[Lettere agli Amici N°8] [Home Page] [Lettere Agli Amici]
8 Dicembre 1969
Cari Amici,
La preparazione del cahier sulla Redenzione mi assorbe molto, ma non vorrei lasciar passare Natale senza dirvi qualche parola.
I
È difficile in questo momento non essere un po ossessionati dalla situazione della Chiesa. Per aiutarvi ad attraversare questi tempi difficili con la fermezza della fede, la gioia della speranza e la dolcezza della carità, vi propongo una serie di osservazioni (non cerco di coordinarle, scoprirete voi stessi i legami che le uniscono):
1. Fra le certezze dottrinali che mi sembrano indispensabili per affrontare le molteplici ambiguità e gli innumerevoli tranelli posti sul nostro cammino, metterò quasi al primo posto quella dell'esistenza e dell'influenza del demonio. Certo, bisogna credere prima di tutto che Gesù è risorto, che è il signore della vita e che la vittoria già gli appartiene. E so bene che questa certezza non va sempre da sé, che è battuta in breccia in molti sia a livello della stessa fede, sia a livello della speranza. Ciò malgrado, oso sperare che quelli che mi leggono non abbiano bisogno di essere istruiti o convertiti su questo punto.
D'altra parte, la certezza della nostra fede e il vigore della nostra speranza non divengono serie e meritorie che nella misura in cui cominciamo a intuire la profondità e la potenza del mistero d'iniquità che combatte contro l'avvento del Regno. Coloro che riconoscono concretamente che il demonio esiste e agisce, che semina la zizzania a piene mani nel cuore dei fedeli e dei loro pastori, questi prendono coscienza della vera dimensione del combattimento spirituale nel quale siamo impegnati. Non abbiamo a che fare solo con sacerdoti che contestano, con religiosi che mollano, con teologi che delirano o con pastori che capitolano, abbiamo a che fare con uno Spirito che intossica, turba e addormenta questi poveri uomini come addormentò gli apostoli nellora della Passione.
Quando lo si capisce, si è liberati dall'analisi interminabile di tutti questi errori e di tutte queste viltà. Ci si orienta sui veri responsabili della situazione, i soli che contino: Dio e il diavolo. Si conosce allora, più o meno (secondo le nostre forze e la nostra grazia), il combattimento della fede, e cioè la prova di Giobbe: perché una tale permissione accordata al Nemico, perché una tale ampiezza del suo potere? e, per quelli che vanno fino in fondo, perché la sua stessa esistenza, se Dio è così buono? Sono questi i veri misteri, e riconosco che non è facile uscirne con la freschezza di una speranza indomabile: ci vuole la potenza miracolosa dello Spirito Santo - e concretamente bisogna imparare molto, io credo, a rifugiarsi presso la Vergine Maria per ricevere presso di Lei e in Lei la nostra Pentecoste personale... solo avvenimento che ci libererà una volta per tutte dalle cattive angosce e dai cattivi turbamenti in cui il demonio cerca di tenerci legati. Per far questo si serve, ancora, dell'errore e del peccato degli uomini - soprattutto degli uomini di Chiesa ma, aldilà di questi uomini, il tranello che il demonio ci tende, e la prova che Dio ci propone, vanno molto più lontano, si tratta in definitiva, e sempre, della lotta di Abramo: imparare a sperare contro ogni speranza nel più fitto dell'oscurità, nel cuore della notte che sembra stendersi sul mondo e sulla Chiesa.
2. Certuni mi troveranno forse pessimista, e questo mi dà l'occasione di fare unaltra osservazione. Quando si tratta di ottimismo o di pessimismo, non si può separare la dottrina dalla persona che insegna questa dottrina. Ecco perché tanti dibattiti sono interminabili, ciò che si respinge nell'interlocutore è spesso molto meno ciò che dice che ciò che non dice: ciò che vive e ciò che è in profondità. Si ha del resto perfettamente ragione a fare così, a condizione di esserne coscienti. Essendo il Vangelo una dottrina di vita, un teologo in stato di peccato mortale può solo darcene le briciole, ma non saranno che ossa aride, non la pienezza della Luce di cui abbiamo bisogno per vivere e amare.
