[Lettere agli Amici N°9] [Home Page] [Lettere Agli Amici]
Nancy, 2 Luglio 1970
Cari Amici,
Sono molto in ritardo nella redazione di queste Lettere. Parecchi di voi se ne sono lamentati, e alcuni si sono anche chiesti se non li avessi cancellati dallelenco dei destinatari. A tutti rivolgo le mie scuse. La verità è che il mio lavoro sulla Redenzione si trascinava da ben due anni, e ho deciso di venirne a capo ad ogni costo. Mi sono dunque buttato in questo lavoro, accantonando momentaneamente tutto il resto.
Conoscete le Lettere dal Deserto, di Carlo Carretto? L'autore è un piccolo fratello di Gesù. Convertito nelladolescenza, di temperamento focoso e ottimista, si consacrò al servizio di Dio in Italia con unattività appassionata, talora febbrile, fino al momento in cui la stessa chiamata lo portò nel deserto sulle orme di Padre de Foucauld. Là fece unesperienza, che riguarda il Purgatorio, il cui racconto mi sembra un unicum negli annali della letteratura cristiana. Un giorno ne riparleremo, in queste lettere o altrove: vi lascio prima scoprire quel racconto in tutta la sua nudità e in tutta la sua forza.
Vorrei parlarvi oggi di un altro brano delle Lettere del Deserto, un brano a cui si rischia di non prestare sufficiente attenzione: sono i capitoli XIII (Lultimo posto) e XIV (O tu che passi per via ):
"Percorrevo a cammello la pista tra Geriville e El Abiod, ed ero diretto ad una zona desertica, per qualche giornata di solitudine.
Ad un certo punto della pista mimbatto in un cantiere di lavoro. Una cinquantina di indigeni, guidati da un sottufficiale del genio, faticava a sistemare la strada rovinata dalle piogge invernali. Sotto il sole sahariano, non macchine, non tecnica: solo la fatica delluomo nel caldo e nella polvere a maneggiare per tutta la giornata la pala e il piccone.
Rimonto la fila dei manovali disseminati sulla pista, rispondo al loro saluto, offro la mia "gherba" di 30 litri di acqua alla loro sete.
Ad un certo punto, tra le bocche che si avvicinano al collo della "gherba" per bere, vedo schiudersi un sorriso che non dimenticherò più.
Povero, stracciato, sudato, sporco, è frère Paul, un piccolo fratello che ha scelto quel cantiere per vivere il suo calvario e mescolarsi a quella pasta come lievito evangelico.
Nessuno avrebbe scoperto leuropeo sotto quegli abiti e quella barba, e quel turbante ingiallito dalla polvere e dal sole.
Io conoscevo bene frère Paul, perché avevo fatto il Noviziato assieme.
Ingegnere parigino, lavorava in una di quelle commissioni destinate a preparare la bomba atomica di Reganne, quando sentì la chiamata del Signore.
Lasciò ogni cosa e fu piccolo fratello.
Ora era lì; e nessuno sapeva che un ingegnere: era un povero come gli altri."
Questo comportamento è scandaloso, e l'autore lo sottolinea molto bene. Prima facendo parlare la madre di frère Paul che domanda: Perché la Chiesa fa di un ingegnere un manovale? Perché si rifiuta di utilizzare i talenti di mio figlio a servizio degli uomini e di Dio?
Ma, nel capitolo seguente, Carlo Carretto vive questo scandalo sulla sua pelle. Nel corso di un viaggio particolarmente faticoso è accolto dagli uomini di un villaggio sottosviluppato, costretti a scavare con pale e zappe un canale sotterraneo, chiamato "fogara", capace di raccogliere l'acqua di cui era imbevuta la sabbia come una spugna e condurla ai campetti vicini.
Prende parte al loro lavoro a prezzo di una fatica enorme, a cui il suo corpo non era preparato, molto meno di quello degli indigeni. Dopo una settimana li deve lasciare per far ritorno a Tamanrasset : "Sentivo che non avrei resistito più a lungo a quella fatica ed a quella indigenza. In questo ero più povero di quei poveri, perché non riuscivo a sopportare ciò che essi sopportavano da sempre".
