi non potrete gustare veramente, in pienezza, che dopo la battaglia. Che la vostra gioia, dunque, sia piena. È una gioia provvisoria, ma gustatela senza difese, perché questa gioia fugace ha in ultima analisi un significato più profondo dello stesso combattimento".

Ecco cos’è la gioia di Natale. Si può dire che questa festa è dolce per quelli che sono lontani da Dio e austera e dolorosa per quelli che Gli sono vicini. Perché a quelli che sono lontani annuncia che il Salvatore è presente - e a quelli che sono vicini annuncia che il mondo è presente, con la sua crudeltà, e con l'ombra della Croce a l'orizzonte.

Il mondo a Natale deve gioire: non di quella gioia cattiva che Gesù Cristo ha predetto (Il mondo gioirà e voi sarete nel dolore), ma perché è visitato: "Vi annuncio una grande gioia, vi è nato un Salvatore..." È molto bello e consolante per i peccatori che stanno nell’ombra della morte. Il mondo, ormai, è abitato dall'Amore di Dio: anche se non lo sa e non se lo immagina, è abitato, e quindi benedetto.

Ma, da parte di Dio e degli amici di Dio, non è affatto divertente, è l’inizio dell'esilio e della Croce: "Non c’era posto per loro nell’albergo...". è il freddo, la precarietà, la necessità di nascondersi.

Se Dio vuole evitare il combattimento, si deve nascondere. E lo stesso gli amici di Dio (Fuga in Egitto, etc...). È doloroso, ma tuttavia grazie a questo la nostra vita comporta una certa dolcezza, che è precisamente il proprio della vita nascosta. Voi cercate questa dolcezza quando entrate nella vita contemplativa. Essa è legittima: ci nascondiamo perché il mondo ci lasci amare Dio tranquillamente. Va bene – non è definitivo ma è comunque autentico... ed è una figura di ciò che sarà definitivo.

Quando Dio ci invita all'apostolato, è una grazia piuttosto schiacciante per chi intravede di cosa si tratta. Essa provoca normalmente quella specie di movimento di debolezza di Gesù Cristo, quando la Madonna stessa lo lancia nell'apostolato alle Nozze di Cana. Le dice: "Ma insomma, non è l’ora, la mia ora non è ancora giunta". Vuol dire: Non è l’ora dell'Epifania – perché l'ora dell'Epifania, è l'ora della reazione di rigetto, e cioè la Croce... e davanti a questo è turbato e indietreggia: "È per quest’ora che sono venuto nel mondo... ma tuttavia la mia anima è turbata".

Quando questo combattimento ha luogo in noi perché anche la nostra ora è giunta, siamo iniziati a qualcosa di affatto differente dalla gioia di Natale, di molto più bello ma molto più temibile, che si chiama la gioia pasquale.

Tanto la gioia di Natale è silenziosa, tanto la gioia pasquale è tempestosa e movimentata. Tutto quello che S. Giovanni della Croce descrive, in fondo, non è altro l'irruzione della gioia pasquale... ciò che i Greci chiamano le doglie della seconda nascita, come suggerisce Gesù Cristo stesso: "La donna, quando partorisce, è afflitta perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo".

È l'ora in cui il germe del Regno dei Cieli, chiuso come un cuore di carne nella prigione del nostro cuore di pietra, sta per lacerare quel carapace per uscirne e volar via, come un uccello esce dal guscio.

Questa immagine del cuore di pietra è assolutamente biblica. Continuamente nella Bibbia, Dio rimprovera al suo popolo di indurire il cuore. Mosè dice agli Ebrei, nel Deuteronomio: "Dio vi ha dato tutto: la benedizione della Legge e la dimostrazione della sua potenza e della sua misericordia verso di voi, in quell’avvenimento inaudito che è stata l’uscita dall'Egitto. La sola cosa che non vi ha dato... è un cuore e un’intelligenza per comprendere ciò che vi ha dato". Più tardi Ezechiele annuncia la promessa di quest’ultimo dono, più prezioso di ogni altro: "Toglierò il loro cuore di pietra e i darò loro un cuore di carne".