Questa pienezza, in definitiva, non ci è data che dai santi: perciò sono costretto a battermi il petto davanti a quelli che mi trovano pessimista, nella misura in cui è la mia persona, e non la mia dottrina, che sentono come tale. Questo vuol dire che l'amore e la pace di Cristo non scorrono a sufficienza dal mio cuore attraverso le mie parole - e di questo devo chiedere perdono, perché è certamente vero.
Viceversa, chiederei il permesso agli "ottimisti" di non essere a proprio agio, nove volte su dieci, non davanti alla loro dottrina, ma davanti alla loro anima. Il solo ottimismo che mi affascina è quello dei santi, perché si sente subito che hanno misurato e misurano ogni giorno nella loro carne il peso del mistero d'iniquità. Solo Dio, in fin dei conti, conosce perfettamente l'orrore del Male. Satana non lo comprende del tutto, perché lo comprende a rovescio (è il Bene che gli fa orrore). Gesù Cristo stesso, nella sua umanità, partecipa soltanto a ciò che Dio prova di fronte al Male - soprattutto nel momento dellAgonia. I santi, a loro volta, participano più o meno, secondo la loro grazia e secondo i momenti, a questo mistero dell'Agonia di Cristo. Ma non cè ottimismo cristiano senza una qualche partecipazione a questa Agonia non più di quanto non ci sia pessimismo cristiano senza partecipazione alla Pace e alla beatitudine che restano all'opera nel cuore stesso dell'Agonia di Cristo.
3. Finchè il nostro cuore non è completamente purificato, non siamo quindi perfettamente nella verità... anche se la nostra dottrina è esatta.
Viceversa, ci sono degli errori "invincibili", nel senso tecnico dato a questa parola dai teologi: tutti gli errori dovuti a un insegnamento insufficiente o corrotto, o a influenze praticamente inevitabili. Con la migliore volontà del mondo, la vittima di tali errori è provvisoriamente incapace di sbarazzarsene.
Se i peccati abbondano nel mondo, abbondano anche gli errori invincibili. Capiterà quindi spesso che il cuore di certi uomini sia più puro - e di conseguenza più "vero" delle loro dottrine. La misericordia di Dio rispetta infinitamente i brancolamenti dell'intelligenza umana tra le tenebre del mondo. Essa incoraggia tutte le generosità e tutti i fervori, anche se in parte si perdono e non troveranno subito la pienezza della Verità.
Credo, malgrado i tradimenti della doppiezza umana, che sia stato lo Spirito di questa misericordia ad ispirare al Concilio il senso di ciò che si chiama apertura al mondo. È particolarmente facile per il demonio seminare la zizzania in mezzo a questo grano, trasformare questo spirito di misericordia in fiducia orgogliosa nelle risorse della natura umana e in indifferenza più o meno nascosta nei confronti della Rivelazione. Questo male esiste, è vero: si diffonde su immensa scala nelle menti dei sacerdoti e dei pastori, e questo deve alimentare nel nostro cuore l'agonia di cui sopra.
Ma è un altro male e unaltra zizzania essere ciechi di fronte alla buona volontà di molti (sacerdoti, fedeli, non credenti), buona volontà che si lascia sviare senzaltro, con una facilità pericolosa, da tutte le ambiguità di una situazione così demoniaca - ma che resiste spesso come tale, e cioè nella purezza del suo cuore, agli errori materiali che non sa denunciare.