Avrei potuto, dice,scrivere una lettera in Italia a tanti amici. Mi avrebbero subito mandato un « bulldozer » per scavare la trincea in pochi giorni; mi avrebbero spedito con urgenza almeno dei grossi tubi di cemento per rendere la galleria stabile e sicura onde impedirne i crolli al primo scorrere dellacqua nelloued
Era giustificata questa mia inattività o almeno questa mia poco intelligente attività?
A che cosa potevano servire queste mie povere braccia davanti a tanto lavoro, questo mio vecchio cuore dinanzi a tanta fatica?
Non era meglio cercar dei mezzi e molti?
È questo il problema che mi sono posto sovente, anzi così sovente da diventare una tentazione continua allo slancio della mia stessa vocazione"
Attraverso questa domanda e questa spina, attraverso lo scandalo della sua propria condotta, l'autore giunge a intravedere lo scandalo molto più scandaloso di Gesù, così come ce lo presenta il Vangelo, scandalo che non sappiamo vedere a causa dellabitudine... che non osiamo vedere a causa della rivolta che provocherebbe in noi, e che rischierebbe semplicemente, se lo guardassimo in faccia, di farci perdere la Fede:
"Forse che Gesù quando venne su questa terra, Lui lOnnipotente, Lui lAmore, non poteva guarire tutti i malati, sfamare tutti i poveri, lenire tutte le piaghe, risuscitare tutti i morti?
Perché non lha fatto? Perché ha lasciato il mondo come l'ha trovato, bisognoso, sofferente, ingiusto, cattivo?
Ha risuscitato Lazzaro e la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Naim, è vero, ma solo per provare che non intendeva risuscitare tutti gli altri ed eran molti. Ne ha guariti sì parecchi, ma per lasciarli riammalare alla prima occasione non certo rara per luomo sulla terra".
Quando Gesù ci chiede di "calcolare la spesa", prima di camminare al suo seguito, ci chiede prima di tutto di metterci di fronte a questo, a questo comportamento incomprensibile e umanamente rivoltante, ed è allora che ci fa la domanda: "Volete andarvene anche voi?".
Mi piacerebbe parlare in modo diretto e semplice di questo scandalo, che è uno scandalo d'amore. Vorrei soffermarmi a lungo sul sorriso di frère Paul, su quello di Padre de Foucauld (nelle sue ultime foto)... su quello di Teresa di Gesù Bambino, su quello di Gesù Cristo.
Ma è la guerra: una guerra di sovversione, una guerra spirituale, una guerra insidiosa, in cui viene impiegato ogni mezzo per distogliere il vostro sguardo, e il vostro cuore, dalla contemplazione di quel sorriso. Allora è proprio il caso di applicare il precetto di Gesù: "Siate semplici come colombe e prudenti come serpenti... Guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei...". Bisogna che vi parli di questa immensa cospirazione che viene dalle tenebre passando, talora, per la cattedra di Mosè, cioè il sacerdozio per strapparvi dalla fonte d'acqua viva. Tutti voi ne soffrite, certuni si lasciano turbare, si sentono colpevoli di pregare troppo a lungo e troppo profondamente. Allora bisogna mettere i puntini sulle i: non per darvi acqua viva (la troverete nell'Eucarestia e nella preghiera), ma per darvi del cemento, con cui chiudere i buchi della cisterna che deve raccogliere lacqua viva.
Una delle intenzioni più feroci di ciò che si chiama oggi "teologia della morte di Dio" e delle numerose correnti di pensiero che vi gravitano attorno è quella di sbarazzarsi ad ogni costo dello scandalo a cui ho appena fatto cenno, di far sì che il volto e il comportamento di Gesù Cristo non ci obblighino più a farci le domande che si fa Carlo Carretto, di far sì che il Cristo così riveduto e corretto renda tali questioni assolutamente vuote e inutili: "di un altro tempo".