Ma questo avviene all’interno, nel modo in cui i serpenti cambiano pelle: le scaglie cadono e un altro involucro le sostituisce. È nel più intimo del nostro cuore di pietra che Dio introduce e impianta il suo cuore di carne. È il battesimo che opera questa infusione o inoculazione del virus trinitario. Quando l’ora sarà giunta, quando avrà preso abbastanza spazio, il cuore di carne strapperà l’involucro... e in attesa di strapparlo, sta alla porta e bussa, ma dall’interno. Quando Cristo pronuncia questa frase (Ecco che sto alla porta e busso), è più per chiedere di uscire che di entrare nel nostro cuore... almeno se siamo in stato di grazia. È come uno prigioniero nel relitto di un sottomarino naufragato – si sentono i colpi e si dice: Toh, c’è qualcuno dentro, andiamo a liberarlo.

Questo è il lavoro di Gesù Cristo in noi. Si parlava un tempo del "Divino Prigioniero". Ebbene, Egli è prigioniero in noi. È il paradosso della nostra situazione; esso spiega perché siamo così duri gli uni per gli altri - e nello stesso tempo così attraenti... e tanto più duri quanto più siamo attraenti. Noi sentiamo infatti che c’è qualcosa di molto prezioso nel cuore dei fratelli. Siamo attirati e ci avviciniamo per andare a vedere... e ci scontriamo col cuore di pietra che sbarra la porta. Il nostro cuore di pietra si scontra con quello altrui, e sono scintille! Allora è un vero purgatorio perché, aldilà di questo impatto brutale, il nostro cuore di carne geme nelle doglie del parto, nel desiderio di raggiungere il cuore dei fratelli e quello di Dio.

L'istante della liberazione è allo stesso tempo il più doloroso e il più bello. "Abbiate fiducia, ci grida S. Giovanni della Croce, proprio nel momento in cui avrete l'impressione di avere perso tutto (momento che può durare un certo tempo, il tempo di lacerare veramente il carapace del crostaceo), nel momento in cui avrete l'impressione di morire, è proprio allora che metterete al mondo il vostro volto eterno".

Si ha anche l'impressione di morire doppiamente, perché l'amore che è in noi, nel nostro cuore di carne, muore di non morire, come dice Teresa d'Avila (o piuttosto muore di non poter vivere, perché l’uomo vecchio che l'imprigiona non è morto) - e allo stesso tempo l’uomo vecchio, e cioè il carapace, muore sotto la pressione interna dell'amore: allora si dibatte, si difende, si agita, perde la testa e dispera. "Dispera e muori!..." dicono le vittime di Riccardo III, apparendogli in un incubo la vigilia della battaglia in cui doveva trovare la morte: non c’è nient’altro da sperare per l’uomo vecchio.

Ecco il programma! E questa morte dell’uomo vecchio fa rumore... L'amore di Dio soffre senza rumore, subisce la lunga morte della sua liberazione nel gemito e nella pazienza - ma l’uomo vecchio non muore affatto con discrezione! E poi, col favore di tutto questo, il Demonio è espulso... e neanche questo avviene senza fracasso. Dopo il peccato, il Demonio ha ricevuto il potere di metterci a morte, ma anche di chiuderci in una rete peccaminosa, quella del mondo che ci circonda, a cui apparteniamo per i nostri peccati passati. Ed è tutto questo che deve essere espulso: l’ultimo nemico ad essere vinto sarà la morte, ma prima ci sarà una serie di liberazioni da questo potere del Demonio su di noi, ad ogni purificazione. Ogni volta che il guscio si lacera, il Demonio deve andarsene un po’ di più, e lo fa nel rumore e nel furore.

Che condotta tenere di fronte a tutto questo?

La prima cosa da fare è comprendere la situazione e questo si fa prima di tutto con la fede: bisogna credere veramente che è ciò che ci attende. La seconda è accettare, dare il nostro consenso, perché Dio non lo farà se non vogliamo... o almeno non lo farà quaggiù.