Ho molta paura che di fatto quelli che vengono chiamati integristi cadano in gran numero in questa nuova trappola piazzata sui loro passi per allontanarli dall'Unico Necessario. Molto lucidi nei confronti di tutti gli errori che minacciano la purezza della fede cristiana, sentono bene che lo spirito di questi errori proviene dal demonio, e che il loro frutto è la rovina di un gran numero di anime. Fin qui hanno perfettamente ragione e sono d'accordo con loro. Ma molti di loro commettono poi un duplice errore pratico:
- Si lasciano affascinare dall'orrore di tutta questa decadenza, e confondono in pratica la lucidità con la contemplazione. Bisogna essere lucidi nei confronti del male, del peccato, dell'errore, del demonio: ma non bisogna mai contemplarli, bisogna contemplare esclusivamente l'amore di Dio... e questo sforzo fa parte del combattimento spirituale di cui ho parlato, che è quello di Giobbe perché non è facile contemplare Dio quando le tenebre ci accerchiano. È però quello che bisogna cercare di fare, non è mai lecito contemplare le tenebre, anche quando ci opprimono;
- si lasciano andare a guardare gli uomini in questa luce tenebrosa che fa loro orrore - soprattutto coloro che diffondono gli errori da essi denunciati. Sono così portati a formulare numerosi giudizi temerari in materia grave.
Non sembrano sospettare, siamo sempre qui, che la perfidia stessa di tali errori, non essendo di questo mondo, è capace di sedurre per un certo tempo gli stessi eletti... e che nessuno può sapere quale purezza di cuore resti sepolta nellanima dei contestatori più infuocati senza parlare della folla dei piccoli e degli umili che si lasciano contaminare da tali dottrine, ma il cui candore resiste segretamente al veleno di queste dottrine. Il demonio non può ingannare i puri di cuore che rivestendo l'apparenza della verità, ma proprio questo si ritorce spesso contro di lui, perché i puri di cuore in realtà non assimilano, di tutti questi errori, che la parte di verità. Il resto lo ammettono, e forse lo ripetono... e questo non favorisce certo la fioritura della loro vita interiore. Ma non se nutrono veramente, quegli errori restano in loro come microbi indubbiamente minacciosi, ma contro i quali la salute dell'organismo si difende inconsciamente.
È per questo che, in una tale situazione, le stesse parole e le stesse teorie possono avere un significato così diverso secondo le persone che le pronunciano. Tutto è puro per i puri di cuore, che praticheranno spontaneamente ciò che S. Tommaso faceva in permanenza: l'interpretazione "pia" delle formule più inquietanti. Gli spiriti deviati, invece, interpreteranno le parole più chiare del Vangelo in uno spirito che le snerva e le priva di ogni vigore.
Solo che non sta a noi giudicare gli uomini, tanto meno se sono oscillanti, consegnati ora allo Spirito di Dio, ora a quello delle tenebre. Il solo atteggiamento che Gesù Cristo ci chiede di fronte a tutti gli uomini, anche se ci sembrano induriti, è quello della carità "che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta"... e che trema dalla paura di spegnere il lucignolo fumigante.
Gli integristi, del resto, sono anche loro in buona fede, e non vorrei giudicarli a mia volta, rimproverando loro di giudicare gli altri. Attiro solo la loro attenzione su un pericolo nel quale sono caduto anchio molto spesso, che corro in permanenza, e che avverto come molto grave. Se non ci stiamo attenti, proprio nel momento in cui proclameremo la Verità, credendoci divorati dallo zelo della Sua Casa, Gesù Cristo ci dira: "Voi non sapete di quale Spirito siete..." e forse anche: "Non vi conosco".
Ma per osare di fare agli integristi questa correzione fraterna e lacerata, bisogna innanzi tutto riconoscere che essa non riguarda il piano dottrinale ma quello prudenziale e pratico: la prudenza della carità. Non bisogna trovarsi contaminati dagli errori che essi denunciano a ragione, perchè in questo caso si restaerà paralizzati davanti a loro, bloccati dalla virulenza delle loro parole come gli insetti dal pungiglione d'una vespa.