Basta, per far ciò, insinuare o proclamare che Gesù Cristo era in realtà impotente a liberare gli uomini dalla loro miseria per mezzo di miracoli e questo proprio in nome della verità dell'Incarnazione. Per essere un uomo come gli altri era indispensabile, secondo loro, che Gesù Cristo rinunciasse a un tale potere, sempre supponendo che un tale potere sia concepibile (ciò che il razionalismo di molti mette fortemente in dubbio, relegando i miracoli nellordine del meraviglioso, e quindi dell'infantile, di cui una religione "adulta" ha il dovere di sbarazzarsi). Così si elabora una teologia detta della kenosi, dotta trasposizione dell'intuizione geniale di S. Paolo geniale e più che geniale: divina, ma nello stesso tempo molto semplice quando dice: "Per noi umiliò se stesso".
Agli occhi di questi pensatori Gesù non può "umiliarsi" senza rinunciare alla potenza divina. Nella prospettiva tradizionale, Egli rinunciava soltanto a servirsene (e chiedersi perché era appunto farsi la domanda scandalosa), nella prospettiva moderna Egli rinuncia a possederla, o anche non può possederla: sarebbe contrario alla condizione umana, e sarebbe inoltre, come ho già detto, un "meraviglioso" molto sospetto.
Se si condividono queste vedute, è evidente che ogni problema scompare: il comportamento di Gesù non ha più niente di sconcertante, perché assomiglia il più perfettamente possibile a quello di tutti gli uomini (a parte un punto essenziale di cui riparleremo tra breve: la preghiera).
Ma ciò che i miracoli di Gesù, se ci si crede, hanno abbozzato su un piano individuale e molto limitato, la scienza del ventesimo secolo spera di realizzarlo un giorno a livello del mondo intero, e senza nessun limite assegnabile. Quando i piccoli fratelli del Padre de Foucauld rinunciano volontariamente a far beneficiare i diseredati del potere "miracoloso" della scienza, incarnano di fatto lo scandalo evacuato dai teologi moderni a proposito di Gesù incorrendo così in una condanna severa, furiosa, analoga a quella in cui incorse Stefano, perché non si poteva "sopportare di ascoltarlo".
È infatti facile sbarazzarsi di un testo evangelico, a cui si può far dire in definitiva tutto quello che si vuole, o quasi: è più difficile sbarazzarsi dei testimoni viventi che cercano di completare nel loro cuore ciò che manca alla Passione di Cristo. Allora ci si accanisce contro di loro come gli ebrei si accanivano contro Gesù... e sempre per la stessa ragione: l'orrore della "kenosi".
Quando infatti si sostiene che la kenosi implica l'inesistenza di poteri soprannaturali nella Persona del Verbo incarnato si svuota di fatto la kenosi: si oppone un rifiuto allo Spirito che la anima, e che invitava Gesù a nascondere il suo potere per immergersi, senza esservi obbligato, nella miseria umana. Questa kenosi, che si vuole così radicale quando si tratta dei poteri divini del Verbo, non la si vuole affatto quando si tratta dei poteri umani della Scienza... mentre è lo stesso Spirito che suggerisce a Gesù e ai piccoli fratelli di non sfruttare, anche a beneficio degli uomini, tutto il potere che Dio ha loro dato: ed è proprio questo invito dello Spirito che è scandaloso agli occhi della carne e del sangue, talmente scandaloso che lo stesso Carlo Carretto ha potuto esserne turbato.