Anche dopo questa vita Egli non può salvarci se non l'abbiamo un po’ voluto. Ma se non l’abbiamo voluto perfettamente e con fedeltà, ci imporrà senza riguardi la fine del trattamento... e sarà il Purgatorio. Se non ci si è lasciati totalmente invadere e lacerare sulla terra dall'amore di Dio, bisognerà bene che ciò capiti dall’altra parte. Se moriamo nell’amicizia di Dio, col germe della vita eterna, senza che questo germe abbiamo potuto trovare l’uscita sulla terra, bisognerà bene che lo faccia dopo la morte, e sarà molto più doloroso.

Sulla terra non può uscire senza il nostro consenso. È per questo che S. Giovanni della Croce ci chiede con una tale insistenza di essere generosi: non di una generosità qualsiasi, quella che Dio ci chiede è la generosità di accettare... la generosità, in fondo, di firmare coscientemente il nostro foglio di ricovero all’ospedale.

Spesso presento tutto questo sotto forma di parabola, quella del paese infestato da briganti che chiama un Re potente in suo soccorso. A partire dalle quinte dimore di cui parla Teresa d'Avila, i nostri briganti sono talmente ben cloroformizzati e apparentemente morti, che le seduzioni del mondo non possono più risvegliarli. È di fatto lo Spirito Santo Stesso che, nelle seste dimore, viene a risvegliarli cercando di occupare tutto il posto e di penetrare nei recessi del subconscio dove si nascondono: questi briganti sono i germi di resistenza all'amore di Dio che persistono nella nostra anima e nel nostro corpo.

A lungo e con pazienza lo Spirito Santo geme - "con gemiti inesprimibili" – di essere paralizzato, di non poterci dare la gioia in pienezza, a causa delle diverse cisti, dei "calcoli" che bloccano la libera circolazione dell'Amore, che si oppongono alla circuminsessione e alla dolcezza di Dio. Quando l'ora è giunta, e lo Spirito Santo decide di farla finita con tutto questo, Egli attacca questi focolai di resistenza come un acido attacca un corpo estraneo. Solo che sono esseri viventi, si difendono, e questo ci fa venir la febbre. Non è il microbo che ci fa venir la febbre, ma l'organismo stesso che si difende dal microbo.

Più si avanza verso le ultime purificazioni, più è indispensabile, raro e sufficiente, dare il nostro consenso. È raro perché ce ne sono molti che non se ne rendono neanche conto. È la prima trappola che ci tende il Demonio (e la più sicura per lui, perché sa cosa l'attende se si comincia a capire). Egli cerca prima di tutto di impedire che il Re varchi il confine, e perciò organizza la resistenza. La sua prima botta, quella che basta il più delle volte, è fare in modo che accettiamo di restare a un livello mediocre, con il pretesto della modestia, del realismo, e anche dell'umiltà : "Non va poi così male... sono comunque in Pace...", questa famosa Pace di compromesso come il mondo la da.

C’è qui allora tutto un arsenale di massime destinate a persuaderci allo stesso tempo che non è possibile andare più lontano, e che non è necessario. "Ci sono senz’altro dei viaggiatori cosmici che s'imbarcano nei razzi interplanetari: personaggi più da ammirare che da imitare e che si chiamano i santi... Ma non è dato a tutti!" Noi non vediamo l'orgoglio che si cela dietro queste massime, il rifiuto di lasciarci sconvolgere, umiliare, "sgonfiare"... allora è fatta! Il Demonio ha vinto, perché Dio è timido. Viene verso di noi con il suo grande Amore, paralizzato, come l'albatro sul ponte della nave dall’ampiezza delle sue ali. Ricordatevi della storia di Vittoria, la domestica della famiglia Martin, che nascondeva nel grembiule una grossa candela al posto della piccola che voleva Teresa: Dio è come Vittoria, vuole farci un regalo sensazionale al posto di tutte le cose miserabili che Gli chiediamo... ma non osa, se non si vuole.