È ben impossibile allora offrir loro la carità che si lamentano di non ricevere da parte dei pastori della Chiesa. Me ne sono a lungo lamentato anchio, ma riconosco oggi che questa maniera di esigere la carità assomiglia in maniera sorprendente a quella del creditore spietato della parabola, che prende il suo debitore per il collo e gli grida: Redde quod debes ! dammi ciò che mi devi! È vero, i pastori ci devono la Verità nella carità. Ma, se lhanno persa o rischiano di perderla, non sta a noi tormentarli un po di più prendendoli per la gola. Come dice proprio uno dei più famosi di questi "cattolici integrali", se avessimo saputo pregare di più per i sacerdoti e i pastori, non saremmo a questo punto. È vero anche il contrario, ma non spetta a noi dirlo né giudicarlo: ma solo di gemere e supplicare.
Con questo discorso, rischio tanto d'irritare che di accontentare tutti. Dio mi guardi dal ricavare un compiacimento segreto dallidea di starmene solo per mio conto, respinto a destra come a sinistra. Ma, se non bisogna cercare questa posizione, bisogna saperla prevedere e accettarla come normale, visto che è stata quella di Gesù Cristo. In ogno modo non si è mai soli con Lui, si è circondati dalla comunione dei Santi, dalla moltitude invisibile dei puri di cuore che credono, sperano e amano.
II
Ricevuto da una Carmelitana:
"Resto abbastanza perplessa davanti a conclusioni come questa, che si appoggia sul Vaticano II°: ai nostri giorni S. Teresa di Gesù Bambino non sarebbe accettata Maestra delle Novizie... poiché si dice la Chiesa al presente richiede educatori scientificamente preparati, specializzati nelle scienze pedagogiche, psicologiche, etc. e bisogna rispettare le leggi della Chiesa. Le confesso che mi sembra che qui qualcosa non funzioni, soprattutto quando un discorso come questo viene fatto da una monaca che parla di noviziati di vita contemplativa. Sono la prima a inchinarmi davanti alla minima decisione della Chiesa, ma mi domando se veramente la Chiesa arriverebbe a una tale conclusione. Non è preferire la sapienza degli uomini alla sapienza di Dio? Esistono daltronde, in pratica, delle opere di psicologia che ci diano una reale saggezza, capaci di farci desiderare che il nostro modo umano di essere e di agire si cambi in divino, a costo intanto di sconvolgere ogni armonia psicologica e di farci perdere la nostra anima per ritrovarla? Il Padre potrebbe scrivere qualcosa di questo genere e sarebbe un immenso beneficio per gli ordini monastici. Mi sembra che ci sia una grandissima confusione a questo riguardo e che si oscilli goffamente tra il rifiuto dei vecchi metodi - talora, bisogna dirlo, veramente privi del più elementare senso pedagogico e psicologico - e una sorta d'infatuazione per i dati umani culturali, sociali, intellettuali, senza attingere alla fonte della vera sapienza."
La Chiesa di oggi desidera che gli educatori spirituali siano scientificamente preparati. Malgrado le apparenze, non son sicuro che questo desiderio sia poi così nuovo. Ciò che è nuovo è lo sviluppo delle scienze in questione. Ma la Chiesa ha sempre voluto che i sacerdoti innanzi tutto, e tutti coloro che hanno una responsabilità pastorale, ricevessero la formazione che si poteva dar loro in quel dato tempo.
Non è neanche una novità, ma assume oggi delle proporzioni drammatiche, la continua minaccia che fa pesare su una tale formazione, da una parte la sclerosi dei "vecchi metodi", (che è molto meno la sclerosi dei metodi che quella degli uomini che li applicano in maniera meccanica e presuntuosa); dall'altra, l'arroganza dei "sapienti e degli intelligenti", incapaci di sottomettere la loro formazione tecnica alla Luce di una saggezza più alta e più semplice, riservata all'umiltà del cuore: la scienza gonfia, la carità edifica. E il peggio è che la sclerosi e la routine si alleano talora molto bene con l'arroganza degli specialisti per soffocare lo Spirito di Dio "nello spazio d'un Credo", per dirla con S. Teresa d'Avila.