Non è dunque per il piacere di discutere che devo mettervi in guardia, non contro questa o quella posizione della teologia moderna, ma contro la sua ispirazione di fondo, che mi pare opporsi implacabilmente, anche se in modo subdolo, allo Spirito Santo. Si tratta per essa di organizzare contro lo scandalo di cui sto parlando, che è il midollo del Vangelo, una vera e propria cospirazione del silenzio, facendo in modo che non venga neanche in mente di porre tale questione. Coloro che accetteranno di "reinterpretare" la loro vita secondo questa nuova linea saranno accolti e incoraggiati... fossero pure contemplativi. Ma coloro il cui comportamento esplosivo sarà decisamente "irrecuperabile" per questa cosiddetta spiritualità del ventesimo secolo, saranno semplicemente condannati come fossili, e si chiamerà in soccorso la psicanalisi per dimostrare che sono in realtà degli egoisti, degli esteti di una certa perfezione individuale e dei golosi di soddisfazioni raffinate, coltivate in una torre d'avorio lontano dalla fraternità umana.
Questa reazione è particolarmente netta a proposito della preghiera. Ho appena detto che la stessa vita contemplativa può essere recuperata dalla nuova teologia... a condizione però che la preghiera si lasci reinterpretare a sua volta in una prospettiva in cui essa non significhi più unintimità immediata con Dio, ma tutto quello che si vuole purché sia collettivo, e non si possa andare a Dio senza passare per lumanità.
L'unione diretta e solitaria di unanima con la Trinità suscita infatti lo scandalo di cui stiamo parlando: più profondamente, essa è questo scandalo in tutta la sua purezza. Non solo essa sembra allontanarci dagli uomini per farci compiacere in un diletto egocentrico, ma pretende di mobilitare lonnipotenza divina per un altro scopo che non sia quello di alleviare la miseria umana e di costruire un mondo migliore.
Rinunciando solennemente a questo tipo di preghiera, o addirittura condannandolo formalmente, si evita ancora ogni scandalo, e si immagina una preghiera che si confonde praticamente con il cammino dell'umanità verso il benessere. Se gli uomini cercano prima di tutto di tirarsi fuori dalla miseria e dal bisogno materiale, le loro aspirazioni vanno evidentemente più lontano: i comunisti più intelligenti non lo negano. Si potrebbe dunque concepire una preghiera che esprima e porti a compimento i frutti del lavoro umano. Invece di tagliare i monaci fuori dal mondo, i monasteri si presenterebbero come la punta estrema dello sforzo umano, e accoglierebbero tutti coloro che sentono il bisogno di dare un senso alla loro lotta quotidiana.
Ma quando Carlo Carretto confessa che riparte per Tamanrasset perché non può più continuare a condurre la vita dei poveri di Taifet, quando dice: "Avevo bisogno di preghiera. Avevo sete di trovarmi solo nel mio eremitaggio dove Gesù era esposto giorno e notte per sfogarmi con Lui, supplicare Lui, perdermi in Lui", allora è lo scandalo, e bisogna prendere (moralmente) delle pietre per lapidarlo, perché un tale comportamento è assolutamente inassimilabile e irrecuperabile per la teologia moderna. E ogni vita contemplativa costruita sulla stessa roccia, sulle stesse parole, sullo stesso spirito, è intollerabile per questa spiritualità moderna. Ecco perché la battaglia si svolge allinterno dei monasteri: perché si tratta di sapere che cosa significhi la preghiera, se è uno scandalo agli occhi del mondo, o se bisogna fare in modo che non lo sia.
Leggiamo il seguito:
"Soprattutto volevo chiederGli di farmi più piccolo, più svuotato, più trasparente.
E rendermi capace di tornare a Taifet.
Sì, tornare a Taifet per vivere gli ultimi anni della mia vita. Avere una capannuccia « come loro », un corredo ridotto ad una stuoia ed una coperta « come loro », sulla sponda di quel oued, a cui strappare un po di acqua con quelle crudeli « fogare » che crollavano continuamente come se ridessero della nostra fatica!
Ma « più di loro » avere Gesù nellOstia, nascosto nella capanna per adorarlo, impetrarlo, amarlo e attingere da Lui la forza per non ribellarmi, per non maledire, per accettare amando lindigenza di ogni ora.
E così, fino al giorno in cui sulla sponda di quel oued si sarebbe alzata una piccola croce di etel che come sentinella avrebbe vigilato sulla solitudine di quegli uomini in attesa che altri, altri, altri fossero venuti per amarLi e aiutarli ad amare".