Se il Demonio riesce a indurirci un po’ in questo rifiuto quando Dio bussa alla porta (Ascolta! Soffoco nel tuo cuore di pietra: non si respira molto qui dentro... Non mi vorresti lasciar uscire un po’, piano piano?"), se si fanno orecchie di mercante dichiarando che la santità non è per tutti, allora è vinta… vinta evidentemente per il Demonio! non avrà luogo sulla terra; avrà luogo dopo, ma non sulla terra.

È a questo proposito che S. Giovanni della Croce dice che non ce ne sono molti che vanno fino in fondo. Teresa di Gesù Bambino dice esattamente lo stesso in un clima molto diverso, quando ci invita a evitare il Purgatorio. È facile da conciliare con quelli che dicono che tutti vanno in Purgatorio (come il Curato d'Ars). Non si tratta di evitare il Purgatorio: si tratta solo di saper dove lo si farà...

La prima battaglia, quella in cui mollano i più, è, tutto sommato, una battaglia dottrinale: Qual’è il programma? C’è oggi ogni tipo di veleno, ma il più pericoloso non è nuovo: è la famosa distinzione tra il Cristianesimo "normale" e "ordinario" e il Cristianesimo eccezionale e straordinario dei santi, della vita mistica. Ci si ostinava a confondere la vita mistica con le grazie talora sospette che ricevono certuni. Questa confusione sistematica è un meraviglioso riparo per il Demonio.

Perciò, prima di sapere come ci si riuscirà, la prima questione che si pone è: Riconosci che questo è il programma, e il programma per tutti? Perché tutti vi sono chiamati; i gradi sono diversi, ma nessuno ha il diritto di dire: Non sono chiamato alla vita mistica, all'intimità trinitaria.

Bisogna perciò sperare fino alla fine la santità. Quando si scopre che si rimane penosi, che non si sfonda il tetto della mediocrità, comincia allora la seconda battaglia: "Speri tu comunque e fino in fondo la liberazione totale e la purificazione totale ? Sì o No?" È la battaglia della speranza. La prima battaglia è quella della fede: credere che la santità ci riguardi tutti. La seconda battaglia è quella della speranza: crederlo effettivamente per noi. Più la nostra situazione è penosa, più la battaglia della speranza sarà difficile e meritoria e la vittoria efficace e onnipotente.

La terza battaglia è quella della carità. Come ci riuscirà Dio? Voglio ben sperare, sì... ma non se ne vede neppure un accenno! Allora, qui, interviene la terza manovra grossolana del Demonio: dopo i traumi dello scoraggiamento, la trappola della rassicurazione: "Ma sì, ma sì, diventerete santi, così... senza accorgervene... Non preoccupatevi! tirate avanti pian pianino. Resterete come siete, ma non fa niente, bisogna accettare tutto, dovete accettare di trascinare la vostra vita con un certo numero di difetti e un certo numero di miserie".

Come in tutti i tranelli del Demonio, c’è qui una grande parte di verità, destinata a dissimulare una menzogna tanto più perfida. È verissimo a livello dell’esterno della coppa e del piatto. Su questo piano, è possibilissimo infatti che noi ci tiriamo dietro fino alla fine certe miserie che in definitiva non faranno più dispiacere a Dio, come scoprì con stupore Teresa di Gesù Bambino. Noi portiamo il nostro tesoro in un vaso di creta che è un carapace pieno di spine. Dio non strappa sempre le spine, spesso si accontenta di togliere il veleno che contengono, e cioè di pulire l'interno della coppa e del piatto. Quel che resta, è per esercitare la virtù dei nostri fratelli... e la nostra! (perché è veramente umiliante). Non bisogna farsi delle illusioni, la maggior parte dei santi sono persone insopportabili, almeno per qualche tempo. E quando sono diventati sopportabili, sono talmente scomparsi che non interessano più nessuno (tranne beninteso quelli che il Padre attira).

Di conseguenza, in quella regione che sfugge alla nostra coscienza (l'interno della coppa e del piatto), non abbiamo assolutamente il diritto di pensare che diventeremo santi senza che vi succeda qualcosa, senza perdere quella durezza di cuore e quella specie di crudeltà che sbarra il passaggio alla dolcezza di Dio.