Viceversa, la sapienza degli umili non ha niente da temere dalle discipline più avanzate. Essa saprà accettarle con dolcezza, humour e discrezione, senza temere la scienza né disprezzare l'ignoranza. Già ai tempi del Curato d'Ars, i suoi professori e i suoi confratelli, allo stesso tempo intellettuali e sclerotici, non ammettevano che potesse confessare con così poca istruzione. Ci volle che il suo vescovo, dopo averlo ascoltato, dichiarasse: "Forse non è istruito, ma certamente è illuminato" Questa nozione-chiave mancherà sempre a tutti gli Abelardi che si lasciano incantare dalle malie della "formazione scientifica".
Non escludo che ai nostri giorni numerose comunità esiterebbero a prendere Teresa di Gesù come Maestra delle Novizie. Dopo tutto, anche Madre Maria di Gonzaga ha esitato... Quando ci si trova di fronte a una luce eccessiva, bisogna o fuggire o capitolare. La follia del Curato d'Ars - come quella di Teresa e di tutti i santi - costringeva i suoi confratelli a una tale conversione del cuore, che diventava difficilmente sopportabile per coloro che non acconsentivano a questo sconvolgimento totale. Ci si sente dunque presto a disagio davanti a una simile luce e si sente il bisogno di metterla un po sotto il moggio. Questi sono i motivi profondi, che si tricereranno sempre sotto i pretesti più svariati: Teresa di Gesù Bambino e il Curato d'Ars saranno troppo poco istruiti, S. Tommaso d'Aquino "di un altro tempo", il talaltro "troppo colto per delle anime semplici", etc. È sempre la parabola del Vangelo: Abbiamo pianto e non avete voluto piangere abbiamo danzato e non avete voluto danzare.
Detto questo, non escludo neanche che numerose comunità accoglierebbero Teresa con gioia se si presentasse oggi e le darebbero volentieri lincarico più pesante davanti a Dio: quello di Maestra delle Novizie. A quel punto, le chiederebbero certamente di procurarsi una formazione più progredita di quella del suo tempo. Ella vi si presterebbe volentieri, ma saprebbe apprezzarne i benefici e scansarne i tranelli con la stessa audacia con cui sapeva approfittare dei benefici della vita comune e scansarne gli innumerevoli tranelli. Con la luce di Dio non è più difficile e senza la luce di Dio è ugualmente impossiblie.
Per concludere, ringrazio la Suora che mi ha scritto, della sua fiducia e della sua richiesta a proposito di una "reale saggezza". In fondo, tutto ciò che cerco di scrivere va nel senso di questo sforzo, di cui si potrà trovare un primo abbozzo nel Ritiro di Montlignon. Ci vorrebbe, certo, uninformazione molto più aggiornata sui risultati della psicologia attuale. Non sono sicuro di avere il tempo e le forze per riuscirci. Ma, dopo tutto, Teresa mi è bastata, con la grazia di Dio, per affrontare il groviglio delle dottrine moderne senza lasciarmi smontare, e senza perdere il filo conduttore che porta dall'umano al divino passando per gli sconvolgimenti necessari, che la Tradizione della Chiesa in generale, e S. Giovanni della Croce in particolare, hanno descritto una volta per tutte, senza che le tecniche attuali possano cambiarci niente.
Al contrario queste tecniche non acquistano il loro vero senso che nella misura in cui vengono viste come ancelle di questa sapienza inflessibile permettendo di descrivere meglio ancora le finezze del lavoro divino, e di aggiungere a S. Giovanni della Croce o a Teresa d'Avila ciò che essi vorrebbero dire oggi se vivessero ancora. E ciò che Teresa direbbe oggi se fosse tra di noi, ciò che ella vuol dire dallalto dei Cieli e nel profondo del cuore delle anime semplici, lo direbbe utilizzando le scoperte moderne per spiegarsi ancora meglio ... non per spiegare qualcosaltro, ma per spiegare la stessa cosa che ha voluto dire tutta la sua vita e che la psicanalisi presente attraverso le sue tenebre (come un uomo in preda alle allucinazioni presente che al di là di esse cè la realtà): e cioè che la vita appartiene ai miti e agli umili, non solo ai piccoli ma anche ai peccatori che sanno credere nella misericordia di Dio, e abbandonarsi ad essa senza discutere.