Così la kenosi non può consistere nel divenire rigorosamente simile agli altri. Per il semplice fatto che si è voluti scendere tra di loro, si ha necessariamente qualcosa di più. La teologia moderna l'ammette volentieri per ciò che riguarda la cultura e la tecnica: è per dare loro questa cultura e questa tecnica che bisogna andare verso gli uomini. L'obbiettivo di questi teologi non è che tutti siano poveri ma che tutti siano ricchi: così si può sperare che la beatitudine dei poveri perda un giorno ogni senso.
Ma ciò che i moderni non ammettono è che un uomo conservi e coltivi il tesoro difficilmente comunicabile dellintimità divina. E se questuomo rinuncia a far beneficiare i suoi fratelli dei mezzi tecnici che potrebbe mettere a loro disposizione, se capita daltronde che egli non riesca a condividere veramente e totalmente la loro miseria, se è costretto a lasciarli per qualche tempo per coltivare il suo tesoro anche sperando di tornare fra di loro, ma facendo in modo di avere "in più" il suo tesoro nascosto nella sua capanna come un segreto e se confessa, infine, che senza questo tesoro (incomunicabile agli altri, o almeno non comunicato di fatto) è incapace di restare tra di loro, e dunque di sopportare veramente ciò che essi sopportano (poiché devono vivere in quellinferno senza avere, loro, questo tesoro e questo angolo di paradiso)... allora è lo scandalo, e bisogna tapparsi le orecchie per non ascoltare tali parole e non accettare tale testimonianza.
Si vede bene qui in cosa consiste lo scandalo. Se Carlo Carretto dichiarasse che non ne può più, che ha bisogno di andare allospedale o a trovare una donna e dei figli o a distendersi presso un amico, lo si ammetterebbe molto volentieri. La costruzione di un mondo migliore ha precisamente lo scopo di offrire a tutti gli uomini tali distensioni... e anche di fare in modo che non si abbia più bisogno di distensione, diventando il lavoro unattività che non porta più a tali casi limite in cui "non se ne può più".
La ricerca di unidentificazione pura e semplice con coloro che non hanno niente (al punto di pretendere di scartare sistematicamente tutto ciò che potrebbe rendere la vita piacevole) non apparirebbe più al limite come un moto d'amore, ma come la ricerca nevrotica di una sorta di primato, equivalente, nel ventesimo secolo, della colonna di Simeone lo stilita. Nessuno si propone un tale scopo, ognuno intende portare qualcosa a quelli di cui vuole condividere la condizione: la liberazione economica, quella da tutte le alienazioni, la fraternità, l'amore stesso. Ciò che fa scandalo e in cui consiste precisamente, lo ripeto, il midollo del Vangelo è la natura stessa di questo bene particolare che Carlo Carretto vuol portare ai più diseredati, e cioè appunto l'intimità divina.
Più precisamente e profondamente, ciò che ripugna all'uomo del ventesimo secolo in un tale comportamento, ciò che lo scatena contro la ricerca di un tale bene, è che nessuno sforzo umano da se solo può farci avvicinare ad esso per poco che sia: non lo si otterrà, come dice S. Paolo, grazie alla volontà o a sforzi, ma semplicemente perché Dio si impietosisce alla vista della miseria umana. È quindi appunto immergendosi il più possibile nel cuore di questa miseria che si può sperare di impietosire Dio e ottenere quel Bene... a condizione evidentemente di non fare di questa immersione un tentativo eroico e disperato per strapparlo dalle mani di Dio, ma di accettare al contrario che sia un dono assolutamente gratuito che niente può obbligare Dio a farci, neanche la peggiore delle miserie. Questultimo punto è certo il più difficile da vivere: non ci si riconcilia veramente con esso che al termine delle purificazioni passive, che Carlo Carretto descrive per suo conto dopo tanti autori spirituali, e che presenta molto bene come il tirocinio dell'amore gratuito (capitolo V).