Allora che fare? Rivolgersi a Dio nel gemito e nella fiducia. Nel gemito, perché si vede bene che non ci si riesce, e tuttavia non si accetta di restare sempre così. Nella fiducia, perché si attende che Egli si intenerisca… è la politica del piccolo piede di Teresa di Gesù Bambino.

E la risposta di Dio è sempre quella di tenderci il foglio di ricovero per ottenere la nostra firma. Questa firma è un atto di carità eroico, l'equivalente della conversione o dell'entrata in religione: noi accettiamo di entrare in Purgatorio e questo è più grave ancora che entrare in Convento. Si firma un assegno in bianco, più profondamente di come non lo si sia mai fatto, per ottenere la grazia del trattamento ultimo, perché Dio non ce lo imporrà mai senza il nostro consenso.

Questo gesto non è niente ed è tutto. Niente ha ancora avuto inizio, ma non importa, perché è l’unica parte del trattamento che presenti qualche difficoltà per Dio stesso: ottenere il nostro consenso. Una volta che si è firmato questo patto con Dio perché Egli vada fino in fondo, si è salvi. È molto più forte di un patto con il Demonio, ma è nella stessa linea. C’è qualcosa a cui rischiate di non prestare attenzione, perché non si pensa che, una volta entrati nella vita religiosa, bisogna ancora entrare nella vita religiosa. Però è così: bisogna rifare l’atto di amore che ci ha portato in essa più semplicemente e più profondamente ancora.

Questo semplice Fiat si basa unicamente sulla fede, la speranza e la carità. Una volta che si è firmato il foglio di ricovero, "la Casa s’incarica di tutto", non c’è più insomma che aver fiducia.

Eppure, sempre nella stessa linea, si può ancora fare qualcosa. Una volta entrati nell’ospedale, ci sono diversi reparti, dove il trattamento è più o meno rapido. Uno di essi è particolarmente raccomandato: quello appositamente diretto dalla Vergine Maria. Quali sono i suoi vantaggi? Ci dispensa dalle doglie del parto? Per nulla, ma è un po’ comunque come il parto indolore, s’impara a prestarvisi con il massimo di docilità, grazie a una specie di marmellata...

C’è un ordine da seguire nel trattamento. Si può cominciare dall’esterno della coppa e del piatto, per penetrare sempre di più all'interno. È l'ordine che d'istinto vorremmo adottare, perché noi guardiamo ciò che è visibile e ciò che ci umilia. Ma la Madonna adotta esattamente l'ordine inverso, perché Lei va prima a ciò che fa più dispiacere a Dio. Quelli che non vogliono passare da lei, anche dopo aver firmato il patto, adottano un atteggiamento che obbliga Dio ad andare dall’esterno all’interno, perché altrimenti si resisterebbe troppo. Quelli che fanno così sono i "semplici soldati" di cui parla Enrico Susone.

Gli altri diventano subito "capitano", come Teresa. Evitano ogni spreco di sofferenza e d'energia.

È evidente che per lasciarsi fare a livello intimo, bisogna già essere sufficientemente semplificati. Quelli che hanno l'istinto di lasciarsi semplificare prima di ogni altra cosa (mortificazioni, opere, etc.) hanno in fondo un’anima mariana, che si rivolgano o no alla Vergine Maria (almeno consapevolmente). Ma a quelli che sono troppo complicati per avere spontaneamente un atteggiamento mariano, Dio offre una luce profetica attraverso la predicazione di Grignion de Montfort (o di chiunque altro sappia parlare della Madonna).

Quelli che accolgono questa luce possono beneficiare della semplicità della Madonna mentre sono ancora complicati: anticipano la grazia della loro semplificazione, perché attraverso il suo volto intuiscono che cosa può essere, capiscono che è ciò che loro manca di più... e vanno da lei per chiederle quello e solo quello. Sono allora semplici prima di essere semplici: sono figli della Vergine Maria...

N°7


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