III
Per finire, tre fioretti... racconti di Natale in formato ridotto, che mi arrivano da una contemplativa - e, come dice la Bibbia, il quarto non è il meno bello, che mi arriva da una madre di famiglia!
1. Verso il 1960, avevo fatto covare la gallina (sono la fattrice della Comunità); risultato disastroso: uova poco dense, pulcini nati morti; in breve, tre sopravissuti: due svegli, un imbranato di prima classe. Nel giro di qualche giorno, prima uscita nel cortile. I due svegli seguono i passi della madre, capiscono al primo colpo che devono becchettare le uova dure, etc. ; l'imbranato resta all'interno del pollaio, pigolando come un ossesso. E io a dirgli: "Che stupido!" etc. Se fossi stata la madre, avrei detto: "Mio caro, arrangiati, se vuoi mangiare fa come i tuoi fratelli". Ma la chioccia... no, lei aveva senzaltro "i gusti di Dio"! prende il giallo delluovo ed entra a sminuzzarlo per il suo "minus habens"... Ero impietrita, e fu una delle più profonde rivelazioni di Dio che io abbia avuto, del Dio-che-ama-i-deboli. Le assicuro che mi sono sentita il cuore duro, quel giorno, e ho capito, in mezzo al cortile, in che senso Dio è il "totalmente altro". Non potrò mai scordarlo per tutta la vita.
2. Avvento 1954, ero nel crogiuolo (quello di San Giovanni della Croce), in una crisi nera! Arrivando in coro per l'orazione, mi cantavo interiormente, per sormontare la mia tristezza: "Consolamini, consolamini, salvabo te, etc." del bel Rorate. A quel punto, istantaneamente, Dio mi ha toccato, ma come dire ? Una brezza primaverile, dolcissima, con un profumo penetrante di fiori freschi; e questo, percepito con le orecchie! Spiritualmente, ci sono curiose miscele di sensazioni : sapore, suono, profumo, carezza... Ecco, nessuna idea né visione; ma mi ci sono voluti dei mesi per tradurre questo (molto male) in parole. Avevo "visto" come due "volti d'amore", identici, che erano come il decalco l'uno dell'altro (ma volti senza tratti umani), e ho capito fino a che punto il Padre era "d'accordo" col Figlio nell'opera della nostra Redenzione. Fino ad allora ero ancora segnata da quell"eresia" di un Figlio che s'interpone come vittima tra il Padre più o meno irritato e l'uomo peccatore. Qualche mese dopo, ho trovato in un sermone di S. Leone Papa l'espressione meno inadeguata per rendere questa percezione propriamente inesprimibile: è il "commune consilium" che presiede al piano della nostra Salvezza. In quindici anni ne ho viste tante, ma questa grazia mi si è impressa così profondamente che la disperazione mi è quasi impossibile. So e sento che il Padre e il Figlio mi vogliono salvare; che sono già riconciliata, e questa benevolenza avvolge lessere ancora più di quanto il seno materno avvolge il feto.
Questo "commune consilium" mi ha aperto prospettive infinite sull'espressione misteriosa: "Gesù, angelo del gran consiglio"; messaggero del piano divino della Redenzione... Lo si cantava il mattino di Natale: "puer... magni consilii angelus". Anche questo mi commuove fino alle lacrime; si ritrova il Dio-che-si-fa-piccolo.