Affermo che questa gratuità è il nocciolo di tutta la questione: essa spiega al tempo stesso il comportamento scandaloso di Gesù e dei suoi veri discepoli, e il furore del mondo nei confronti di questo comportamento divino. Mi ci vorrebbe molto più spazio per sviluppare questo punto...
Gli uomini hanno perduto il Bene che supera tutti gli altri (la perla preziosa del Vangelo), l'hanno perduto a partire dalla caduta. Il Figlio di Dio è venuto nel mondo per restituirci questo Bene: "Sono venuto a portare un fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!". Ma non poteva restituircelo come si restituisce la salute: questo Bene non può essere restituito che nel rispetto reciproco della gratuità delle iniziative divine e della gratuità della risposta umana. Questo duplice rispetto comportava infallibilmente, per Gesù, l'Agonia e la Crocifissione, ma è precisamente questagonia che ha ricevuto il potere di toccare il cuore di Dio, e di ottenere da lui la Redenzione totale del genere umano.
Ecco perché, secondo la mozione dello Spirito che anima i santi da duemila anni, e oggi ancora Carlo Carretto, Gesù si è rifiutato di utilizzare in pienezza il suo potere di guarire o di moltiplicare i pani, esattamente come Carlo Carretto rifiuta di utilizzare il suo potere di Occidentale per migliorare le condizioni economiche degli uomini di Taifet. Il Figlio di Dio ha rivestito la condizione umana prima di tutto per impietosire il Padre, grazie al suo amore e alla sua miseria. Se avesse guarito subito la miseria umana non avrebbe intenerito suo Padre in quel modo, non avrebbe ottenuto per noi la perla preziosa, il Bene superiore a tutti i beni che Egli ha chiesto senza sosta per i suoi fratelli, fino alla morte.
Quando Carlo Carretto offre le sue povere braccia agli uomini di Taifet, quando, dopo alcuni giorni passati in questo sforzo, non ne può più per il semplice motivo che è più debole di loro, offre al Padre, attraverso la sua propria fatica, la loro spossatezza e la loro miseria... ed è proprio ciò che poteva fare di più prezioso per loro. Altri avranno per amore la vocazione di aiutarli umanamente. Lui ha ricevuto gratuitamente la vocazione di impietosire il Padre nei loro riguardi, e di assomigliare così di più al volto di Gesù che lo affascina attraverso tutta la miseria umana. Perché non è la miseria umana come tale che lo affascina, è il volto di Gesù scorto attraverso la miseria umana. E, più profondamente, attraverso questo volto, è il mistero di "Dio che s'impietosisce": il mistero della Misericordia...
Tutto questo viene da Dio e ritorna a Dio. Tutto questo suppone, in Gesù e in Carlo Carretto al seguito di Gesù, una pienezza bruciante di amore gratuito, che porta questi uomini (Gesù e la sua Sposa, la Chiesa) nella follia dell'amore divino. Non si acquisisce un tale atteggiamento a colpi di sforzi, di ascesi, di esaltazione, di ira o di ciò che si vuole. Anche questo, che è ancora la legge della gratuità, Carlo Carretto ha dovuto apprenderlo nel deserto, scoprendosi incapace di un atto di perfetto amore, condannato per ere geologiche ad attendere che il Salvatore glielo voglia concedere. Ha dovuto imparare a mendicare questo amore come si mendica il pane... ed è per questo che, dopo otto giorni, torna a Tamanrasset per mendicare un po d'amore.
Scandalizzarsi di una tale debolezza è la peggiore delle follie, ispirata dall'orgoglio stesso di Satana, il quale ci invita molto sottilmente a invertire i termini della Croce e della Resurrezione. La Croce è una morte per l'uomo esteriore e una resurrezione per quello interiore: "Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno" (S. Paolo). Il tranello, teso da Satana attraverso la teologia moderna, consiste nellinvitarci, in nome della Croce e della kenosi, a lasciar morire l'uomo interiore per avvicinarci di più ai nostri fratelli ottenebrati e, in nome della Resurrezione, a esaltare l'uomo esteriore grazie allo sforzo accanito del lavoro umano per la costruzione di un mondo migliore. Perdere la fede, perdere almeno la certezza assoluta che essa ci dà certezza definita "arrogante" da certuni, che arrivano a considerare ogni affermazione come unaggressione diventa al limite la condizione indispensabile di una condivisione autentica della condizione umana.