3. Lo scorso autunno avevo le meningi completamente fuori servizio. Mi mandano per quindici giorni in campagna presso delle religiose che curano principalmente gli alienati. Casa di campagna, a quattro passi dalla chiesa parrocchiale. Schola cantorum: la decina di anziane signore ospitate nella casa e tre o quattro malate, ragazze più o meno caratteriali, senza famiglia, etc. Mi creda, non se la cavavano male! una delle ragazze, fin dalla prima domenica, vuole a tutti i costi imbarcarni nella schola. Esito un istante, per amor proprio. La gente del paese conosce lidentità di quelle coriste... "delle ritardate"; se mi unisco a loro, la gente penserà: "To, unaltra della stessa specie". Alla fine ho fatto il passo, piccola kenosi in formato ridotto. Dio attendeva proprio questo.
Invasione. Quella domenica il sacerdote sceglie la preghiera eucaristica N° IV, la più lunga, la più bella (per i miei gusti). Tutto il piano della Salvezza vi è passato in rassegna; memoriale della creazione, delle prime alleanze, dell'Incarnazione, della Redenzione... e per terminare a cosa? a quel preciso momento in cui, in una chiesa di campagna, Dio si rende presente nel sacramento - nella persona di Cristo - per alcuni contadini mal dirozzati che non ci capivano gran che, per alcune malate che pronunciano parole che passan loro sopra la testa. Ma è questo che lo glorifica; "perché l'Amore sia soddisfatto, bisogna che si abbassi, che discenda fino al nulla". La sua delizia è stare con i figli degli uomini, e soprattutto con i poveri.
In un istante, ho sentito l'inanità del nostro alto volteggio spirituale di contemplative, o piuttosto la sciocchezza che consiste nel fare dei paragoni, nel tracciare unaltimetria delle anime!... Il rilievo del pianeta terra vale quello di una buccia d'arancia, dicono. Guardando le cose dallalto, che differenza cè tra un buon contadinotto (o uno di quei ragazzi del catechismo che, prima della messa, ripeteva come un pappagallo un capitolo magnifico sulla Trinità, senza un lampo d'intelligenza) e gli "spirituali" che crediamo di essere?... Mi sono messa in ginocchio, molto onorata di essere tollerata dal Signore in mezzo ai suoi preferiti, i suoi poveri, e desiderosa di accogliere, a mani vuote, il dono gratuito di questa Pienezza traboccante di vita eterna.
4. (Da una madre di famiglia)
Una mattina sono andata da unanziana signora di 79 anni. Quasi cieca, molto malata di diabete e d'ipertensione, cura da sola suo marito, che ha 84 anni ed è invalido e tirannico. Lho trovata seduta sul muretto che singhiozzava. Suo marito era caduto dal letto verso mezzanotte, non era stata capace di rialzarlo; solo alle sei del mattino un passante l'aveva aiutata piangeva: "Dovè la buona Adele ? (il suo solo orgoglio era che da bambina la buona suora del catechismo l'aveva presentata al vescovo dicendo: "ecco la buona Adele" e lei gli era rimasta seduta accanto durante il pranzo della cresima) non cè più la buona Adele anche il mio lavoro non lo posso più fare neanche A. posso più curare - Dio mi ha abbandonato perché non sono morta visto che Dio mi ha abbandonato..." Ho appoggiato la sua mano sulla mia guancia e le ho detto: "Povera signora B., lei piange con le stesse parole di Nostro Signore sulla Croce: Dio mi ha abbandonato". Non si può chiamare sorriso ciò che ha illuminato un viso deformato da una paralisi facciale, privo di sguardo a causa del pus presente negli occhi. Ma si è alzata subito dal muretto, dicendomi: "Glielo dicevo che sono cattiva, stavo per dimenticare il povero buon Gesù". Ed è ritornata alle sue piccole incombenze interminabili e mai finite. Ora è "nelle mani dei cattivi" (se così si può dire così semplicemente come ha vissuto). Suo marito è morto, sua figlia l'ha presa con sé a T. e quando ho visto questa figlia, ho capito perché la Signora B. insisteva da tanto che la mettessero all'ospizio, anche separata da suo marito...
Quante volte sono stata presa alla gola nel vedere la gioia che il Signore trova segretamente, nascosta nella gente nascosta.