Non sto esagerando. Guardate e vedrete: la sola consolazione che una certa teologia rifiuta ai militanti cristiani, la sola che essa condanni come egoista, la sola che certi sacerdoti prendano istintivamente in sospetto, è quella dell'intimità divina. Si vuole condividere la condizione umana in tutte le sue dimensioni: chinarsi sulla sofferenza degli altri, certo, ma conoscere anche un pieno sviluppo umano allo scopo di aiutare i fratelli a promuovere questo stesso sviluppo. Così diventano lecite, e anche auspicabili, tutte le soddisfazioni che non comportino la loro propria distruzione. La sola soddisfazione proibita è quella del silenzio e della preghiera, quella delle consolazioni e delle desolazioni che ci vengono dall'avventura interiore...
Il comportamento di Carlo Carretto è dunque scandaloso agli occhi di questa teologia carnale. E ancora lui ha ottenuto il diritto di essere preso sul serio e di scandalizzare, perché cerca manifestamente di immergersi nella condizione umana. Ma quelli e quelle che scompaiono in un chiostro per divenire preda dell'intimità divina questi hanno perso anche il diritto di essere presi sul serio, e sembrano a molti come la "coda del fenomeno", le ultime vestigia di unepoca non ancora adulta.
So bene come una opinione così diffusa nel clero possa far sentire in colpa i migliori contemplativi, e possa far venire le vertigini a certi altri, colpiti a loro volta da questo microbo. So bene come i numerosi uomini (e soprattutto le numerose donne) che subiscono in mezzo al mondo l'irruzione dell'amore divino siano esposti a dubitare del loro dovere: bisogna ascoltare l'appello del silenzio? Il "martellamento" degli slogan moderni (la cui fonte più raffinata è spesso rappresentata dai teologi più celebri) li fa spesso esitare, talora vacillare, talora abbandonare.
Allora cerco di difendere non una coscienza "a posto", che lo Spirito Santo sincaricherebbe presto di spazzare via, ma la fiducia e la libertà interiore di coloro che hanno percepito il "sapore" della perla preziosa. Non cè altra via, per amare Dio e gli uomini fino in fondo, che di rinunciare alla prerogativa di cingersi la veste da soli, per lasciarsela cingere da Gesù Cristo, e lasciarsi portare dallo Spirito nella follia dell'amore.
Carlo Carretto non ha amato gli uomini più di Teresa di Gesù Bambino che, proprio per amore degli uomini, non è mai uscita dal suo convento: bisogna sempre ritornare a questo. Il confronto tra il nostro comfort e laltrui miseria potrà farci sentire in colpa, non ci darà l'amore, se non attingiamo questo amore alla fonte di Colui che ne è il distributore esclusivo.
I contemplativi e le contemplative, nei conventi o fuori, hanno lasciato tutto per attingere a questa fonte. Vi attingono bene o male, e più male che bene, daccordo: ciò non toglie che non ci sia niente di meglio da fare, niente di più radicale e di più decisivo per l'avvenire dell'umanità. Pretendere di fare meglio, in qualunque modo possa essere, è pretendere di fare meglio, dal punto di vista dell'amore, di Gesù stesso: il primo, il perfetto, il solo mendicante dell'Amore.
Che la Madonna ci conceda di rispettare la trascendenza e la gratuità dell'Amore, di amarla e cantarla e, con la confessione della nostra miseria più profonda (l'impotenza ad amare), ottenere che Gesù si impietosisca e ci dia una buona misura del suo Amore, che supererà le nostre pretese, i nostri desideri e le nostre speranze più folli.
Fr. M.D. Molinié, o.p.
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